Politica / Sardegna

La lezione argentina: e se invece che scioperare e lamentarsi sempre, lavoratori e sindacati sardi decidessero di rimettere in funzione la Vinyls o l’Eurallumina?

Scioperi, mobilitazioni, marce per il lavoro: quante ne sono state fatte in Sardegna negli ultimi anni? Ne ho perso il conto. Queste iniziative sono servite a qualcosa? Sì, ma solo nella misura in cui hanno mostrato la posizione del sindacato e dei lavoratori, segnando la loro distanza dalla politica. E per il resto? Per il resto niente, anzi. L’impressione che è questa ritualità stia togliendo forza alla mobilitazione stessa.

Non dico che scioperare non serva più a niente: dico solo che in Sardegna dopo gli scioperi non succede assolutamente niente.

E quindi, che si fa? Semplice: bisognerebbe cambiare strategia.

Un esempio ci arriva dall’Argentina e ce lo racconta molto bene Elvia Corona nel libro “Lavorare senza padroni” (edizioni Emi). Leggetelo, se potete. Perché è un viaggio alla scoperta della straordinaria esperienza portata avanti dalle imprese “recuperadas”, cioè salvate dai lavoratori prima che venissero dichiarate fallite.

In pratica succede questo: i lavoratori non solo occupano lo stabilimento ma se ne impossessano proprio, iniziando a lavorare e portando avanti la produzione. Tra mille difficoltà e peripezie di ogni genere, è ovvio: ma oggi molte di queste imprese hanno già dieci anni di vita alle spalle e danno lavoro ognuna anche a centinaia di persone.

Avevo sentito parlare di quest’esperienza e pensavo che fosse stata applicata con successo a quelle che vengono definite le piccole e medie imprese. E invece no: Elvira Corona racconta storie straordinarie di grandi fabbriche che producono trattori, piastrelle in ceramica, e perfino alluminio. Quindi il sistema delle “recuperadas” può funzionare anche in situazioni estremamente complesse dal punto di vista produttivo.

“Certo, l’Argentina è un’altra cosa”, potrebbe dirmi qualcuno. Ma forse è venuto il momento di fare uno scatto in avanti, di non subire passivamente. L’Eurallumina ha chiuso e in tre anni di proteste non si è risolto praticamente nulla; la Vinyls ha subito una sorte ancora più dolorosa, perché la lunga quanto spettacolare mobilitazione non è servita a niente se non a pubblicizzare un po’ di più l’isola dell’Asinara. Questo può bastare? Possiamo accontentarci?

Compagni lavoratori, amici del sindacato: la prossima volta che chiude una fabbrica in Sardegna non chiedete immediatamente “l’apertura di un tavolo a Roma”, ma occupate lo stabilimento e continuate a produrre. Anche se solo a scopo dimostrativo, proclamate l’autogestione dell’impresa. La solidarietà nei vostri confronti non mancherà e sicuramente si apriranno delle prospettive di lotta nuove, anche solo se questa esperienza dovesse durare pochi giorni.

E sicuramente la protesta farebbe più rumore di quella che stancamente si sta portando avanti da anni: sit in, occupazioni, viaggi della speranza a Roma, tavoli che si aprono e che si chiudono manco fossimo all’Ikea.

Vogliamo dirci che anche il sindacato sardo si sta dimostrando inadeguato davanti a questa crisi? Vogliamo dirlo? Ecco, l’ho detto.

Il libro “Lavorare senza padroni” di Elvira Corona (di cui vi segnalo anche il bel blog) verrà presentato venerdì 20 luglio alle ore 19 presso lo Stabilimento Balneare Marlin sul lungomare Poetto a Quartu. Insieme all’autrice, interverranno da Ariel Freccia, Pino Cabras e Siro Passino. Organizzano le associazioni Alternativa Sardegna, Movimento Zero e Sovranità Popolare.

 

19 Commenti

  1. Gentile Biolchini,
    non esistono ricette applicabili in ogni luogo/occasione (o meglio: questa è la mia originalissima, fondamentale e importantissima opinione di cui mi sarete grati in eterno!). Per cui commentare il suo post in generale mi pare privo di senso.
    Nello specifico degli esempi che propone, la Vinyls e l’Eurallumina, mi sentirei di dire che la seconda, nello stato attuale, è comunque una causa persa. Per la prima non ho informazioni sufficienti. Alcuni conoscenti si dicono sicuri trattarsi di un’operazione strategica di gruppo e che, a certe condizioni, avrebbe potuto sopravvivere. Bisognerebbe chiedere a chi conosce bene il comparto di riferimento. In ogni caso, ho forti dubbi che da sola, senza un gruppo alle spalle, potrebbe farcela (posto che un istituto di credito si sentisse preparato a sostenerla: ci vogliono capitali enormi e un management eccellente). Però sarei molto curioso di leggere un BP, anche grossolano, che mi mostrasse come si potrebbe farla operare. A parte i commenti entusiastici, visto che il prodotto bisogna venderlo, due numeretti mi piacerebbe proprio vederli. Se poi risultasse che si potrebbe tenerla aperta con contributi pubblici (o interventi pubblici), come sospetto, sarei ancora più curioso di domandare con quali controlli.
    Mi interessa invece molto il commento di alessandroalfonso: «Se non ci fossero stati una marea di soldi pubblici, diretti o indiretti, buttati al cesso, nessuna di queste aziende avrebbe mai aperto in Sardegna.». L’autore del commento sbaglia (sull’apertura), però l’ho fatto notare così tante volte che non sto a ripetermi. Sottolineo che pensarla in questo modo favorisce chi di industria capisce poco e spaccia bufale elettorali ai cittadini. L’idea che una regione possa evitare di dotarsi di un comparto industriale serio porta danni gravi, al di là di quello che ci piacerebbe “sognare”, berlusconamente parlando (purtroppo i sogni restano tali, soprattutto quando ci piacciono tanto).
    Puntualizzo che da un certo punto di vista, invece, ha ragione da vendere: i due poli industriali in questione sono stati trasformati in buchi neri specifici per i contributi pubblici., ma ciò ha favorito – e continuerà a favorire – proprio coloro che hanno evitato di proporre politiche serie di indirizzo industriale, perché la gente incazzata (e disperata) la si manovra molto meglio. Il caso di Matrìca, a Porto Torres, dovrebbe far riflettere eppure se ne parla pochissimo (perché c’è lavoro in arrivo, pare). Potrebbe darsi che, tra qualche decina d’anni, il figlio di Biolchini terrà un blog ed il mio commenterà negli stessi termini il disastro della “Chimica Verde”!! Oppure viceversa, perché il mondo è vario.
    Cordialmente,

  2. Bellissimo istruttivo e illuminante, bravissima Elvira!

  3. Interessantissimo articolo! Grazie Vito avevo sentito dell’esperienza argentina ma il tuo pezzo chiarisce dei punti che mi erano sfuggiti. Concordo sull’ opportunità di dare ai lavoratori che lo vogliano la possibilità di far ripartire le aziende che i manager non hanno saputo/voluto salvare. Mi risulta che un esperienza del genere la stanno portando avanti anche dei lavoratori Italiani di una grossa azienda di sanitari.

  4. Questo post potrebbe aprire il dibattito non solo sulle manifestazioni sindacali ma qualsiasi sciopero-protesta portato avanti da un gruppo di persone, che siano riunite sotto bandiere partitiche o associazionistiche.
    Gli scioperi generali hanno mostrato la corda nella storia recente europea e non solo, sia dal punto di vista della pressioni esercitata sui governanti sia dal punto di vista dell’attrazione della solidarietà in maniera trasversale, riducendo tutto in una competizione di numeri che, in una società dell’apparenza come quella dei nostri giorni, dovrebbero dare chissà quale connotato di garanzia alla protesta. Falso, perché un milione, due milioni di persone che scioperano per un giorno e/o manifestano ormai non riescono a influenzare le leve del potere, se non quando queste manifestazioni sono seguite da ezioni più eclatanti e soprattutto durature, si veda ad esempio la recentissima “marcha negra” in Spagna.

    • efisio erriu says:

      io mi chiedo, ogni volta che manifestiamo, ma per cosa manifestiamo?
      per salvare i posti di lavoro va bene, ma secondo quale logica:
      perchè tutto torni come prima? sperperìo e magna magna dei capoccia e reddito garantito per i dipendenti?
      per sperare in altri 10 anni di tirare a campare fino alla mobilità che ci accompagnerà alla pensione?
      a questo ambiscono i sindacati?
      a questo ambiscono i lavoratori sardi?
      quando si sciopera o si manifesta sotto la regione per chiedere che la Fornero ci dia i soldi per la Cassa, per cosa si manifesta?

  5. efisio erriu says:

    spero di esserci.
    condivido a pieno quanto scritto, sarà perchè sono in cig e dovrei lavorare in una fabbrica messa in crisi dall’imprenditore (che si doveva candidare a Bologna e che aveva esaurito il saccheggio di contributi regionali) e dai dirigenti suoi compiacenti (gente strappata all’agricoltura o dal niente che ci circonda che pur di rimanere nelle grazie dell’imprenditore, dei politici locali, della fama fattasi in bidda è disposta a vendersi tutto dalla dignità allo stesso posto di lavoro) e che ora pare non riesca a riprendersi più proprio perchè coloro che l’hanno messa in ginocchio sono lì ai posti di comando a cercare (?) di risollevarla….
    ci penso spesso se non sarebbe il caso di prendercela noi questa fabbrica: il lavoro c’è, ce lo siamo sempre organizzato da noi, i rapporti coi clienti e coi fornitori li abbiam sempre tenuti noi dipendenti (mettendoci e perdendoci la faccia per eseguire le consegne e coprire le malefatte di chi ci dirigeva), cosa ci manca?
    l’appoggio dei politici regionali. quello sì che sarebbe un vero aiuto, non i contributi a pioggia, non l’ingresso della Sfirs nel cda tanto per piazzare qualche raccomandato in azienda e buttare ancora altri milioni nel pozzo senza fondo, l’appoggio dei politici per portare avanti un’esperienza del genere che sarebbe rivoluzionaria e d’esempio per tutta la nostra terra, dove il saper fare viene sempre apprezzato tanto ma, chissà perchè, viene al contempo affossato.
    poi mi chiedo ma perchè i politici dovrebbero aiutarci se dobbiamo portare avanti un’esperienza rivoluzionaria e esemplare?

  6. All'improvviso uno sconosciuto... says:

    @Alessandroalfonso, c’é da dire una cosa. E’ vero che la produzione in Italia costa troppo ma è anche vero che se i lavoratori si impossessano della fabbrica si può fare molto.

    @Vito ci sono due cose di cui non tieni conto. La prima è che siamo in Sardegna, isola dove molta gente è effettivamente piagnucolona ed egoista, pensa al posto fisso etc etc, mica sono tutti come me e te che vogliono rimettersi in gioco. La seconda te la racconto (dentro c’è anche la prima). La concessionaria dove portavo l’auto per l’assistenza, non dove l’ho comprata ma solo perché mi son trovato a doverla cambiare quando lavoravo fuori, ha chiuso. Io l’ho saputo l’ultima volta che ci sono andato. Il dipendente che me l’ha detto mi ha chiesto se avevo lavoro per lui, sapendo che lavoro in proprio. Purtroppo no, sono in un periodo in cui lavoro giusto per riuscire a pagare spese e tasse, ma non in attesa di “tempi migliori”, bensì per terminare un progetto di sicuro successo ed iniziare a farlo rendere quel che deve. Tornando al discorso, gli ho detto come mai non si mettevano insieme tutti loro e aprivano per conto loro magari con i fondi FSE del microcredito che si rendono a partire dall’anno successivo a tasso zero in cinque anni, vista anche la competenza dimostrata tutte le volte che ho portato da loro l’auto. La risposta? Perché molti di noi hanno famiglia! Davanti ad una risposta del genere si possono pensare che tutta questa gente che sciopera e piagnucola non ha capito che bisogna cambiare strategia, sempre stando nella legalità! Purtroppo è come sparare sulla Croce Rossa. E’ una battaglia persa. A me poco importa, io entro gennaio sarò di nuovo via dalla Sardegna, questa volta per sempre!

    • alessandroalfonso says:

      Ciao… ricordo sommessamente che la proprietà privata in Italia e in Europa è tutelata dalla legge, e la frase “i lavoratori si impossessano della fabbrica” immagino debba prima passare per un fallimento, che non c’e’ ancora e forse non ci sarà, e un commissario liquidatore, oltre ad accordi ben precisi tra istituzioni e territorio. In Chrisler, per parlare di un caso di successo, i sindacati hanno potuto prendere una parte importante dell’azionariato perchè l’azienda era debitrice di somme ingentissime nei confronti dei lavoratori. E’ quello il modello auspicabile, facendo i debiti rapporti. Il modello Argentino, invece, ha come presupposto e conditio sine qua non un evento che qui non abbiamo mai visto, fin’ora, e spero vivamente di non vedere: il default di un paese. Parliamo di supermercati vuoti, banche che non danno soldi, inflazione alle stelle, emigrazione di massa, povertà e delinquenza diffusa per il 60% della popolazione e azzeramento della classe media, disordini. di ogni genere.. spero che nessuno, seriamente, parli dell’Argentina come modello ispiratore… no davvero, grazie. Vi rimando all’inquietante, per le similitudini, racconto che fa wikipedia sulla crisi argentina. Inquietante perchè una delle più grandi e diffuse comunità italiane all’estero è proprio quella argentina…

      http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_economica_argentina

      • Vito Biolchini says:

        Caro Alessandro,
        il bello è che anche in Argentina la proprietà privata è tutelata dalla legge! L’aspetto straordinario della loro esperienza sta tutta qui: che i lavoratori sono riusciti a far legiferare il parlamento (per il momento ancora su singoli casi), che ha così legalizzato il passaggio della proprietà dai precedenti titolari (che quasi sempre puntavano a far fallire in maniera fraudolenta la loro impresa) ai lavoratori. Sono esperienze concrete credimi, frutto di una mobilitazione pazzesca. La stessa però che vediamo nei nostri territori.
        In ogni caso, il mio ragionamento è anche un altro e qui lo riassumo provocatoriamente e col senno di poi: per i lavoratori Vinyls sarebbe stato più importante occupare la fabbrica e mandarla avanti in qualunque modo e con qualunque mezzo che non autorecludersi all’Asinara per un anno.

        • alessandro alfonso says:

          Vito anche io trovo straordinarie alcune esperienze di cui tu parli… poi ho sentito, con grande interesse e sincero stupore, tanta è la paura che una cosa del genere possa succedere anche a noi, il racconto di Ariel, che è uno dei partecipanti alla presentazione del bel libro di Elvira, e della moglie Celia, che è una mia collega. Sono dovuti scappare, letteralmente, da Cordoba, quasi senza meta, se non con qualche numero di telefono in agenda (gli argentini hanno una lobbie internazionale di mutuo soccorso quasi inquietante… sono tutti in contatto tra loro, tutti :-), pochi soldi e una bellissima bambina… la loro è una storia incredibile e molto bella… però se potessi, come dire, ne farei veramente a meno…

      • Se la legge è lontana dagli interessi della collettività perché i cittadini dovrebbero rispettarla? Seguendo il tuo modus ragionandi eticamente chi gestiva i campi di concentramento nazisti non ha niente da rimproverarsi in fondo a solo rispettato la legge del proprio paese.

  7. Arrubiu says:

    Ottimo Vito,
    ricordiamo l’esempio di Danilo Dolci e del suo sciopero alla rovescia, esperienza validissima e riproducibile, posto che il problema da noi non è solo quello degli operai con la fabbrica da autogestire in salsa argentina, ma anche quello dei tanti lavoratori a spasso senza peruna fabbrica da occupare.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Danilo_Dolci
    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/02/la-protesta-di-dolci-lo-sciopero-alla.pa_031la.html

  8. alessandroalfonso says:

    Andrebbe benissimo, c’è un piccolo inconveniente di mercato. Non è conveniente produrre in Sardegna e ormai anche in Italia: si producono cose che non hanno mercato perchè costano troppo. A qualche ora d’aereo di distanza il costo del lavoro è un quinto del nostro, e producono le stesse cose. Se non ci fossero stati una marea di soldi pubblici, diretti o indiretti, buttati al cesso, nessuna di queste aziende avrebbe mai aperto in Sardegna. Se i lavoratori e i sindacati dovessero organizzarsi, e sarebbe un gran cosa, che lo facessero pensando a produzioni o servizi per cui qualcuno, in qualsiasi parte del mondo, trovi conveniente comprare prodotti o servizi creati in Sardegna. Nutro, e metto le mani avanti, fortissimi dubbi sulla credibilità di un’opzione del genere.

    • Daniele Addis says:

      Condivido.

    • Ti ricordo poi che non esista un paese al mondo che non sia a cresciuto economicamente attuando politiche protezionistiche e non lo dico io ma il premio nobel Stingliz e gli stessi Stati Uniti sono diventati il paese che conosciamo perché nel XIX hanno difeso le produzioni industriali del nord-est con dei dazi sui prodotti europei. Gli argomenti a difesa del “libero mercato” sono di due tipi, uno di natura tautologica caro ai nostri politici: “è il meglio perché è er meglio”, l’altro caro agli economisti turbocapitalisti alla Mankiw, che fanno un analisi economica facendo variare solo i parametri che fanno a loro comodo per dimostrare la propria tesi.

  9. ZunkBuster says:

    Ci sarebbe da dire che il governo argentino è ben diverso dal nostro: se ne fotte della finanza ed è da tempo impegnato sul terreno della reindustrializzazione, recuperando ciò che è stato devastato dalle sciagurate politiche del “Berlusconi australe” Menem. Del resto una buona parte dei ministri di Cristina Fernandez de Kirchner, essa stessa attivista per i diritti civili, è di origine “Montoneros”, il presidente di Aerolineas Argentinas (rinazionalizzata recentemente) è un giovane sui 30 anni proveniente dalla “Campora”, movimento giovanile peronista decisamente orientato a sinistra. Qui, se si facesse quello che, secondo me giustamente, auspica Vito Biolchini, arriverebbe qualche testa di cavolo di avvocato mandato dalla proprietà di turno a lanciare diffide a destra e a manca, e a ruota la polizia a sgomberare. Perché poi non si sa mai, i terreni delle ex fabbriche, specie se vicine al mare, potrebbero tornare utili per qualche disegno speculativo: chi ha presente la vicenda dell’ex Falck tra Milano e Sesto San Giovanni e il “magna magna”, purtroppo di esponenti del PD, che ne è scaturito ha presente l’argomento. Con buona pace dei cementificatori, ma anche di certi ambientalisti, meglio ci stiano le fabbriche!

  10. Luca Olla says:

    credo ci sia un bella differenza tra decidere di occupare uno stabilimento che produce, per esempio, carciofi sott’olio ed occupare l’euroallumina con l’obiettivo di proseguire la produzione.
    Ammesso che tutti ma proprio tutti i dipendenti decidano di aderire è necessario avere a disposizioni liquidità o accesso al credito per consentire l’approvvigionamento e il pagamento delle bollette ( in primis l’energia elettrica) tenendo poi conto delle reali difficoltà sul mercato.
    Una cosa sono i carciofi un’altra l’alluminio..Magari sarebbe più semplice e percorribile avviare degli spin off utilizzando attrezzature-macchinari e competenze esistenti sulla base di accordi (con l’eventuale garanzia della regione e di altri soggetti deputati a questo scopo) con la proprietà.
    L’occupazione senza un piano industriale rischia a mio avviso di essere ( oltre che un reato…) una grande illusione

    • All'improvviso uno sconosciuto says:

      @Luca Olla peccato che nel momento in ci troviamo i lavoratori di queste fabbriche sono creditori degli stipendi quindi avrebbero pieno titolo, in qualità di creditori privilegiati, di impossessarsi della fabbrica. Basta sapere cosa fare per farlo nella legalità. Per il discorso lavoro che costa troppo, molto spesso si sente dire che l’azienda lavorava ma i dirigenti si son mangiati i guadagni.

  11. Sergio says:

    Bellissimo libro scritto con passione e impegno da Elvira, dà tanti spunti per riflettere e far capire che forse si potrebbe passare dalla politica dell’attesa di un aiuto dall’alto al fare.

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