Cagliari / Sardegna

Ma un altro dipendente Tiscali ci scrive e dice: “Chi critica l’azienda spesso non ha termini di paragone. Non siamo allo sbando, non facciamoci del male da soli”

La lettera del dipendente Tiscali pubblicata ieri sta suscitando molte reazioni. Roberto Senes da dieci anni lavora a Sa Illetta e ci ha mandato questo contributo che ci offre un altro punto di vista sulla questione.

***

Caro Vito,

è da questa mattina che penso alla lettera che hai pubblicato, combattuto dalla voglia di dire la mia. Credo che sia corretto che i tuoi lettori possano leggere il punto di vista di un altro dipendente Tiscali.

Lavoro da ormai trent’anni, gli ultimi dieci dei quali trascorsi in Tiscali; nei precedenti venti ho avuto modo di lavorare alle dipendenze dello Stato, poi da libero professionista, ed infine alle dipendenze di un’azienda privata.

Credo, pertanto, di aver maturato una certa esperienza come lavoratore del settore pubblico, di quello privato ed anche di quello autonomo, per poter esprimere la mia opinione a ragion veduta.

Mi è però d’obbligo una breve premessa. Rispetto l’opinione del collega e non intendo addentrarmi in puntuali contraddittori sui temi da lui citati. Sarebbe, infatti, un inutile esercizio di replica di alcuni dei commenti già postati e che, per alcuni versi, in parte condivido.

Desidero, invece, esprimere il mio disappunto sul mezzo e la forma utilizzati dal collega per dar voce alle sue preoccupazioni.

Non vorrei, infatti, che le sue dichiarazioni venissero raccolte da altri organi di stampa che, come talvolta accade, strumentalizzano la “notizia”, enfatizzando esclusivamente gli aspetti negativi, creando un ulteriore ed ingiusto danno alla nostra azienda.

In questo periodo di crisi finanziaria, dove saltano per aria i sistemi economici di interi paesi, tutti noi viviamo di incertezze, navighiamo a vista, siamo legittimamente preoccupati per le nostre famiglie e per il nostro futuro.

Tiscali è un’azienda che da diversi anni ha manifestato la necessità di far quadrare i conti. Lo ha fatto per la prima volta, se non ricordo male nel 2008, ricorrendo alla cosiddetta “incentivazione all’esodo”. Numerosi colleghi vi hanno fatto ricorso; alcuni non rimpiangono la scelta, anzi, hanno visto in questo una vera opportunità. Ad altri le cose non sono andate bene, ad altri ancora decisamente male. Tutti loro, però, si sono messi in gioco, hanno preso una decisione e sono stati artefici del loro futuro.

Questa è la vita, la nostra esistenza è fatta di alti e bassi, sta a noi scegliere la rotta e, preferibilmente, non girarci a guardare indietro ma affrontare le difficoltà in maniera attiva, senza recriminazioni e frustrazioni dovute ai ricorrenti pensieri di “come poteva essere se…”.

A ciascuno di noi non basterebbero le dita di una mano per elencare i torti e le ingiustizie subite a lavoro, ma credo che questa regola valga per tutti i lavoratori, siano essi statali o privati, dirigenti o semplici operai. Ma non è questo il luogo per fare analisi di tipo esistenziale e ritorno al tema della lettera.

Da anni nei corridoi dell’Azienda parliamo e commentiamo un po’ tutti lo stato di salute di Tiscali, del mercato TLC, della liberalizzazione imperfetta dello stesso e di tanti altri argomenti che ci stanno a cuore. Ebbene, in tutti questi anni ho avuto modo di stilare una personalissima casistica, constatando che la maggior parte dei colleghi più “tormentati” dalle scelte aziendali sono quelli che, non avendo avuto precedenti esperienze di lavoro, non hanno neppure un termine di paragone. Sono quelli che, probabilmente solo per una questione anagrafica, per la prima volta hanno timbrato il “cartellino” in Tiscali; sono quelli che si vantano di non aver una sim Tiscali Mobile, sono quelli che, senza l’opportunità offertagli da Tiscali, mi domando quando sarebbero entrati nel mondo del lavoro; ed infine, lungi da me il voler generalizzare, per alcuni di loro si potrebbe dire che sono quelli di cui l’Azienda potrebbero forse fare a meno.

Ad ogni buon conto, talvolta è in noi tutti ricorrente la presunzione di poter giudicare, senza le indispensabili o quantomeno necessarie informazioni, le strategie dell’Azienda o la presunta assenza delle stesse, criticare i progetti industriali sulla base del sentito dire alla macchinetta del caffè, e così via. Insomma, come tutti gli italiani, spesso siamo tutti commissari tecnici della nazionale di calcio, così, anche in Tiscali, non siamo esenti dall’essere alcune o troppe volte, tutti amministratori delegati.

Ti ringrazio per la possibilità di far leggere la mia opinione, l’opinione di un dipendente Tiscali.

Cordialmente

Roberto Senes

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46 Commenti

  1. Pingback: Soru: “Non vendo Tiscali, ed ecco come la rilancerò”. I sindacati: “Bene i conti, ma lo spin off non ci piace e il contratto di solidarietà non va snaturato” « vitobiolchini

  2. Valentina says:

    Io non so se i giornali, anche con la più becera strumentalizzazione, potrebbero realmente creare danni ma questo non può continuare a essere l’alibi che zittisce le discussioni generate dal legittimo sfogo dell’anonimo dipendente Tiscali.
    Chi tira in ballo la politica poi, facendone una questione di partigianeria, evidentemente non ha mai conosciuto la realtà Tiscali. Io non so se effettivamente l’AD abbia continuato a guidare (male) l’azienda nel corso del suo mandato politico, non vedo però l’utilità nel fare confronti tra aziende sarde buone e aziende torinesi cattive, anche perchè c’è il rischio di rimanere molto delusi nel capire quanto l’azienda sarda buona abbia utilizzato lavoratori in somministrazione spremendoli come limoni per poi gettarne via le bucce. E questo accadeva anche e soprattutto nelle ditte in outourcing. Quei lavoratori non hanno potuto scegliere se accettare un esodo incentivato, hanno perso il lavoro e basta e non certo con TFR decenti tantomeno bonus di 12 mensilità.

    Centinaia di lavoratori interinali(tra i quali la sottoscritta) hanno firmato anche 5 contratti all’anno con svariate proroghe della durata anche di soli 7 giorni, per un lavoro che si sapeva perfettamente dal principio dover essere continuativo. Ora molti penseranno: Eh ma gli outsourcer si sa come funzionano. Vero, ma Tiscali non si è mai proposta come un’azienda qualsiasi. Perchè poi raffrontarsi sempre al peggio?

    Tralasciamo, per evitare la rissa politica, il fatto che un uomo in prima fila ai cortei contro il precariato guidi un’azienda che quel precariato lo ha alimentato all’inverosimile per anni, vogliamo parlare degli errori nella gestione che hanno causato problemi macroscopici e gravi disservizi mai risolti per mesi? Fino a quando le azioni Tiscali hanno iniziato a valere come uno scatto alla risposta e allora è nata l’urgenza di risolvere e riorganizzare.

    Vogliamo parlare del tempo e delle risorse investite in progetti ambiziosi gestiti con criteri incomprensibili, caduti subito nel vuoto. (IPTV solo per citarne uno)? E procedure e priorità cambiare da un giorno all’altro, in maniera contraddittoria e senza un perché?

    Ora però che è l’azienda stessa ad occuparsi del Customer Care cosa salta fuori, che gestire le problematiche dei clienti è quasi un’attività per “punire” i presunti sfaccendati? Spero di aver capito male visto che i clienti dovrebbero essere oro per un’azienda.

    Mi auguro vivamente, per tutte le persone valide che non meritano inutili nervosismi e un futuro incerto, che ci siano a breve dei risvolti positivi e risolutivi. Io non so dove voglia andare Tiscali, so soltanto che dire che “tutto è uguale dappertutto e c’è crisi e siamo tutti bravi a fare l’ AD” mi sembrano un voler nascondere la testa sotto la sabbia. Forse se perfino i dipendenti si vantano di non avere una SIM Tiscali…Beh…Chiediamoci il perché. Cosa vuole offrire oggi Tiscali? I nodi, si sa, vengono al pettine prima o poi.

  3. L'azienda ha un ruolo sociale. says:

    Sono una persona che conosce molto bene Tiscali per averci lavorato molti anni. Ora da qualche anno non ci lavoro più e ho deciso di prendere una strada autonoma dove, come dice Senes, mi prendo tutti i pro e i contro.

    Quello che però ha scritto Senes, se da un lato può sembrare una difesa apprezzabile e un invito a rimboccarsi le maniche e lavorare senza criticare troppo l’azienda che bene o male ti paga lo stipendio, da un altro lato è un intervento “povero” perché non racconta tutta la verità, fa finta di dimenticare le cose successe in passato e che succedono ancora in Tiscali che hanno portato l’azienda ad essere in una situazione di crisi economica e finanziaria come questa. Dove sappiamo tutti le responsabilità hanno nomi e cognomi e spesso hanno portato a scelte poco redditizie per l’azienda.

    1) Tiscali non ha mai fatto utile dal giorno della sua fondazione. Puoi essere oggetto di un boom finanziario come la bolla di internet come è capitato a Tiscali, ma se ad un certo punto non fai utile, nel tempo sei destinato a scomparire.

    2) Soru è sempre stato presente in azienda, o in modo diretto o in modo mediato, sia quando era in politica che no. Bastava una sua telefonata e Tiscali cambiava il colore della pagina o eliminava un banner dall’home page. (E di esempi ce ne sarebbero a non finire). Quindi chi dice che Soru politico abbia dato tutto in mano ad un trust mente sapendo di mentire.

    3) L’azienda Tiscali non ha mai avuto un piano industriale credibile, e forse non ne ha mai avuto uno veramente. O perlomeno questo piano industriale si è rivelato tanto inconsistente da non generare ricchezza nell’azienda.

    4) Acquisizioni e cessioni di aziende, rami aziendali etc, sono sempre e solo stati fatti per questioni o finanziarie o fiscali e non per migliorare la produttività o l’efficienza. O almeno il risultato è stato solo questo.

    5) Si è parlato di incentivi… perché non si è detto che gli incentivi in Tiscali sono stati dati quasi esclusivamente ai dirigenti e quadri, mentre gli unici incentivi dati ai lavoratori (tra cui ho conosciuto tantissime persone in gamba sia personalmente che professionalmente) sono stati quelli all’esodo.. ossia ad andarsene via? Ci sono state delle persone che hanno detto SI all’esodo perché avevano già un’altra offerta, altri perché magari avevano soldi da parte e si sono aperti un’altra attività, altri hanno accettato pur di non rimanere in un posto dove spesso non si veniva gratificati per il lavoro svolto (e sto usando molto più di un eufemismo). Degli altri che invece non hanno preso l’occasione al volo ci sono persone che non si potevano permettere di rischiare (con mutuo o famiglia a carico), e altri che sono tanti affezionati al sogno da pensare che prima o poi il papà cattivo li avrebbe in qualche modo gratificati. E ancora aspettano che questo succeda.

    6) Mi stupisce che il Sig. Senes non abbia parlato della stranezza percentuale che differenzia la Telecom a Cagliari, con 1600 dipendenti e 1 dirigente, da Tiscali con 900 dipendenti e circa 40 dirigenti.

    7) Mi stupisce che non si sia parlato dell’enorme parco auto dell’azienda.

    Così come non si è parlato di investimenti in servizi destinati a morire prima di iniziare, come l’internet TV, perché puoi avere tutte le infrastrutture che vuoi parlando di televisione, ma se non hai i soldi per comprare i contenuti se ti va bene ci passi l’oroscopo sulla IPTV.

    E allora il problema di un’azienda, Tiscali o non Tiscali, è prima di tutto utilizzare gli investimenti (delle banche in questo caso) nel modo più corretto possibile, evitando gli sprechi, eliminando privilegi non giustificati da ragioni di lavoro operative, incentivando i lavoratori a lavorare di più e meglio (e questo non si fa in stile Fornero ma con premi per aver prodotto qualcosa di più) e con un piano industriale che dica “Oggi siamo qui, produciamo questo, vogliamo in 5 anni produrre quest’altro e fare tot soldi”. Poi lungo andare si faranno delle correzioni al piano industriale, ma oggi qualcuno può dire che esista qualcosa del genere in azienda? Pur essendo fuori dall’azienda non mi pare che gli ex colleghi possano dire qualcosa del genere.

    Non so se il Sig, Senes, con cui non ho mai avuto modo di lavorare direttamente, sia un privilegiato tra i lavoratori di Tiscali, certo è però che pure lui probabilmente dovrebbe prendere maggior coscienza del fatto che Tiscali abbia due possibilità per tenersi a galla:

    1) Entrare a far parte di un grosso gruppo industriale (tipo Vodafone per intenderci)

    2) Inventarsi un prodotto Killer del mercato, ma quello può farlo solo se da l’opportunità a tanti geni presenti in azienda (e ne ho conosciuto molti) di dare libero sfogo alla propria creatività e che questa loro “follia” venga stimolata, apprezzata e riconosciuta come valore aggiunto dell’azienda.

    Questo perché il “sogno” di fare qualcosa di importante in Sardegna, in Tiscali, possa rimanere vivo e non si venga invece considerati alla stregua di pure operai del codice, un po’ fancazzisti e fannulloni per cui, secondo me perdevi tempo per fumarti una sigaretta, questo comportava un danno gravissimo per l’azienda e quindi il posacenere te lo metto a 200 metri all’ingresso dei parcheggi…e sperare che mosse simili d’incanto portino all’azienda miglioramenti di produttività eccezionali.

    E lo scrive uno che non ha mai fatto una pausa sigaretta, e spesso manco la pausa caffé.

  4. Dopo aver letto gli interventi di questo e dell’altro articolo sulla situazione tiscali,
    la prima cosa che mi salta agli occhi è la difficoltà ad affrontare l’argomento tiscali
    senza cadere nell’argomento Soru e politica.
    Questo dispiace, perchè l’argomento non è Soru. Qua non si sta cercando di metterlo in
    cattiva luce per questioni “politiche” o chissà chè… qua si sta parlando di una azienda
    in crisi, indipendentemente da chi ci sia al comando.
    Quante volte diciamo che i problemi dell’industria e dell’economia fanno affrontati per
    tempo e non quando diventano gravi? trovo strano che se si parla di alcoa (per fare un esempio)
    tutti si schierano a difesa dei lavoratori, si critica l’assenza di piano industriale,
    si critica la gestione dei fondi pubblici, si criticano le decisioni del management…
    e quando invece si parla di Tiscali, leggo soprattutto critiche verso i dipendenti che,
    a leggere alcuni commenti, sembrerebbero dei viziati che si lamentano di tutto e che devono
    solo ringraziare che hanno ancora un lavoro. Dispiace.

    Dispiace perchè i dipendenti di Tiscali sono in contratto di solidarietà,
    dispiace perchè saranno pure viziati ma l’azienda non da segni ne di vita ne di voler risorgere,
    non tira fuori un piano industriale da anni, non da l’idea di avere le idee chiare di cosa
    voglia fare domani.

    Certo che i vertici aziendali non sono obbligati ad informare i dipendenti sulle loro idee,
    ma è anche vero che quando si lavora quotidianamente dentro un’azienda si capisce se l’azienda
    ha idee oppure no, lo si capisce dal carico di lavoro, dai progetti che sono in atto, da quali
    siano i settori aziendali su cui si vede che si “spinge di più”.
    Io penso che questo in tiscali manchi e che manchi dal 2008 circa (tranne che nel primissimo
    periodo in cui è tornato Soru nel quale sembrava che la macchina stesse ripartendo, dato anche
    che col suo rientro eveva portato in azienda un po di capitale).

    Non voglio entrare ora nel merito di errori, investimenti sbagliati, idee strampalate, sprechi,
    stipendi alti e stipendi molto bassi, gestione del personale, gestione delle assunzioni,
    cessioni fallite e non cessioni ecc ecc, ma penso che se si vuole evitare di trovarci davanti
    al disastro sociale che porterebbe la chiusura dell’azienda, sarebbe meglio uscire dal discorso
    “soru o non Soru” e parlare di cosa sta facendo tiscali, cosa succede dentro, cosa si può fare per salvarla,
    perchè se è vero che ci sono tante situazioni peggiori nell’isola, anzichè rifugiarsi dientro un
    “di cosa vi lamentate, almeno state lavorando…”, affrontiamo la questione senza ignorare
    la voce di chi la paura la vive ogni giorno e cerca di comunicarla al mondo e a chi può
    fare qualcosa per evitare il peggio. Ascoltiamo, non barrichiamoci a difesa di Soru, non è di Soru politico
    che si parla qui, al massimo di Soru imprenditore.

    Io in Tiscali ci ho lavorato per 4 anni, non posso dire di conoscere bene tutte le dinamiche
    aziendali ma un’idea su alcune cose me la sono fatta e credo che la verità stia un po nel mezzo
    tra le parole di Senes e quelle dell’anonimo. Ma per indole sono sempre più vicino a chi sta
    sul “fronte” tutti i giorni che non su chi sta più vicino al management.

    Cordialità

    • La tua posizione stà nel centro. Onde per cui non sei democristiano! Essere vicino ai lavoratori non significa sempre che tutti loro abbiano ragione. Quell’intervento scudia a pudda po ferri a caboni, tanto per intenderci tra noi che abbiamo studiato ad Oxford! Era palese e manifesto l’intento di mettere in cattiva luce il Soru politico utilizzando e strumentalizzando il Soru manager. E chissà perchè sempre ad orologeria, sempre quando qualcuno tenta di darsi uno scossone e rialzare la testa. Quel progetto di Sardegna non si è mai fermato, è ormai scritto nel nostro dna e se non oggi, domani, verrà realizzato.

  5. Di Legno says:

    Soru è di sinistra.

    • anonymous says:

      oh di legno, ma cosa c’entra? comunque, soru è di sinistra, te lo dico io. pensa che è stato il presidente di regione voluto da luciano uras e da tutta SEL!!! ti du immaginasa? E se non sbglio, pensa che alcuni attuali dirigenti di sel reclutavano i “volontari per soru”, anche se loro stavano al bar mentre gli altri svolantinavano;-)). insomma, candu si cumbenidi soru non est di sinistra.

  6. cambionick says:

    è davvero bizzarro che un dipendente Tiscali, che ha lavorato a sardegna24 come dg e poi nuovamente in Tiscali scenda in campo a difendere l’azienda minimizzando i problemi reali della stessa e soprattutto utilizzando il tipico atteggiamento aziendale col quale si tende a minimizzare le capacità di critica dei dipendenti che lavorano in azienda ignorando il 99,9% delle loro argomentazioni…

    poi questo non toglie che ognuno è libero di avere le proprie opinioni su tutto, io non sono del tutto contrario alle cose scritte dal sig. Senes, ma di certo il suo intervento fa molto più male all’azienda di quello del suo collega, perchè finalmente qualcuno sta cercando di tirare fuori quello che succede dentro Tiscali e cercare di “nasconderlo” per difendere chissà cosa non è utile a nessuno…

  7. Random says:

    Soru vattene!
    I sepolcri imbiancati hanno fatto il loro tempo.

  8. argiolasfabio says:
  9. CarloS says:

    Il problema è che siamo a maggio a nessuno sa quali siano davvero i progetti di Tiscali per il secondo semestre del 2012, dopo il quale scadranno i contratti di solidarietà e bisognerà riparlare con le banche per avere altro credito o avere un serio business plan per sopravvivere. E che nel mentre l’uomo Soru, per via del suo modo di fare e di come lo fa, si è fatto tanti di quei nemici politici percui l’attacco a lui diventa l’attacco a tutta Tiscali. E concludo dicendo che al grande moralizzatore e possessore di una visione unica, avanzata eccetera della Sardegna, la bega da svariati milioni di euro evasi al Fisco non giova affatto all’immagine di messia che pretende di insegnare agli altri come si vive. Purtroppo. Per lui e per i dipendenti di Tiscali. Dunque: cominciamo col fare chiarezza, col dire cosa si vuole fare dell’azienda.
    Un altro dipendente Tiscali, non alla prima esperienza di lavoro

  10. anonimo says:

    Bene diat faghet Soru a che licenziare totus sos mandrones chi non faghen sos interessos de s’azienda! Unu cossizzu a Soru: assumere zovanos clientes de Tiscali, chi ant isseperau una azienda sarda.

  11. Gentile Senes,
    il suo tono è forse più maturo rispetto alla lettera precedente, ma nessuno dei due (credo, potrei sbagliarmi) individua il nodo principale della faccenda. Tiscali è in crisi (inutile negarlo ed aver paura di certa stampa, non mi pare abbia senso) perché è in crisi il modello industriale in una realtà come quella sarda, essenzialmente per un problema legato al fattore di scala. Se lei lavora da trent’anni, avrà sentito parlare della vicenda Olivetti. Il Personale Computer venne di fatto inventato ad Ivrea (ricorda il mitico M24?) ma per ragioni di scala (e perché ritenuto prodotto strategico dagli Stati Uniti, che vincolò di fatto la cessione di componentistica VLSI necessaria per concorrere sul mercato) l’azienda smise di produrli (ai tempi il concorrente era IBM!) nonostante fosse un prodotto di punta, validissimo e di sicuro successo.
    Per Tiscali è lo stesso: c’era spazio quando venne costituita (e rappresentò prima di tutto un’operazione finanziaria, non dimentichiamolo) non ce n’è più adesso (soprattutto perché gli aspetti finanziari non sono più rilevanti).
    Avrà senso il suo discorso in senso generale (soprattutto per gli aspetti «esistenziali») ma per il resto evita la realtà.
    In ogni caso, che si voglia o meno, è necessario fare i conti anche con la figura di Soru politico, che di fatto, durante il periodo come amministratore regionale, non affrontò il problema gravissimo dell’indirizzo industriale. Questo pare che nessuno lo consideri ed è un male (da qualunque parte si stia, anche da quella di Soru)!
    Cordialmente,

    • Gentile Ainis, concordo abbastanza con Lei sul fatto che ogni momento storico rifletta diverse realtà industriali, che esista un problema di scala, e che Tiscali – a suo tempo – abbia prodotto una bolla finanziaria, peraltro gestita in modo “forte”.
      Non concordo, però, con il riferimento a Olivetti. Questa era un’azienda che produceva prevalentemente hardware, per il quale era apprezzata a livello mondiale: la qualità della componentistica, il design e le innovazioni erano effettivamente all’avanguardia. E non si può dimenticare il ruolo e l’immagine della stessa famiglia Olivetti, fra le più impegnate dinastie industriali in vicende sociali e culturali, fra le quali l’urbanistica.
      Quando venne introdotto lo M24, il mercato si stava spaccando: da un lato, Motorola e Apple, con un sistema operativo in evoluzione, dall’alfanumerico dei modelli II e III, alla metafora desktop di LISA e MAC; dall’altro, INTEL e l’IBM, riccamente “Basica” e alfanumerica, ancora indecisa su DOS o CPM. Che IBM sia poi riuscita a fare harakiri non comprandosi per tempo nè INTEL nè Microsoft, che pure aveva imposto come standard, è storia nota.
      Nel mentre, una nuvoletta di altri produttori (fra i quali Olivetti, appunto), produceva personal non “standard”, in genere migliori – per prestazioni e concezione – dell’ IBM: basti citare il Victor, il Rainbow della Digital, le macchine della HP. Alles Kaputt, con l’eccezione della HP, che dovette però provvedere a mollare la patata bollente dei suoi progetti e stendersi a tappetino a produrre ossequiose imitazioni del PC (in realtà dell’AT) IBM. Venne poi Compaq, gli orientali, etc etc.
      Il buon personal italiano finì dunque nei rifiuti con gli altri, ma ci volle lo spezzatino voluto dal nuovo proprietario dell’azienda per massacrare per benino il nome stesso della Olivetti, un nome consacrato alla Storia, come Kodak, Polaroid e la stessa Big Blue IBM, ma purtroppo dalla Storia stessa posto a rischio.
      Quello che colpisce, è il cinismo con il quale – della Olivetti – si sia celebrata una specie di damnatio memoriae, facendo sparire il brand.
      Perchè richiamo questi fatti? Semplicemente perchè sono convinto che un buon nome abbia comunque un valore, e che Tiscali debba essere annoverato – che piaccia o no – fra i nomi importanti, anche in un momento nel quale la volatilità dei prodotti tende talvolta a far evaporare anche i nomi più riusciti e affascinanti, come Video on Line, per esempio.
      Tiscali è un nome “sardo”, e io – da sardo – ne sono orgoglioso.

      • Gentile Campus,
        il succo è che Tiscali è in crisi (e soprattutto è necessario capirne i motivi, peraltro tutto sommato semplici).
        Su Olivetti potremmo parlarne dottamente per giorni, immagino, ma lei ha torto (nonostante la buona conoscenza dei fatti e la mia citazione improvvida dell’M24). Definire Olivetti un produttore di HW (nel senso comune del termine) è del tutto fuori luogo (siamo alla metà degli anni ’60). Il concetto di PC lo inventò Olivetti (nel senso di azienda, ho avuto il piacere di conoscere il mitico Perotto http://it.wikipedia.org/wiki/Olivetti_Programma_101). Quando comparve M24, Olivetti era in via di decomposizione, esattamente come Tiscali al giorno d’oggi. Aveva inventato Programma 101, tentato con il 652, si distrusse con M24 cercando di sopravvivere in un mercato per il quale non era strutturata: per suicidarsi avrebbe potuto scegliere altri metodi (e Tiscali sta facendo lo stesso, forse con esiti simili).
        Sullo spezzatino di DeBendetti la penso diversamente. Olivetti avrà avuto un buon nome (Adriano lo ricordano ancora, come Ceco Beppe in Veneto) ma era decotta e le aziende non vivono di nomi (anche quando sono utili per ramazzare soldi sui mercati finanziari). Ecco il motivo della mia citazione (che credo valida come similitudine).
        Sul nome, lei ed io parliamo d’altro. La mia era una battuta e si riferiva al fatto che per scegliere un nome «sardo» da lanciare sul mercato con piglio aggressivo, Tiscali è nome debole, perché si riferisce (secondo la vulgata popolare) a un pugno di persone nascoste sotto terra come topi. Che poi nello scegliere i nomi Soru sia un fallimento, lo indica anche il fatto che lei glissa su SharDNA (pietoso, non solo per gli evidenti echi razzisti).
        Cordialmente,

        PS – Ma dove sono gli indipendentisti che vogliono la Sardegna ai sardi? Non vogliamo riflettere su quanto accadrebbe se il prossimo disastro Tiscali accadesse in uno stato indipendente delle dimensioni (e condizioni) sarde?

        • Gentile Ainis,
          chiacchierare con Lei è per me sempre piacevole, anche se rischia di annoiare altri partecipanti alla discussione.
          Nel tentativo di evitare tale pernicioso esito, cercherò di essere lapidario:
          – il mitico 101 altro non era che una calcolatrice elettronica, in grado di fare sostanzialmente operazioni da scrivania; pur programmabile, aveva troppo pochi “passi” per assomigliare anche lontanamente a un personal nella accezione anni 80 (fosse anche un Commodore 64 con i suoi peek e poke);
          – in qualche modo, proprio macchine come il 101 evocano il ruolo di Olivetti come produttore di hardware (e che altro, se no?): macchine da ufficio, con grande design, destinate a “lavorare sodo” e “durare”; perchè? perche non erano niente di più di hardware;
          – il computer, all’epoca, era ben altro: basta spostare di una lettera l’acronimo IBM e abbiamo subito HAL, e quindi HAL 9000, il mostruoso computer di Kubrik in 2001 Odissea nello spazio. Era il momento dei Cray e degli Amdhal, dei giganti ritenuti in prospettiva capaci di “pensare” – anche male – al posto dell’uomo;
          – sappiamo tutti come questo inquietante paradigma sia stato smontato proprio dal vero personal, un tranquillo elettrodomestico, reso poi interprete delle meraviglie della rete; un elettrodomestico che – salvo forse Apple, ma solo per un certo tempo – ha ben presto abbandonato qualunque velleità di oggetto di design, aprendo la strada agli assemblati e al low cost: altro che oggetti di culto e durabilità della forma: l’obsolescenza e la crescita esponenziale delle risorse richieste ha fatto fuori ogni macchinetta che non sia stata usata come un sistema di scrittura o per fare la gestione dei condomini;
          – per almeno due decenni si è cercato di far fare ai personal quello che facevano – a fatica – solo le workstation: ho visto schioppare robetta da centinai di milioni di lire del tempo – tipo Tektroniks, Matra, Silicon Graphics, Sun, Apollo e chi più ne ha più ne metta – nel semplice tentativo di caricare una cartografia o di calcolare le hidden lines di una piazza a Bergamo Alta in 3D. Ho usato macchine storage-refresh sperando che un giorno – complice Tron – un terminale raster cessasse di costare come una casa;
          – finalmente, a furia di videogiochi e di evoluzione delle memorie e dei processori, si è potuto fare in modo che – dalle macchine fotografiche, ai telefonini e, ovviamente, a tutti gli altri tipi di computer – l’interfaccia iconica e la qualità dell’immagine rendessero l’uso del calcolo computerizzato e della gestione di quantità imponenti di dati alla portata di tutti: chi si preoccupa più dell’hardware (preoccupazione dominante quando per aggiungere 128 K ad un AT bisognava spendere una tredicesima) al giorno d’oggi? solo che deve fare cose molto “pesanti”, come gestire in tempo reale modelli complessi; per gli altri, l’offerta supera normalmente la domanda di risorse;
          – per quanto detto, il rapporto storico di Olivetti con Ivrea o Pozzuoli, l’immagine fisica dell’azienda e dei suoi prodotti ha mostrato la corda, tale e quale come Bang & Olufsen, o Brion Vega: oggi tutti i prodotti – perfino le auto – sono rigorosamente uguali fra loro quanto anonimi; in genere, per l’intervento malsano del “restiling”, i nuovi modelli sembrano più vecchi degli originali, che avevano goduto del design vero; le vere innovazioni, che ci sono, non si vedono: sono “dentro” e – generalmente – vengono usate per convincere qualcuno che non può sopravvivere se non si sbarazza del suo amplificatore MacIntosh a valvole (peraltro mai usato);
          – quando si è cominciato – in Sardegna, e non solo – a capire il ruolo e l’importanza del software, si è anche capito che il buon software si poteva fare non solo nel Triangolo delle Bermude o sul Monte di Venere (per dire), ma anche in Viale Marconi o giù di lì. La nostra finestra, che fino a ieri si apriva su via Canelles, oggi si apre (per dire) su Wall Street o sulla borsa di Shangai: se hai una buona idea, ci sei;
          – fare software è – però – altrettanto frustrante che fare hardware: c’è sempre qualcuno che lo produce migliore del tuo e a costo inferiore: non bisogna inventare ogni volta l’ombrello o l’acqua calda, ma sapere che col primo non ti bagni e con la seconda si, può tornale utile,
          – infine, Tiscali: continuo a pensare che sarebbe meglio se, invece di pensare a come seppellire un nome perchè non puzzi, si pensasse a usarlo per caratterizzare cose che possono essere fatte anche in Sardegna; di queste, la più ovvia è il software e i servizi connessi: sono fra le poche cose al mondo che si possano fare anche da noi senza incappare nei problemi che storicamente ci contraddistinguono (salvo la cosiddetta, preoccupante, sardità). Si possono fare. E bene, perfino.

          • Mi piace questo blog perchè vi trovo commenti intelligenti, scritti da persone competenti, che aprono un varco nella mia grande ignoranza; vi prego signori Campus, Ainis, Zunkbuster, Sovjet e gli altri aficionados di continuare a commentare (anche solo a repliche reciproche, anche a rischio di andare fuori tema) perchè pure chi legge solamente, impara. E prova a pensare.
            A me sembra che esista un problema di scala (che poi è un problema di forza -numeri e soldi -)che rende davvero ardua la sopravvivenza di Tiscali (per la quale tutti col cuore parteggiamo) a meno di un drastico ridimensionamento, il che equivarrebbe -forse- alla scomparsa.
            Mi sembra che Golia non si possa sempre affrontarlo con la fionda di Davide, ‘chè questo è azzardo da disperati.
            Grossolanamente intendo ciò che il signor Ainis, in maniera impietosa come sua solita, scrive ed è a lui che voglio fare la domanda:
            Che cosa il Soru politico avrebbe potuto fare per l’industria in Sardegna?

            • Grazie, Madda.
              In attesa che Ainis risponda, aggiungo un dettaglio che mi era sfuggito, a proposito dello stare sottoterra, “come i topi”.
              Se qualcuno stava sotto terra, erano i Vietcong, che hanno scavato qualcosa come 200 km di gallerie; ma, dovendo scegliere un nome vincente, scegliereste Giap o Westmoreland?
              La Sardegna, sul mercato, dovrà sempre fare guerriglia, convinciamocene; quando si diceva “creare dieci, cento, mille Vietnam…” si scriveva anche il nostro destino: dal sottosviluppo si esce combattendo ogni scontro come se fosse decisivo, avendo una chiara strategia complessiva, ed essendo imprendibili come il vento.
              Il che vuol dire, semplicemente, che dobbiamo produrre servizi, e non beni, che non accederebbero ad una scala significativa; questo, anche quando produciamo vino, pane, miele, formaggio o qualunque cosa che possa (debba) essere venduta non come un alimento, ma come un “assaggio di Sardegna”.
              Un sogno senza prezzo, e – soprattutto – senza concorrenti.
              E, ovviamente, la prima cosa da proporre è la Sardegna stessa e i Sardi.
              Ma certo quelli che verranno e che avranno capito, non questi (me compreso, of course).

            • Gentile madda,
              Soru (e gli altri prima e dopo di lui) si è disinteressato del problema di dare un indirizzo industriale preciso alla Regione. In un’isola come la nostra, poco abitata e lontana dai mercati, dovrebbe essere un problema continuamente all’ordine del giorno, mentre pochi (o nessuno!) se ne occupano.
              In un momento come questo, a me pare (opinione personale) che dovremmo chiedere un intervento pubblico forte e non giocare con gli Emiri del Dubai. Se l’hanno fatto negli Stati Uniti (veda l’affare FIAT) perché noi dovremmo averne paura?
              Su Tiscali concordo con quanto dice e ne approfitto per rispondere anche a Campus: concordo sulla necessità di aumentare il valore aggiunto delle produzioni (anche del succo di lumaca del Campidano) ma non è questo che risolve i nostri problemi: abbiamo bisogno di un comparto industriale manifatturiero ben strutturato.
              Cordialmente,

          • Gentile Campus,
            no, non mi getterò in una discussione con lei sul 101. Se lo vuole considerare una calcolatrice da tavolo secondo me sbaglia (e non solo secondo me, ovviamente, c’è una ricca letteratura in merito) ma tutto è lecito (la sua citazione del Commodere è fuori contesto, tra l’altro ed è uno dei motivi del suo errore di prospettiva). Se ne vuole parlare (tempo di entrambi permettendo) la mia è-mail è pubblica.
            Sul nome, le ripeto che stiamo parlando d’altro. Non voglio seppellire Tiscali né penso che puzzi, ho criticato (e continuo a farlo) la scelta originaria: se si voleva una connotazione sarda “forte” avrei preferito qualcos’altro che non un buco per terra dove i pretesi “nuragici” andarono a seppellirsi. Quanto a nomi e capacità di scelta da parte di Soru, noto infatti che lei su SharDNA (un vero obbrobrio) glissa con eleganza.
            Cordialmente,

            PS – Sul tema principale abbiamo lasciato correre, ma mi pare che si sia fondamentalemtne d’accordo: ciò è davvero stupefacente!!

  12. Anonimo says:

    e troppo facile prendersela contro reneto soru,dimenticandosi che tiscali e sua,e quando il cavaliere sponsorizzava cappellacci lui le dava del fallito e nessuno si incazza contro questa giunta regionale che nomina ex giornalisti all’indusrtria e vedi oggi assessori alla sanita’, questo e il vero scandalo della sardegna, per di piu la sinistra e inesistente su tutti i fronti via al piu presto VIA YURI, E COMPANY DAL PARTITO, a tiscali ci sono parenti di soru, a domu mia intrara chini ollu deu !

    • Quando B sponsorizzava Cappellacci contro Soru gli dava del fallito. Beh non ha sbagliato di molto. Fallito alle elezioni, fallito con il fisco, e immoi puru s’aziendina de familla si stairi sciuscendi… Non ho capito se quella di Berlusconi era una previsione o una làgrima… Comunque d’ari inzoddara!

      • Quando B sponsorizzava Cappellecci e dava del fallito a Soru, Tiscali passava in pubblicità sulle reti Merdiaset. Il classico caso di … sputtare sul piatto dove mangi. A parte gli scherzi non capisco come si possa mettere in politica la situazione di Tiscali e magari augurando sotto sotto che Tiscali fallisca. Sicuramente la situazione non è delle migliori.Comunque uno come Soru è da amirare, ci vuole coraggio apprire un’azienda in Sardegna e tenere l’operativo in loco. Finirà che l’azienda verrà venduta a qualche multinazionale ( ricordiamo che il pacchetto clienti e liquidità non sono è da buttar via ) che chiuderà la bella sede di Cagliari e a noi rimarrà il solito pugno di mosche.

        p.s. Grande ZORRO certa gente merita la situazione attuale.

  13. Mi spiace dirlo ancora una volta. Tutto questo polverone è solo UNA QUESTIONE POLITICA! Ogni volta che questo cristiano alza la testa, tentano di decapitargliela. Ai complotti ormai non ci crede più nessuno, però perchè mai nessuno va ad indagare sulle assunzioni politiche, tavolta trasversali, che vengono fatti nella pubblica amministrazione? Penso al Brotzu e nelle Asl, al Casic, al Cacip, ad Abanoa (11 assunzioni categorie protette, assunti tutti sindaci, tirapiedi di politici, qualche trombato della politica), ai consorzi di Bonifica, alla proservice e chi ne ha più ne metta! Questo è uno schifo, una autentica vergogna, roba da magistratura. Per questo non vi indignate vero? Sempre meglio sparare su chi cerca tra mille difficoltà di salvare il salvabile. Meglio colpire Renato Soru vero? Su gli altri politici regionali mafiosi e corrotti non si sente e non si dice mai nulla. Beh certo ora sono tutti impegnati nella campagna referendaria per abolire dicono la casta. Loro???? Intanto le porcherie continuano a farle e le assunzioni pure. Tanto la gente è impegnata a sbeffeggiare Monti ed a prendersela con Soru, micca contro Oppi, Cappellacci, Cappai, Garau, ecc. ecc! Ma kali casta??? Kastia, k’adessi mellusu!!!!!

    • Supresidenti says:

      zorro, il problema non è colpire il politico soru, il problema è sempre lo stesso, si chiama conflitto di interesse. posso criticare un’azienda senza per questo voler danneggiare un politico, un partito o uno schieramento? e posso criticare un politico senza danneggiare una azienda che con mille difficoltà continua a dare 900 posti di lavoro? in un paese normale la risposta sarebbe scontata, qui da noi no.
      e te lo dice uno che stima sia l’imprenditore che il politico, se non fosse che recita due parti nella stessa commedia.
      a si biri

      • Oh Supresidenti, e meno male che lo stimi! E’ inutile girarci intorno. Qui non si tratta di conflitto di interessi, perchè se dovessimo cercarli veramente, tutti i politici ne hanno a fuiadura! Non prendiamoci in giro dai!!! E’ un paese normale secondo te quello dove se dici le cose come stanno e metti i puntini sulle “i”, i politici di lungo corso ti pestano e te la fanno pagare? La Politica in Sardegna somiglia molto più a “cosa nostra”, fatta a spese dei cittadini. Questa è MAFIA, altro che conflitto di interessi di Renato. Perchè si continua a non rispondere sulle porcherie del Casic, del Cacip, delle Asl, del Brotzu, di Abanoa, dei Consorzi di Bonifica e di tutti quegli Enti Pubblici, dove abbondano parenti, amici e persino qualche compagno. Mai sentito una parola, e comunque sempre poco, sull’Aias dei Randazzo’s Family, sui Tunis’s Family, sui Fadda’s Family, Oppi, Cappai, Lombardo, Massidda, Floris, ecc, ecc. Loro conflitti di interesse no eh??? Altro che il Trota!!! Allora diciamolo chiaro e tondo: TUTTA QUESTA CLASSE POLITICA SARDA E’ IN CONTINUO E DURATURO CONFLITTO DI INTERESSI! Troppo semplice prendersela contro Soru e sorvolare, come sempre si è fatto, sulle travi degli altri! Po sa caridadi….

        • senzasenso says:

          ma non si stava parlando della politica industriale di Tiscali? Cosa c’entra il PD, Soru e la “Mafia sarda” che cerca di far fuori il “condottiero Renato “?

  14. Marìo says:

    Nel leggere la lettera del dipendente Tiscali, ho avuto anchi’io la sensazione del “siamo tutti allenatori” “siamo tutti AD”.
    E’ vero, esistono realta molto peggiori di Tiscali ma ce ne sono anche di migliori (magari non in Sardegna), dove ai dipendenti viene garantita un’adeguata formazione (in orario di lavoro).
    Mi chiedo quale sia l’aspettativa di vita di un’azienda con un simile umore tra i dipendenti.

  15. ANDREA COIS says:

    MA DI QUESTI TEMPI, VISTO I COMMENTI, RIGUARDO AL LAVORO ,MA NON E MEGLIO ASSUMERE PERSONE PROSSIME ALLA PENSIONE CHE RAGAZZI PIENI DI AMBIZIONE ?

  16. carlo 76 says:

    Chi si lamenta non si rende conto che nella maggioranza dei call center outbound si lavora con contratti a progetto dove vieni pagato in base alle vendite. E’ giusto lottare per i propri diritti però bisogna anche rendersi conto che in un momento di crisi il contratto collettivo nazionale delle telecomunicazioni viene riconosciuto da poche aziende .

  17. Anonimo says:

    Qui non si tratta semplicemente di dire la propria opinione nè l’intento è attaccare personalmente qualcuno. Occorre piuttosto guardare la situazione con obiettività: proprio perché la situazione è quella che è. La crisi è forte (per quanto indotta, ma questo è un altro discorso) ma proprio per questo un’azienda, dipendenti compresi, dovrebbe comportarsi con oculatezza e avere una strategia, fosse anche conservativa. Il problema è che qui non si capisce più dove si sta andando. Esiste una controparte aziendale col quale ‘dialogare’: i sindacati. Nolenti o volenti sono ancora l’unico strumento utile per i lavoratori. Ecco, se l’azienda ha una strategia perché non dirla apertamente? Foss’anche spezzettare l’azienda e cercare di venderne parti. La crisi non giustifica affatto metodi vessatori dell’AD nei confronti di chiunque. All’AD si chiede di fare il suo mestiere non di fare il grafico, il product manager, il programmatore, l’ufficio personale, insomma l’esperto di tutto. Pretendere di fare tutto da sè nella presunzione di saper fare tutto è arrecare un ulteriore danno all’azienda intera, specie in momenti come questi dove le professionalità andrebbero utilizzate al meglio. La lettera inviata non ha l’intento di gettare fango su nessuno. Descrive una situazione obiettiva e cerca di sollevare il velo su un’azienda come Tiscali proprio per la sua importanza sociale. Perché se gli stessi dipendenti non si mobilitano, e continuano a subire decisioni folli (e tu Roberto sai a cosa mi riferisco) l’azienda ha il destino segnato. E’ una questione matematica. Anche il bilancio 2011 ha evidenziato una sempre maggiore crisi di liquidità. Perché non dirlo apertamente? Sappiamo anche che l’azienda ha comunque delle potenzialità ancora inespresse ma se non si da’ l’opportunità di esprimerle senza una ragione oggetttiva com’è possibile andare avanti? Quando l’azienda va a eliminare o depotenziare settori produttivi perché fatturano non si capisce dove sia la logica nè che disegno ci possa essere. Io capisco la paura di perdere il posto di lavoro ma questo è proprio ciò che potrebbe accadere laddove l’azienda non cambiasse rotta. Un’azienda è giusto che si riorganizzi, che ai lavoratori venga chiesto anche di cambiare mansione per salvarla ma questo andrebbe fatto con metodo e secondo un obiettivo condiviso anche coi sindacati… In Tiscali è successo e succede questo? Sai bene che non è così.

  18. Simplicius says:

    Non siete un’azienda allo sbando.
    Solo per quattro anni non siete stati capaci di far funzionare le domiciliazioni bancarie e avete dovuto richiedere i soldi tutti insieme.
    Non siete un’azienda allo sbando. Solo non siete riusciti a mandare in lavorazione un trasloco di una linea ADSL in quattro mesi (QUATTRO MESI!!) e con me tanti altri.
    Non siete un’azienda allo sbando. Solo che per anni nella zona di Viale Trieste avete avuto un black out quotidiano dal lunedi al venerdi dalle 13 alle 15. Tutti i giorni.
    Non siete un’azienda allo sbando.
    No, macché.
    E basta con il trincerarsi dietro “non sparate su un’azienda sarda” perché questo è prendere per il culo e cercare scuse per essere impresentabili.
    Esasperato dalle vostre incompetenze amministrative, tecniche e infrastrutturali (ètuttacolpadellatelecom!!!!!!!!!!!) in 48 ore ho avuto una nuova linea con un operatore serio nazionale. Ho fatto il contratto via telematica e dopo due giornate lavorative avevo a casa il tecnico che installava tutto. Tre anni fa. E da allora, mai un black out, mai un problema sui pagamenti, mai sorprese in bolletta.
    I provider non si dividono in sardi e non sardi: Si dividono fra capaci e incapaci.
    Chiudo con una citazione apocrifa che qui ci sta bene.

    «Non siete un’azienda allo sbando”. Di Legno

    • In questo commento metti in mezzo cose che, lato cliente, sono necessariamente “in mezzo”. Dal punto di vista aziendale, però, sono ben diverse.
      Sul discorso amministrativo-bancario puoi avere ragione.
      Su quello tecnico, non necessariamente. Sembra una barzelletta, ma spesso è colpa VERAMENTE di Telecom se le cose sulla linea non vanno. Non è che Tiscali (o Tele2, Libero, ProviderAScelta) mettano centrali nuove e cavi. Se c’è un problema spesso è a monte.
      Questo per la precisione. Ti posso garantire che problemi come quelli di cui ti lamenti si possono rintracciare in tutte le compagnie telefoniche.

      • Simplicius says:

        Non esistono “punti di vista aziendali” e “punti di vista del cliente”. Se un’azienda non è capace di offrire un prodotto valido esce dal mercato sic et simpliciter. Io non sono andato con la Telecom ma con un altro provider che, come Tiscali, subisce questa follia dell’ultimo miglio Telecom. Eppure non ho avuto più nessun problema: assistenza tecnica 24ore su 24, nessun black out in tre anni e nessun problema in bolletta. Oltre al download tre volte più veloce e stabile. Sto parlando di un provider effiace come monitoraggio tecnico, come gestione finanziaria e come customer care. Tutte cose che Tiscali non è in grado di garantire, tutto qui. Il prodotto che offre Tiscali non è valido. Tutti qui i problemi.

    • Ho-ho… mandato e-email… per gnente. E allora? Comme fare…

    • Sovjet says:

      A me l’adsl me l’hanno messa in tempi accettabili e funziona abbastanza bene…

  19. pisenti says:

    Sono un dipendente del ministero dell’Interno e posso assicurarti che per quarant’anni ho dovuto difendermi dai soprusi dei dirigenti padronali, quelli che erano convinti che l’amministrazione della Pubblica Sicurezza era di loro proprietà!!!

  20. Aramis says:

    Chapeau!
    Dove lavoro è sconsigliato pure avere figli. O meglio, puoi averli, ma dopo tanti saluti. Siamo un costo, non un fattore di produzione.
    In Tiscali, si legge sui giornali, il giudice ha obbligato l’azienda a riassumere una signora in malattia impegnata però a fare televendite in continente. Il dipendente di Tiscali dell’altra lettera perché non ha scritto in quell’occasione, per solidarizzare con l’azienda e con I colleghi scorretti contro quelli scorretti come la signora suddetta? Diciamo la verità: la lettera, la sua pubblicazione, le accuse addirittura di appropriazione indebita di soldi pubblici, a me sembrano solo politica. Scorretta.

  21. Sovjet says:

    Tutto vero. Io lavoro in una pubblica amministrazione dove sovente ci si dimentica che in fin dei conti si è dei privilegiati (anche se ancora per poco) e che confrontata a quella vissuta da molte lavoratrici e lavoratori del settore privato o dei molti precari di quello pubblico, la nostra è una situazione a dir poco felice.
    Però il fatto di essere in una situazione migliore rispetto alla media non risponde alla domanda principale: l’azienda sta facendo quanto è nelle sue possibilità per reagire alla crisi e rilanciare le sue attività oppure no? Credo che il punto sia tutto qui. “Nemo ad impossibilia tenetur”, nessuno è tenuto a fare cose impossibili, dicevano gli antichi giuristi romani e credo che non possa essere preteso neppure da Tiscali e da Renato Soru. La lettera precedente mi pare ponesse l’accento sul fatto che, nell’ambito del possibile, non tutto si sta facendo.
    Può essere frutto del fatto che non si conoscano i piani industriali, che non si sia in grado di comprenderli, che si abbia la pia illusione che “cambiando allenatore” la squadra torni a vincere. Però credo sia una domanda legittima per chi ritiene che un pezzo importante della propria vita sia legato a quello dell’azienda in cui lavora.
    Domanda a cui questa lettera però non risponde.
    Poi ci sono i fatti e le opinioni che noi abbiamo dei fatti…possiamo vedere la bottiglia mezzo piena o mezzo vuota, ma ancora non mi pare di aver letto che nella bottiglia il liquido c’è, di quale sostanza e in quale quantità…

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