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Cess! Mi’ a Biolchini che pontifica su cultura e spettacoli a Chiagliari! E dove? Nientemeno che su… Radio Golfo degli Angeli! È matto! Guarda il video

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“Ma l’hai sentito? Ma che vergogna!”, “Sta uscendo di testa, te lo dico io. Ormai ogni occasione è buona per attaccare la giunta Zedda, sta diventando patetico”. “Ma poi, a che titolo interviene? E perché lo chiamano?”, “Ma queste sono le cose che succedono quando uno ha delle velleità… E’ chiaro che voleva diventare assessore…”. “Eppoi c’è quella storia della fidanzata…”. “No, comunque ascolta le fesserie che ha detto… Per carità, a Radio Golfo degli Angeli l’ha finita! Ma chi lo ascolta?”.  “Oh, finché dice quelle quattro stupidaggini la mattina è anche simpatico… E quel blog, ma ne vogliamo parlare?”. “Sì, ma quante arie si dà! Mischino. Anzi, sai cosa ti dico: che quando lo vedo ti faccio un “tuo senza ritorno”!”. “Mischino! Ma veramente!”.

 

 

17 Commenti

  1. Frakis says:

    vito ma perché c’è Cicu al tuo posto?

  2. Anonimo says:

    se si candidava , come le dissi 2 anni fa’ visto che per lui avevo sicuri 10/ 12 voti ora quest’uomo avrebbe fatto del bene alla citta’ di cagliari..un ex custode

  3. Pontifichi Don Vito Pontifichi ne’ ha facolta’. E come assessore non l’avrei vista male anzi. Critichi la amministrazione Zedda tanto non votera’ mai a destra ed ha contribuito a vincere. Confermo. Stia attento alla sua fidanzata che finisce per picchiare anche Lei (lei Vito). Continui a dire “stupidaggini la mattina: ci fa’ ridere e ci informare con il mitico Elio. Mischino! Ma veramente!” Accetti un consiglio non accetti consigli e mandi qualcuno a fan culo in particolare, io miseramente senza autorevolezza ci tento i “Cadriggones2.

  4. Anonimo says:

    A proposito di cultura, la chicca alla società Visibilia:
    http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_73_20120719101839.pdf

  5. Gabriele Ainis says:

    Gentile Biolchini,
    più che commentare (lo spettacolo e/o cultura è uno dei tanti argomenti di cui non capisco una cippa) avrei una domanda (seria però).
    Lei dice che poiché a Cagliari non ci sono più aziende (corretto, immagino intenda quelle manifatturiere) la cultura/spettacolo dovrebbe diventare preminente e guidare lo sviluppo. (Se non ho capito cancelli tutto e passi al prossimo commento).
    Ora, poiché tale attività sarebbe finanziata dal pubblico, cioè dalle tasse, la domanda è: da dove si prendono i soldi se non ci sono attività produttive?
    Guardi che non è una domanda provocatoria, vorrei capirlo e le sarei grato se lo spiegasse, perché realmente non ci arrivo e ho l’impressione che parecchi operatori dello spettacolo (magari non lei, per questo le pongo la domanda) non abbiano presente il problema (ricordo uno scambio di battute a proposito del lirico).
    A mio parere, il discorso dovrebbe essere invertito (ne ho scritto in proposito da tempo, ma non è rilevante) e precisamente: poiché la cultura è come l’assistenza medica (cioè un diritto, e dev’essere finanziata dallo stato) allora bisogna domandarsi come fare ad ottenere un gettito fiscale sufficiente a darle supporto.
    La prevengo su una cosa. Gli eventi che avete citato nella chiacchierata (Gavoi e Berchidda) non sarebbero (a mio avviso, ma forse mi sbaglio) un buon esempio, perché non danno da vivere agli operatori (mi risulta che entrambi siano basati su tanto volontariato) e il ricavo ottenuto dall’indotto (cioè il denaro incassato dalla comunità) sia inferiore all’”investimento”. Al contrario, in molti dicono (ma non so se sia vero, magari lei sì) che sono ottime occasioni per qualcuno per riempirsi le tasche sfruttando il lavoro altrui! (Ma è vero o no? Anche questa non è una domanda provocatoria, mi interesserebbe un commento da parte di chi ne sa certamente più di me).
    Cordialmente,

    PS – Avrei anche un’altra domanda su un’affermazione che mi ha colpito ma è secondaria. Magari intervengo più tardi (con somma gioia di chi legge il suo blog)

    • Neo Anderthal says:

      Una sola cosa: non so da quali fonti si ricava il dato relativo all’indotto economico di Time in Jazz a Berchidda, che secondo G.A. non ripaga l’investimento.
      A me risulta il contrario, e mi riferisco proprio all’indotto diretto -biglietti, pernottamenti, ristorazione- quello indiretto è difficile da calcolare, ma è rilevantissimo, il festival ha messo il nome di un paese della Gallura, uno dei tanti, nella mappa del turismo culturale europeo.
      Lo stesso discorso si può fare con il Jazz Expo’, a Cagliari e credo anche a Gavoi.

      • Gabriele Ainis says:

        Gentile Neo Anderthal,
        avrebbe un link che riporti qualche numero (o una fonte)? Non lo dico per mancanza di fiducia, davvero, la cosa mi interesserebbe parecchio e fino ad ora ho avuto solo “voci”, come quelle che mi dicono il contrario. E’ un argomento (di cui non capisco una mazza) e mi intriga parecchio. Tra l’altro, mi piacerebbe proprio capire come si possa arrivare ad una quantificazione (e quindi a capire se “conviene” o meno). In fondo è la domanda che ho posto a Biolchini.
        Cordialmente,

        • su dotori says:

          beh, se i numeri sono quelli che scrivono i giornali (che scrivono testualmente CENTOMILA PRESENZE in 3 4 5 6 giorni, cioè numeri incompatibili con la logica), l’investimento è ripagato eccome. Ripagatissimo. Anzi, a questo punto ci vogliono ancora altri soldi pubblici per Jazz coso.

          basta fare due conti.
          Centomila persone = Cinquantamila a ferragosto (dal momento che il giorno c’è movimento triplo rispetto agli altri giorni). Uguale 20/25.000 macchine. trovami 20/25.000 parcheggi a Berchidda. Ce ne saranno forse mille o milleecinque, considerando le strade all’ingresso del paese e sopra il medesimo, ovviamente anche parcheggi a bordo strada:

          ah beh, certo, non ho considerato i mezzi pubblici. Si, così si arriva facilmente a centomila. Anzi Centoventimila presenze. Quasi duecentomila, in pratica, od direi anche (tanto ci siamo) mezzo milione di presenze. E di posti di lavoro.

    • Anonimo says:

      Gentile Gabriele,
      esistono strumenti molto aggiornati che riguardano i flussi economici del mercato culturale. Il più facilemente reperibile è il rapporto annuale di Federculture, che per altro è appena uscito. Lo pubblica il sole24ore nella sua collana di studi e ricerche. Sul sito di federculture trova le indicazioni bibliografiche precise. Trova poi molti studi economici su festival, teatri, musica, enti lirici, musei, mostre etc. su http://www.fizz.it, portale divulgativo della fondazione fitzcarraldo, nonchè sui siti del giornale tafter (che può leggere online) e su quelli degli osservatori della cultura più attivi: intendo piemonte ed emilia romagna. Non so dove Biolchini (che per quanto leggo dice cose generiche) abbia preso i suoi dati. Ma è ormai assodato che, se ristrutturato adeguatamente, il settore turismo e cultura (non possono essere disgiunti) sarebbe trainante oggi in Italia, probabilmente senza finanziamenti pubblici. Però deve essere ristrutturato, ovvero bisogna cambiare proprio le strutture che organizzano e producono cultura, poichè sono “vecchie” e pensate come servizio e non come impresa. Inoltre sono monopolizzate dalla politica che le fa gestire da persone prive dei requisiti professionali minimi per farlo. Quando lei dice che mancando il Pubblico la Sardegna sarebbe morta perchè non ha imprese private che possano sponsorizzare, non considera che il bacino a cui la regione si rivolge (ed è un discorso che vale per tutta l’Italia) è internazionale, non locale. Se il nostro paese (e in esso la nostra regione) facesse un discorso coorodinato di produzione culturale con prospettive globali noi saremmo ricchissimi.
      Tre cose servono: 1) strumenti gestionali adeguati e adeguate leggi 2) coordinamento delle linee produttive (bisogna che ci sia un’offerta ordinata e ottimizzata di cultura, non a vanvera, ognuno fa quello che vuole) 3) persone competenti che gestiscano. Poi siamo pieni di cose da offrire. L’assurdità è che, invece, oggi per “risanare” si tagliano i beni, ossia si chiudono i musei, i teatri e si bastonano economicamente quelli che la musica la fanno, ossia i musicisti (vedi problema attuale dell ccnl delle fondazioni liriche). Ma una legge nazionale di riorganizzazione della produzione e di riassetto delle strutture no!
      codialmente
      L. Zan

      • Gentile L. Zan,
        la ringrazio per le indicazioni, però non vorrei che parlassimo di cose differenti.
        Biolchini dice (e sono d’accordo) che la cultura deve essere finanziata dal pubblico. Io gli domando da dove devono essere presi i soldi.
        Lei dice, al contrario, che un circuito integrato turismo/cultura può essere trainante proprio per l’economia, purché il sistema sia integrato, i politici siano in gamba etc etc (mi scusi se banalizzo, voglio solo cercare di spiegarmi).
        Ora, che lei dica «è assodato che… etc etc» e mi rimandi a federcultura ci sta, ma la situazione non è quella che dice lei, tutt’altro (ho letto anche ciò che dice federcultura ed è per questo che ho posto la domanda a Biolchini). Ciò che dice federcultura è che si può ottimizzare il comparto in modo da stimolare il turismo anche con la fruizione culturale, ma tenendo fuori dai conti (che poi sarebbe quello che dico io) la spesa pubblica per il mantenimento del paesaggio (non del panorama, scusi se preciso altrimenti non ci capiamo)!
        Mi faccia banalizzare, giusto per essere chiari, non è che le attività economiche (se la cultura, come dice lei, può esserlo) abbiano regole differenti da tutte le altre. Prendiamo il caso di Cagliari. Se decidiamo di fare come dice lei, non si tratta solamente di sostenere Biolchini che mette in scena un lavoro teatrale sperando che arrivi un milione di persone per vederlo, così da creare indotto per alberghi, ristoranti, parcheggiatori, in modo che ci sia lavoro e questo lavoro paghi le tasse in ragione tale da rifinanziare Biolchini e tutto si chiude qua. C’è anche da pensare che il valore aggiunto deve ripagare la manutenzione del teatro (oppure mi vuole dire che Biolchini se lo compra e, se sì, la manutenzione se la paga lui?) la manutenzione delle strade che devono sopportare un milione di visitatori, delle fogne che devono smaltire un milione di cacche, la salvaguardia di Tuvixeddu perché andranno tutti a vederlo e dev’essere tutelato, la salvaguardia del Poetto che deve sopportare un milione di bagnanti. In totale, tutto questo non è differente da qualunque altra attività economica cui, di norma, si chiede una cosa semplicissima: che ciascuno faccia utile da sé. Ovvero: che Biolchini generi utile dalla propria attività, che un albergo faccia utile dalla propria attività, che il Poetto faccia utile dalla propria attività, così che Biolchini si paghi la manutenzione del teatro, il Poetto la manutenzione della sabbia e così di seguito.
        Questo federcultura non lo spiega, ed è appunto l’equivoco che io vorrei porre in evidenza, perché non è una questione «solo» di cattiva gestione (che c’è, ci mancherebbe, con me sfonda una porta aperta) è proprio un fatto che riguarda ciò che la cultura è, assieme al fatto che il «turismo» purtroppo, è una buona integrazione in un tessuto sociale sostenuto da ben altro, altrimenti i servizi che ci aspettiamo non ce li potremmo permettere (immagini un ospedale, ad esempio).
        Guardi gliela dico tutta: sono sconcertato dal fatto che si continui a dire che con la cultura si mangia (tanto per andare contro quella cazzata detta non so da chi che «la cultura non dà da mangiare»). Poi si esamina un museo e si vede chiaramente che da solo non sopravvive; allora si esamina un teatro e si vede che da solo non sopravvive; poi si esamina Tuvixeddu e si vede che da solo non sopravvive; che Barumini da solo non sopravvive. Che si fa? Si dice, allora, che bisogna integrare perché il museo, il teatro, Barumini e Tuvizeddu sono sì «in perdita» e vanno ripianati dallo stato, però «integrando» con le tasse generate dagli alberghi, dai ristoranti e dalle case vacanze che coprono tutto e, in più, pagano gli ospedali, le scuole, le strade per arrivare al Poetto, lo smaltimento dell’amianto e via di seguito.
        Questo federcultura non lo dice (ma non fa neppure finta, mi creda, non ci crede neppure Report, che ogni tanto ci prova) ed è ciò che chiedo io.
        In conclusione, le faccio notare che il Veneto non vive di Venezia (che è un buco nero in cui finisce una marea immane di soldi pubblici e mi domando come mai nessun meridionale l’abbia mai notato) ma vive di industria. La Toscana non vive di Firenze e Ivrea non vive delle arance che si tirano in faccia a carnevale. E non è un caso che se lei si reca alle Fiji, paradiso tropicale in cui il flusso turistico è enorme, trova un inquinamento che fa spavento e un sacco di miseria (che è poi ciò che il turismo causa, se non integrato con l’industria, come in California, in Emilia e a Lignano Sabbiadoro o sulla Costa Azzurra!).
        Però, guardi, c’è un fatto interessante in quello che dice lei e spesso resta in secondo piano. Se la cultura, in qualche maniera, si lega alla necessità di generare soldi, sotto qualunque forma, si pone un problema: quale «cultura» dobbiamo promuovere? Quella che attira più persone, così da generare maggiori flussi? Non lo dico a caso, perché è proprio ciò che sta succedendo. Vogliamo davvero Firenze, Roma, Pisa coperte da torpedoni e torme di turisti che si muovono e si sbattono da una parte all’altra (stile Renzi, tanto per chiarire)? E’ questa la cultura che piace a lei?
        Cordialmente,

        • Anonimo says:

          non ci siamo intesi: io non parlo di un circuito integrato cultura turismo – che è un concetto superato e che non ha funzionato per le ragioni che dice lei – io parlo di una forma di intrapresa che si oppone a quella di servizio. Non credo che la cultura sia un servizio pubblico, perchè non lo è mai stata nella storia, neppure ad Atene quando il teatro come diritto-dovere era sovvenzionato obbigatoriamente da un ricco privato (il corego), che non poteva esimersi dal partecipare economicamente alle spese del festival drammatico. Vede, credo ci siano due errori di ottica: 1) crediamo che la presenza dello stato sia risolutiva e ci esima da obblighi riempiendoci di diritti. Paghiamo le tasse e quindi il resto ci è dovuto. No. da sempre la cultura è bene comune e dobbiamo occuparcene noi, senza attendere lo stato. In verità il discorso vale un po’ per tutto: il Poetto è sporco? invece di chiedere al sindaco di pulirlo, puliamolo. Così funzionava nel tanto vituperato medioevo cui si deve la creazione degli ospedali, dei monti di pietà da cui nascono le banche, dell’associazionismo in genere: confraternite, unione di persone di ogni ceto per costruire opere. Vuoi una cosa: falla! Lo stato allora non c’era. bene: non c’è più neppure oggi. Allora nacque il concetto di resonsabilità. Oggi va recuperato quel concetto. l’impresa è questo: responsabiità aziendale. Ottimizzazione, diversificazione della produzione, competenza, dinamismo, ricerca del mercato. E qualità, perchè senza quella non si va da nessuna parte.
          So che è un discorso storico e antropologico oltre che economico: ma bisogna cambaire la testolina. Se no si muore. Lo stato è già morto. Impariamo a farne a meno. Invece noi non possiamo smettere di sapere e di dire. Questo è fare cultura.
          2. la cultura deve essere libera. sì è vero. ma se piace a me e basta e per altro non sono neanche bravo a farla non è detto che debba essere fonte di reddito. diventa un hobby. Professionismo. Serve professionismo e talento. L’arte il teatro la poesia la devono fare quelli che sono capaci. Gli altri possono fare altro e fruirne. Oggi invece chiunque crede di poter chiedere soldini al comune per prodursi il suo spettacoino. No. E non tirate fuori la scusa dell’artsta incompreso! Allo stesso modo chi gestisce le macchine di produzione deve essere capace di farlo. per cui nessuna nomina fatta dai politici. Vedete che il problema è proprio lo stato?!
          Riassumo allora: 1) responsabilità 2) altissima professionalità 3) capacità imprenditoriale
          In questo l’ente pubbllico deve esserci…ma non deve essere l’unico attore! se no noi chi siamo, spettatori e basta?
          L.Z.

          • Gabriele Ainis says:

            Gentile L.Z.
            «Vedete che il problema è proprio lo stato?!
            Riassumo allora: 1) responsabilità 2) altissima professionalità 3) capacità imprenditoriale
            »
            Guardi, glielo dico sinceramente: credo di non capire ciò che dice (ed è anche molto probabile che non riesca a spiegarmi). Riassumo
            1) Biolchini dice (non testualmente): “Cagliari non produce più nulla, ergo dedichiamoci alla cultura.”
            2) Io chiedo a Biolchini: “Da dove prendiamo i soldi?” Poi Aggiungo: “Se per caso vuoi farmi l’esempio di Gavoi e Berchidda, guarda che forse non è opportuno, perché sono operazioni che, alla fine, paga la collettività”
            3) Neo Anderthal dice: (testuale): «A me risulta il contrario…»
            4) Io chiedo: «C’è qualcuno che avrebbe qualche dato da mostrarmi?»
            5) Lei mi indica un sito nel quale si propugna l’integrazione turismo/cultura (e non porta, il sito, i numeri che sto chiedendo, o meglio dice l’esatto contrario: senza soldi pubblici, non si fa nulla!)
            6) Lei mi risponde con la frase che cito in testa.
            Per cui, mi faccia capire: Biolchini ha torto e devono sopravvivere solo le realtà che si autosostengono (e quindi chiudiamo Barumini e tutti i teatri cagliaritani?). Da cui ne deriva che i numeri che chiedo non ci sono.
            Sulle altre questioni di principio non rispondo perché andremmo avanti a parlare per anni, mi accontento di una considerazione che (ovviamente) condivido e ribalterei a coloro che sostengono il contrario (tra cui non pochi «indipendentisti» desiderosi di vivere di turismo&archeologia): «[…] un circuito integrato cultura turismo – che è un concetto superato e che non ha funzionato per le ragioni che dice lei […]»
            Però, a parte l’ironia, un parere di Biolchini non mi spiacerebbe.
            Cordialmente,

    • Sa lei 180 a fattu medas dannus in Sardigna in particolari in custu istiu de grandi calori non essendi prus possibili su ricoveru in manicomiu medas sfoganta su propriu disagiu in situs telematicus chena bregungia, sighendi de custu arrastu a undi podeus arribai prima chi torridi sa friscura???

      • Gabriele Ainis says:

        Gentile Vincenzo Tatti,
        sapesse come ha ragione! E’ vero, in Sardegna capita proprio così, e dev’essere proprio colpa del caldo!
        Cordialmente,

  6. Quintale says:

    Velleità…
    ….E tu balla !
    🙂

    I nati nell’ottantanove hanno reflex digitali e mettono su flickr belle foto in bianco e nero. I nati nel sessantanove fanno i camerieri al centro e scrivono racconti, ne hanno pubblicati due.

    Le velleità ti aiutano a dormire quando i soldi sono troppi o troppo pochi e non sei davvero ricco, né povero davvero, nel posto letto che non paghi per intero.

    I nati nel settantanove suonano in almeno due o tre gruppi e fanno musica datata. I nati nel cinquantanove tengono corsi di teatro e quando va bene si rimorchiano le allieve.

    Le velleità ti aiutano a scopare quando i soldi sono troppi o troppo pochi e non sei davvero ricco, né povero davvero, nel posto letto che non paghi per intero.

    I critici musicali ora hanno il blog. Gli artisti in circolo al Circolo degli Artisti. I falsi nerd con gli occhiali da nerd. I radical chic senza radical. Nichilisti col cocktail in mano che sognano di essere famosi come Vasco Brondi, che appoggiato sul muro parla con la ragazza di qualcuno. Anoressiche alla moda, anoressiche fuori moda, bulimiche si occupano di moda. Mentre aspiranti DJ aspirano coca aspiranti attrici sospirano languide con gli autori tv, gli stagisti alla Fox, i registi di clip. I falliti, i delusi, i depressi, i frustrati. Gli emo riciclati.
    I gruppi hipster, indie, hardcore,
    punk, electro-pop. I Cani.
    I gruppi hipster, indie, hardcore,
    punk, electro-pop. I Cani.
    I gruppi hipster, indie, hardcore.

    Le velleità ti aiutano a scopare quando i soldi sono troppi o troppo pochi e non sei davvero ricco, né povero davvero, nel posto letto che non paghi per intero.

    Le velleità ti aiutano a campare quando mancano sei giorni all’analista ed è tutto così facile, o così difficile, nell’altro divanetto che non paghi per intero.

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