Sardegna

Dice Andrea: “Per i giovani sardi dovrebbe essere obbligatorio passare sei mesi della loro vita all’estero”. Giusto, ma se poi non tornano? Meglio per loro!

Andrea Atzori è un amico mio, di quelli svegli. Ha scritto “Brogliaccio del Nord”, un libro sulla sua esperienza da studente sardo Erasmus in Estonia. Ieri lo abbiamo presentato e il dibattito è stato molto interessante e coinvolgente, anche perché alla fine si è giunti a due conclusioni che meritano di essere discusse.

La prima è questa. Dice Andrea: “I giovani sardi dovrebbero obbligatoriamente passare sei mesi della loro vita all’estero. La Regione dovrebbe finanziare e sostenere questa iniziativa che servirebbe ad aprire loro la mentalità, a capire che c’è un orizzonte più vasto rispetto a quello che possiamo percepire stando nella nostra terra”. La proposta è utopica e, per questo, terribilmente seria. Una sua variante più concreta potrebbe essere questa: nell’ambito del nuovo accordo sulla continuità territoriale, le compagnie aeree si impegnano a regalare biglietti omaggio ai giovani sardi tra i 18 e i 25 anni, in modi e forme ovviamente da regolare.

Seconda conclusione. Sollecitato dal moderatore, interviene dal pubblico il giornalista Giacomo Mameli. Che porta due esempi straordinari di altrettanti giovani sardi che, partiti all’estero per studiare, hanno trovato lontano dall’Italia una piena realizzazione professionale. “Che ce ne facciamo di queste intelligenze? Che cosa possiamo proporre loro, una volta tornati qui? Nulla”.

Andrea oggi vive in Germania, si occupa di giornalismo e di editoria, ha preso una specializzazione ad Oxford e, sinceramente, in Sardegna non ci sta a far niente. Non perché uno come lui non ci serva, anzi; ma perché è il contesto nel quale sarebbe costretto ad operare che renderebbe vano il suo ritorno.

Sotto questo aspetto, è chiaro che una società cresce tutta assieme, oppure non cresce. E a nulla servirebbe il ritorno dei cervelli, se la politica non funziona, se le imprese non funzionano, se la pubblica amministrazione non funziona, se l’Università non funziona.

Rischiare però bisogna. E dunque anch’io sposo l’utopica proposta di Andrea. I giovani sardi vadano per il mondo per almeno per sei mesi. Torneranno diversi, meno pavidi e maggiormente pronti ad affrontare la crisi che ci sta per travolgere. Se poi resteranno “fuori”, meglio per loro. Saranno sicuramente delle persone più felici e più realizzate, senza frustrazioni e senza rimpianti. Con un po’ di nostalgia di casa, certo. Ma con internet e i voli low cost tutto cambia, gli emigrati di una volta non esistono più.

Voi dite: “Ma allora che ne sarà della Sardegna se le migliori intelligenze andranno via?”. Ma scusate, questa domanda se le devono porre i politici, non i giovani disoccupati! Perché dobbiamo far cadere su di loro la responsabilità del futuro di un popolo? I giovani pesino alla loro felicità, al loro futuro e non si lascino schiacciare dalla cattiva coscienza sarda. O no?

 

40 Commenti

  1. Vincenzo A says:

    Io sono stato fuori, ho vissuto e studiato in Italia (continentale, intendo) e all’estero, ho imparato, ho aperto la mente, ho conosciuto tante persone in gamba, ma poi sono tornato.
    Per dare il mio contributo alla mia terra? In parte. In parte, perché temevo di non sopportare la nostalgia, e se non tornavo prima di mettermi a lavorare fuori non sarei riuscito a tornare più, come fanno tanti.
    Allora pensavo che comunque la qualità della vita fosse data molto da fattori come il mare, l’aria, la famiglia, le radici.

    Speravo di poter essere apprezzato per quello che valevo, non per diventare il messia ma per potermi esprimere secondo le mie capacità.
    Poi è successo che il poetto è stato rovinato, l’aria è inquinata anche qua, le persone sono isolani di testa, la famiglia c’è ma gli amici stanno in giro per il mondo appunto; e ti tarpano le ali in tutto e per tutto.

    Oggi spesso mi chiedo se non ho fatto una stupidaggine a tornare. Ma evito di darmi risposte. Tanto di ripartire non avrei più la forza né la gana, anche se so che sarebbe la cosa giusta.

  2. Concordo con l’articolo ed aggiungo che proprio questo pomeriggio, girando per Bangkok, pensavo che mi verrebbe piu’ facile fermarmi qui e dare supporto ai uno dei tanti progetti di sviluppo di questa nazione che fare la stessa cosa in sardegna. la ragione essendo che in sardegna spesso le persone parlano come se avessero gia’ tutte le risposte. succede, a chi si fa le domande da solo.

    P.S. Ho preso i miei ‘sei mesi’ tre anni fa, ovviamente a carico mio… (non ho necessita’ di mammaregione per prendere le mie decisioni. come non ne hanno bisogno le decine e decine di australiani, neozelandesi, inglesi, ‘tuttoilmondesi’ che incontro lungo il cammino: si va in un posto e si cerca lavoro… questo e’ quanto ed e’ anche il bello e l’istruttivo della faccenda) e ora sto facendo un giro intorno al mondo. Avevo intenzione di farlo da tantissimo tempo, ma e’ stata l’aria ‘fresca’ respirata altrove che mi ha dato la spinta per farlo davvero. Peccato che non abbia avuto il coraggio di farlo da piu’ giovane… mea culpa. Bravo Vito che invita ad avere quel coraggio e per parte mia dico che serve solo il coraggio del primo passo, il resto va da se’ ed e’ sempre una fantastica esperienza di vita. Anche le parti dolorose, forse quelle anche di piu’.

  3. Innanzitutto ringrazio Vito Biolchini per lo spunto di discussione davvero interessante.

    Mi sono fatto una domanda, più o meno simile, già tempo fa alla quale non ho ancora dato una risposta: “Quanto è giusto sacrificare se stessi lavorativamente parlando per una nobilissima causa come quella di rientrare in Sardegna per dare il proprio contributo migliorativo e godere della bellezza della nostra casa?”

    La risposta che mi sono dato, da studente sardo a Milano (ed attualmente da ricercatore a New York) è che ognuno deve essere fondamentalmente libero di fare la scelta che maggiormente lo soddisfa senza però svincolarsi dalle responsabilità che ciò comporta.

    Credo intervengano in una scelta simili tantissimi fattori diversi…
    Dalla questione lavorativa a quella sentimentale o perché no alla preferenza per un altro paese credo sia comunque in ultima analisi una questione di sensibilità…

    Quanto sei disposto a sacrificare della tua realizzazione professionale a fronte della soddisfazione di poter godere della tua terra nel tentativo di darle uno slancio in prima persona?

    Credo che la scelta più nobile sia quella di fare rientro ma non mi sento minimamente di condannare chi al lavoro, al fermento culturale e ad altri importanti fattori mancanti nell’isola finisce per dover scegliere, gioco forza, il disterru.

  4. francu says:

    e ci creu. Ma le avete viste le pivelle estoni?

  5. Obbligare i giovani ad andare all’estero per me non è giusto. Bisognerebbe dare loro la possibilità, favorire i soggiorni con stanziamenti ad hoc, ma non obbligare.

    Mi è piaciuta la frase “…se l’isola si condanna da sé, pazienza, prenderà i frutti aridi di quel seme secco che ha seminato, le ere andranno avanti comunque, si susseguiranno, dust in the wind, come cantava qualcuno…”.
    Dice: ma la Sardegna si spopola. E allora ?
    Dovremmo ancora dolerci della tragica scomparsa dell’antica città di Luni ?
    Il fatto che in Sardegna ci abitino 1 milione, un milione e mezzo, 500.000 persone, in se non è ne un bene ne un male. Ci abitano quante se ne possono mantenere. E non perchè lo decido io, ma perchè la forza della Storia impone ciò.

    Eppoi finiamola con la retorica dei giovani talentuosi sardi che emigrano e dei pirla che rimangono sottomessi al potere corrotto della classi dirigenti dell’isola. Tra chi emigra e chi rimane ci sono le persone valide come gli inetti.

  6. ilgiullare says:

    sei mesi fuori…e chi paga? bell’idea il viaggio gratis, ma… e il soggiorno di sei mesi in terra straniera a carico di chi?
    siamo seri: le famiglie di oggi non si possono permettere di mandare uno o due figli a star in spagna, francia, inghilterra, germania ‘a conoscere e capire il mondo’. chi ne ha facoltà è perchè se lo può permettere, chi non se lo può permettere,all’estero ci va per non morire di fame.

    • Giullare, i fondi Erasmus sono fondi europei, ovvero l’Europa paga e gli studenti ricevono una borsa che permetterà loro di fare l’esperienza, preziosa, di studio all’estero. Il viaggio è già pagato. Questa è una possibilità enorme per i giovani, eppure ho sentito di gente che dopo ricevuta la borsa non parte per paura. Spesso non è questione di soldi, ma della testa della gente..

    • E’ piu’ interessante l’idea del gap year, dove per chi non l’avesse capito, al massimo ti paghi il viaggio e parti con qualcosina da parte per i primi giorni, ma poi ti cerchi un lavoro nel paese in cui vai. Prima che qualcuno obietti: un lavoro anche malpagato? La risposta e’ si, perche’ lo scopo del gap year e’ quello di affrontare se’ stessi e conoscersi meglio in situazioni in cui o tiri fuori le palle o soccombi, perche’ sei solo senza mamma e papa’. Poi se c’e’ chi non condivide, pazienza, ma il senso vero dell’esperienza all’estero e’ questo qua, altrimenti non si impara nulla.

    • tipo lavorare… mentre si sta all’estero? idea troppo ‘rivoluzionaria’? troppo atipica?

  7. Soviet says:

    Su questo tema mi sento di fare alcune riflessioni, senza pretesa di scientificità o di particolare acutezza (d’altra parte ” cunformi a su stampu, su babballotti!” e quindi uno ragiona con la testa che ha…). Capisco che qualche sardo si innervosisca quando si parla di andare all’estero: la nostra è un’isola di migranti, non pochi di noi – io compreso – siamo nati fuori Sardegna perché figli di migranti. Credo che sia un trauma che resta…d’altra parte, i tedeschi ostacolano l’adozione di misure anticrisi anche perché terrorizzati dall’effetto dell’inflazione, che in Germania dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale fu una delle cause della dittatura nazista. Ma i traumi infantili devono essere superati ed io credo che se c’è una cosa di cui si ha maledettamente bisogno in Sardegna è l’apertura mentale e un po’ più di fiducia in se stessi. Nel 1990, ero studente durante il movimento della Pantera e ho avuto modo di incontrare il mio professore di diritto del lavoro di allora perché con altri avremmo voluto una carta dei diritti dello studente. Una delle cose che mi ripeteva il professore era che la cosa migliore che si potesse fare in Italia era consentire ai propri giovani soggiorni di studio all’estero, in modo da poter toccare con mano come le cose funzionano (o non funzionano) da altre parti. Un altro professore diceva sempre che, aldilà del valore dello scambio culturale, lavorare fuori o in collaborazione con strutture straniere ci fa capire una cosa fondamentale: che in fin dei conti non siamo peggio degli altri…
    Io credo che in queste due posizioni complementari ci siano le ragioni della correttezza del ragionamento di Andrea Atzori: vedere come funziona il mondo, prendere coscienza che non siamo sfigati per diritto di nascita.
    I due professori erano Pietro Ichino e Gianfranco Bottazzi…

    • gentarrubia says:

      non so com’era Ichino nel ’90 ma so com’era Bottazzi nel 2000. sebbene in linea di principio è condivisibile ciò che dice il primo, oggi come oggi mi sembra che la sua idea di mercato del lavoro sia decisamente distante da ciò che pensa il secondo.
      se è la flessibilità e la precarietà ciò che dobbiamo imparare dagli altri paesi, ne faccio a meno…

    • Soviet says:

      Però Gentarrubia, non mischiamo le cose…Personalmente condivido poco le posizioni di Ichino, ma non cadiamo in argomentazioni ad personam, che restano sempre errori di ragionamento. Va dato atto ad Ichino di essere una persona di grande onestà intellettuale: quello che che pensa lo dice, lo faceva allora, lo fa adesso. Si può non essere d’accordo, ma gliene va dato atto. Il pensarla diversamente non mi impedisce di ricordarlo come uno dei migliori professori che ho avuto, per il modo in cui trattava i suoi studenti (ed era già uno dei migliori giuslavoristi italiani) e per il metodo didattico. Certo, la differenza di idee tra lui è Bottazzi era ed è enorme, Ichino è un esempio della borghesia liberale (o “liberal”, anche se lui non ha firmato la richiesta di dimissioni per Fassina) illuminata milanese – quella rimasta nel campo del centro-sinistra nonostante tutto (credo che avrebbe fatto molta più fortuna nel PDL o in qualche altra formazione del centro “mobile”, invece di essere senatore del PD sotto scorta…), mentre Bottazzi è fondamentalmente un marxista-gramsciano con una solida formazione pratica e teorica.
      Resta il fatto che andar fuori per vedere come funzionano le cose (avendo gli strumenti per capirle) innalza le aspettative delle persone, che hanno molte più difficoltà ad accettare lo status quo e magari – certo non sempre – si mettono anche nelle condizioni di operare per cambiarle. Serve massa critica che spinga, perché se andiamo fuori io e te e siamo soli, alla fine o ci deprimiamo rientrando nel gregge oppure ce ne torniamo fuori “de pressi”.
      Nella mia esperienza, quando nell’ambito di progetti o ricerche o per qualsiasi altra ragione mi sono dovuto confrontare con miei equivalenti stranieri non è che fossero molto meglio o molto peggio di me…tanto per dire che noi non siamo i più cazzoni del Mediterraneo per ragioni biologiche, lo siamo a volte per ragioni culturali e sociali.
      Poi all’estero la flessibilità è difficile che la impari, perché qui ce n’è molta di più, tutta nascosta da contratti fasulli, ma puoi imparare come uno stato serio, di quelli che non scaricano tutto sulle famiglie, possono intervenire nella società con strumenti efficaci…e digli nulla!

  8. All'improvviso uno sconosciuto... says:

    Meglio andare via, tanto si torna e cosa si trova? Solo la giustificazione per non sentirsi un pò traditori!

  9. Giustissimo.
    Viaggiare fa bene, ma non per passare una settimana a fare i turisti, ma per vivere in un altro paese confrontarsi con la sua cultura, la sua organizzazione, scontrarsi…con la sua burocrazia. Scontrarsi? Ricordo che all’inizio del mio Erasmus (ormai 12 anni fa) negli uffici ringraziavo sempre perche’ in un quarto d’ora facevano tutto e i Francesi mi rispondevano: e di che?son qui per questo…
    L’esperienza la si potrebbe riportare a casa se qui non fosse tutto cosi’ bloccato.
    Invece, il politico ha bisogno di gente ‘poco uscita’ e poco preparata per non essere troppo controllato, per poter ricattare e fare clientelismo; ma allo stesso tempo gente ‘poco uscita’ e poco preparata ha bisogno del politico disonesto per ottenere da lui la sistemazione.
    E cosi’ si forma una maggioranza che sceglie democraticamente il male suo lasciando che la minoranza delle sue menti migliori dia ad altri paesi il suo contributo.
    Oggi Francia e Germania ridono di noi non tanto per come siamo messi, quanto perche’ loro stanno meglio di noi grazie anche al prezioso contributo che tanti Italiani danno alla loro economia

  10. gentarrubia says:

    è interessante come questa notizia sia affiancata a quella sulle lettere dei bambini ai militari della Brigata Sassari
    oggigiorno, l’”Erasmus volontario” per buona parte dei giovani sardi è dato dalle Forze Armate in generale e dalla Brigata Sassari in particolare…

  11. Michele says:

    Ma se un mese fa hai scritto un articolo contro il master and back,dicendo che illudeva i giovani che non serviva a niente,e poi oggi scrivi queste cose.BO BO

    • Guarda che tra Master & Back e i programmi Socrates come l’ Erasmus c’e’ una grande formale e sostanziale differenza.
      A parte che il M&B e’ stato stravolto da questa inetta e corrotta giunta regionale, ma i programmi universitari prevedono che per un sardo che va in lituania ci sia un lituano che viene.
      Lo scambio, l’arricchimento e’ soggettivo e collettivo.
      Se poi il giovane sardo non rientra ed il lituano se ne scappa, chiedilo a Capellacci che e’ preoccupatissimo per la legge sul golf

    • Giovanni says:

      Il master and back ha oramai preso la piega peggiore, quella dell’assitenzialismo. io stesso non nego di averlo accolto con entusiasmo quando uscì con Soru, poi a posteriori ho visto i risultati e mi sono convinto che debba essere “abbattuto” a colpi di accetta! Non è servito a ricollocare seriamente i giovani, ne hanno approffittato enti locali e aziende per utilizzare forze fresche a fare lavori che avrebbero fatto persone senza alcun titolo e gli stessi giovani spesso ne hanno usufruito per fare “finti” lavori (accordandosi con gli enti per dividersi la quote europea e regionale). Uno schifo. Un fallimento. Ma la cosa peggiore è che non è servito ai giovani per andare con le loro gambe, è servito solo a bloccare una generazione che succhia la tetta dei soldi pubblici lamentandosi se poi all’improvviso si trova per terra per il semplice motivo che questi anni prima o poi finiscono e nulla si è costruito veramente.

  12. Ciao Vito,

    grazie delle parole, davvero.
    È un casino però, un casino serio. È un casino anche e sopratutto parlarne, di questo casino, perché – come me ieri – pur cercando di essere più sinceri e trasversali possibili, il solo forzare in parole quello che è invece un groppo di scelte, di emozioni, di dubbi, di speranze, dà l’impressione che la questione sia lineare, lapidaria.
    Invece è sfuggevole, molto.
    Confermo sui sei mesi all’estero, era una battuta, ma forse neanche, quindi sì, tutti fuori, per poi tornare con occhi diversi.
    Il casino è il secondo passaggio. Dici bene, che ci torno a fare – io, e tutti quelli come me – se la mia figura professionale non è neppure comprensibile per il sistema gerontocratico e di nepotismi che ci portiamo dietro dal crollo dell’impero romano?
    Dico proprio comprensibile, strutturalmente aliena, destinata a sterilità.
    Chiaro, non ci torno a fare niente.
    Però, se tutti fanno così, cosa ne potrà essere della nostra isola? Così parla il tarlo nella testa.
    I più stoici, e anche una parte di me, potrebbero far spallucce, non però per menefreghismo, semmai per relativismo portato a stadi finali; perché le cose, nella Storia dei sapiens e nell’universo, vanno come vanno, e se l’isola si condanna da sé, pazienza, prenderà i frutti aridi di quel seme secco che ha seminato, le ere andranno avanti comunque, si susseguiranno, dust in the wind, come cantava qualcuno.
    Poi però rimaniamo noi, che il nostro tempo dobbiamo pur spenderlo, e dobbiamo tirare avanti, noi che spesso siamo tutt’altro che stoici.
    E allora ti dico che quando decidi di rimanere fuori, di non tornare, un po’ traditore ti senti.
    Ti senti di abbandonare qualcosa che ami e che avresti invece potuto aiutare, supportare. Sofferente ancor più perché quando ci hai provato, quella mamma Sardegna ti ha dato vergate sulle mani, anzi, magari fossero state vergate, proprio non ti ha cagato.
    E non perché tu sia chissà quale personaggio essenziale per Lei, ma perché tu semplicemente Sei, sei valore, come chiunque altro, un serbatoio di potenzialità che aspetta solo di essere messo nella possibilità di agire.
    Ciò che voglio dire però – scontato, forse – è che tutto lo scenario cambia da persona a persona.
    Io, nella mia individualità, non me la sono sentita di restare non per una sorta di oggettività delle circostanze, ma perché mi sono reso conto che tornando l’avrei quasi danneggiata, mamma Sardegna, perché il mio motore, per un sacco di motivi, avrebbe girato alla metà dei giri.
    La sconfitta per Lei sarebbe stata doppia, e per me tripla.
    Però ecco, magari c’è un Andrea Atzori che se l’è sentita, una volta ritornato, di restare, e a giri pieni. Non un restare come prima, passivo, che si lascia vivere dai contesti, bensì un restare militante, un restare rompi balle, dinamico, anche scomodo se necessario, in direzione ostinata e contraria – come cantava qualcun altro – che mai cede a rassegnazione.
    Ecco, questo voglio dire, fuori o dentro non importa, a ognuno il suo, la cosa che conta è un’altra: la consapevolezza; l’aver fatto una scelta, attiva per definizione, cosciente di sé stessa.
    Io credo di averla fatta, e mi illudo che l’energia che ne scaturisce traspaia, e possa con la scrittura in qualche modo dare un piccolo contributo alla mia terra, anche se da lontano.
    Un caro saluto.

    A.

    • Stefano reloaded says:

      “Now don’t hang on/Nothing lasts forever but the earth and sky/It slips away/And all your money won’t another minute buy.”
      Erano i Kansas.

    • Daniele Addis says:

      Bene o male la penso così anche io, ma non mi sento traditore. Mi sarei sentito traditore se fossi tornato accettando un sistema che considera normale l’appoggio politico per entrare da qualche parte (ovvio che non dappertutto è così, però è una pratica piuttosto diffusa).

      Io all’estero ho ripreso a sentirmi sardo e ho smesso del tutto di sentirmi italiano. Cose che in Sardegna mi sembravano complicatissime, dalla burocrazia al modo di avere un lavoro, improvvisamente sono diventate imbarazzantemente chiare. Mi sono trovato di fronte a delle burocrazie europee rigorose, ma fatte per andare incontro al cittadino. Mi sono trovato a guardare straniato, sentendomi anche stupido, dei sistemi fiscali in cui commercianti,liberi professionisti e industriali non devono scervellarsi per cercare di dimostrare di non essere delinquenti, ma devono semplicemente attenersi a poche semplici regole. Se non lo fanno vengono aspramente puniti (ma di sicuro non vengono messi sulla pubblica gogna per il solo fatto di aver subito accertamenti).
      Mi sono trovato in paesi dove la ricerca scientifica funziona e per fare il dottorato non c’è bisogno di fare un concorso idiota in cui bisogna rispondere a domande che nulla hanno a che fare con la ricerca in questione, basta mandare il curriculum con il lavoro di laurea, magari fare un intervista e poi aspettare un tempo minimo. Le aziende, anche se non ti prendono, ti rispondono entro un tempo limitato. Il lavoratore è considerato una risorsa che viene valutata in base ai risultati, non una specie di servo da spremere pagandolo il minimo indispensabile.

      Io sono in contatto con tanti sardi rimasti in Sardegna che queste cose le sanno e stanno cercando di cambiarle.

      Infine, come ho letto in questa discussione, io non credo che i sardi validi se ne vadano e che rimangano gli incapaci. Al contrario, considero chi rimane in Sardegna più capace di chi se ne va, perché comunque riesce a ritagliarsi uno spazio dove ce n’è poco. Ho tanti colleghi rimasti in Sardegna che sono veramente degli ottimi scienziati, migliori di me sicuramente. Purtroppo non hanno i mezzi per produrre per quello che valgono e gli tocca fare salti mortali per rimanere attaccati alla loro borsa o al loro posto di lavoro.

      • Io invece in questi ultimi tempi sto assistendo ad una cosa che mi rattrista, e cioe’ che le persone che erano riuscite a ritagliarsi uno spazio in Sardegna stanno andando via. Concord con te, Daniele, che non tutti quelli che rimangono valgono meno di chi parte. Pero’ da quello che ho potuto vedere – e parlo per esperienza diretta, e non generalizzabile quindi – si tratta di persone che non hanno ampiezza di vedute, si vede che sono cresciute sempre nello stesso posto, senza cambiare aria. E per quanto siano apprezzate nel loro lavoro, questa mancanza e’ il grande limite. Non basta saper fare bene un lavoro, occorre ampiezza di vedute e questo chi ha vissuto davvero (e sottolineo davvero) fuori casa l’ha gia’ acquisito. Ripeto che parlo per quello che ho potuto osservare direttamente, poi le conclusioni di ciascuno sull’argomento saranno diverse. Posso anche dire che ci sono nostri conterranei che pur stando all’estero da molto tempo, non hanno capito un tubo di cio’ che li circonda, e nessuno direbbe che stando fuori casa sono cambiati in qualcosa.

        • Daniele Addis says:

          Si, l’intelligenza e le capacità di chi decide di rimanere non sono in discussione, ma spesso subentra la rassegnazione, che li porta a credere che il mondo vada così e basta. Ogni volta che torno rimango senza parole di fronte al pessimismo cosmico di molti ragazzi. Se provo a proporre qualcosa o anche a cercare di tirar fuori da loro delle proposte, mi si risponde che tanto non si può fare e varie frasi fatte. Questo capita anche in chi ha fatto l’esperienza all’estero e poi è tornato… dopo un po’ di tempo il clima velenoso e rassegnato riassorbe anche lui. Ovviamente ci sono molte eccezioni e non è un discorso che vale per tutti, ma i casi del genere sono tanti, troppi.

          • Sono d’accordo anche su questo. Ti faccio solo un esempio: nel 1999 ho fatto l’Erasmus, e al rientro ho trovato gente sicuramente in gamba, ma rassegnata, negativa e in ogni caso poco aperta. Non sono tutti geniacci (come non lo sono tutti quelli che partono), pero’ ho notato esattamente la stessa cosa che descrivi tu. Dopo pochi anni stavo diventando cosi anche io, perche’ poi se hai le idee, se hai voglia di fare, in qualche modo ti affossano, sia perche’ il pessimismo e la rassegnazione prevalgono, sia perche’ chi porta idee nuove e’ visto con sospetto e con ostilita’, al punto che in casi estremi viene anche emarginato se non si adegua alla mentalita’ prevalente. Eppure sono proprio le persone che hanno voglia di fare quelle che servono di piu’, e certe volte penso che quello di ostacolare e mantenere lo status quo sia solo un alibi. Per quello che riguarda me, mi e’ anche capitato chi qui impedisce a chi ha idee nuove di proporle, per non perdere lo scettro. Secondo me, e parlo sempre per esperienza personale, l’individualismo e in certi casi l’invidia sono in parte i motivi di questa chiusura.

    • Tutto quello che ci succede è esattamente ciò che abbiamo voluto succedesse. Di cosa stiamo parlando?

      Leggo:
      ‘ Voi dite: “Ma allora che ne sarà della Sardegna se le migliori intelligenze andranno via?”. Ma scusate, questa domanda se le devono porre i politici, non i giovani disoccupati! Perché dobbiamo far cadere su di loro la responsabilità del futuro di un popolo? I giovani pesino alla loro felicità, al loro futuro e non si lascino schiacciare dalla cattiva coscienza sarda ‘.

      Perchè i giovani disoccupati e i politici non sono sardi uguali?
      Chi li ha mandati li i politici, le nonnine piemontesi per farci un dispetto?
      Scaricare la responsabilità di quello che ci circonda sui politici lo trovo ridicolo, la responsabilità di avere come classe dirigente una miriade di cialtroni è TUTTA SUL GROPPONE DEI SARDI, COMPRESI I GIOVANI DISOCCUPATI.
      Se non fosse cosi’ basterebbe fare fuori 200 persone e tutti i problemi sarebbero risolti.
      Abbiamo quello che ci meritiamo. Ne’ più, ne’ meno.

  13. Banana says:

    Ho fatto l’Erasmus nel lontano 1999. E da allora non ho fatto altro che esortare amici e conoscenti a vivere un’esperienza di vita all’estero, perchè ti spalanca la mente in modi che sarebbero impensabili stando a domu. Perciò non posso che essere d’accordo con Andrea, anche sulla parte relativa al non tornare: siate felici, c’è altro nella vita oltre andare a su Poettu e in piazzetta Savoia…

  14. Pingback: Giovani Sardi, andatevene dall’Italia! | Bolognesu

  15. tonyrandall says:

    estoy de acuerdo!!!

  16. alessandra says:

    finalmente siamo d’accordo su qualcosa 😉

  17. Marieddu says:

    Sono d’accordo sulla proposta di Andrea Atzori ma non condivido il pessimismo di Mameli che esalta le eccellenze, poche, e non tiene conto di tanti giovani sardi che seppure bravi non raggiungono il successo fuori dall’Isola e devono necessariamente tornare. A mio avviso se avessimo una classe politica appena all’altezza sarebbe possibile utilizzare queste risorse umane per migliorare il tessuto produttivo dell’Isola. Chi non vuol tornare o non trovi conveniente tornare potrebbe comunque partecipare a livello di idee per elaborare nuovi progetti.

  18. Neo Anderthal says:

    Viaggiare apre la mente, così si dice -no Tony, non intendo quel tipo di “viaggio”, e soprattutto non quel tipo di apertura mentale-.
    Come non essere d’accordo? Io infatti sono molto più che d’accordo, ai giovani in formazione servono esperienze di autogestione e di riorientamento, serve mettersi alla prova in ambienti dove poche sono le persone conosciute, dove si devono quindi intraprendere nuovi rapporti con persone estranee, e meglio ancora se si affrontano compiti inconsueti e situazioni nuove assumendosi anche responsabilità, all’occorrenza trovandosi in situazioni non pregiudizialmente accoglienti o favorevoli come quelle del proprio ambiente e della propria famiglia.
    Consentitemi una deviazione del discorso. Anche se in sé conteneva una notevole dose di schifezza e fatica, come di dolore e straniamento, in passato il servizio militare di leva forniva ai cittadini maschi, almeno a gran parte di loro, l’occasione per vivere una specie di rito di passaggio definitivo all’età adulta che comprendeva parte di queste esperienze e opportunità.
    Non voglio recitare la triste tiritera del laudator temporis acti: il servizio di leva era anche una piaga, una sofferenza spesso, una perdita di tempo quasi sempre. Ma aveva dei pregi, forse incidentali.
    Al netto dei “passisti” assoluti, divenuti via via più numerosi nel corso del tempo, metteva comunque a confronto giovani di diversa estrazione sociale, geografica, culturale e politica, costringendo alla convivenza persone diversissime, che dovevano comunque trovare un piano di comunicazione, se non di intesa. Il fatto di trovarsi tutti su uno stesso livello, anche di abbigliamento, favoriva il crearsi anche embrionale di una coscienza della eguaglianza di fondo, cosa davvero difficile da sperimentare in contesti diversi da quello. Il giovane borghese di città, acculturato e di buone maniere spartiva lo spazio col ragazzo lavoratore delle campagne. E se uno sbuffava pensando alle amiche o agli studi, l’altro magari -è capitato a me di constatarlo- era grato del fatto di doversi svegliare “tardi”, alle 6 e 30, e di poter andare a fare colazione anziché saltare dal letto alle 4 per andare a mungere.
    Fino a pochi lustri fa, per quei ragazzi, soprattutto per quei ragazzi che venivano dai centri rurali, l’orizzonte si allargava proprio quando, dopo il prologo dell’epica “visita di leva”, erano stati chiamati per il servizio militare. E anche Cagliari era abbastanza “estero”, per loro.
    La scomparsa del servizio di leva ha privato nei fatti i tantissimi ragazzi, e sopratutto alcuni delle zone più interne, di questa occasione, e ha inoltre stabilito che alla comunità in generale non si deve più nulla, non un anno messo a disposizione per la difesa della patria -sacro dovere del cittadino, come recita la Costituzione- ma nemmeno un mese di istruzione generale e socializzazione, anche se forzata.

  19. I giovani Sardi più che altro dovrebbero andar via dall’Italia, a scoprire che Roma e Milano sono soltanto le capitali di un paese corrotto, largamente in mano alla malavita organizzata e senza speranze. A scoprire che, vista dal lontano, la Sardegna non è periferia di Roma e Milano, ma centro del Mediterraneo occidentale. A scoprire che esistono paesi in cui–come nella nostra Sardegna mitologica, ma mai scomparsa del tutto–esistono valori come l’onore e la parola data.
    Io queste cose le ho scoperte molti anni fa, andandomene a 20 anni da quel cesso chiamato Italia, ma senza recidere mai il legame con la mia terra, quella di mia madre.
    Partite, giovani! Per essere Sardi, ormai, non c’è neanche più bisogno di essere presenti fisicamente. E raccontate che il mondo, quello vero, comincia fuori dai confini del Bel Paese Galbani.

    http://bolognesu.wordpress.com/cosas-de-limba/sa-limba-de-su-famine-s%E2%80%99italianu/
    Sa limba de su famine? S’italianu!

    • gigi P says:

      condivido, e viva la schiettezza! è esattamente quel che penso, dopo l’esperienza di estero / rientro in Sardegna

  20. Realista says:

    Concordo pienamente circa la non colpevolezza dei giovani per ciò che qualcuno al posto loro ha determinato. Però vado indietro con la memoria a quando, circa 20 anni fa, facevo il mio Comet post laurea (finanziamento CEE) a Londra. Scoprii che i giovani inglesi spesso, alla fine del liceo, propendevano per lo year off, cioè un anno sabbatico al contrario, dedicato anzichè agli studi, alle esperienze di vita, prima di andare all’università. In genere questo anno lo passavano a fare lavori anche umili, ma lontano da casa, generalmente all’estero, a cercare di capire come si diventi adulti. É un pò diverso da quello che proponi, ma è legato concettualmente per un aspetto: tu auspichi che le giovani menti vadano a trovare la loro giusta valorizzazione laddove le potenzialità di ognuno possono trovare un adeguato contesto, io credo che esista un modo per anticipare ulteriormente questo momento nel quale si deve cercare di capire come diventare cittadini del mondo, piuttosto che relegare la propria dimensione al contesto territoriale che ci ospita. Bisogna avere il coraggio di spingere i nostri figli a crescere, e non ad ammorbarli di attenzioni superflue, rallentandone la maturazione.
    Prima del compimento degli studi universitari bisogna crescere, e diventare adulti prima di laurearsi. Così si potranno avere le idee più chiare, se lasciare comunque questa terra meravigliosa ma povera di spunti, o se provare, con la propria cultura, la propria maturità, e con l’energia dei giovani, a cominciare a renderlo un angolo di mondo dove, alle bellezze naturali, al clima eccezionale, ad una cultura tutta da difendere, si possa valorizzare la propria potenzialità anche nel mondo del lavoro, dove si possa sfruttare la professionalità acquisita. Se arrivi super specializzato, ma acerbo nel resto delle tue caratteristiche, non hai la forza, non ti basta la l’energia della gioventù per guardare oltre il muro dei tuoi limiti. E te ne vai, perchè diversamente, sprechi ciò che hai costruito con lo studio. Se invece ti laurei quando sei finalmente un uomo o una donna adulto/a, potrai abbinare una grande energia alla intatta speranza verso il futuro, ed alla voglia di cercare una strada che porti alla tua realizzazione.
    Credo che bisogni insegnare ai giovani a credere in sè stessi dovunque essi risiedano e, al contrario, bisognerebbe spiegare che la fuga verso il futuro è meno stimolante se la fai abbandonando la tua terra. Basta mammoni che a trent’anni suonati hanno ancora il cordone ombelicale attaccato, e proviamo a farli crescere prima. Magari stanno qui, felici di farlo, e riescono pure laddove noi, viziati da una vita che ci ha dato molto con una certa facilità, abbiamo fallito: costruire una società matura, radicata qui non solo per tradizione ma anche per convenienza.
    Alla politica, spetterebbe, laddove ritenuto valido questo ragionamento, di trovare i modi per creare le premesse perchè ciò accada. Alla società di trovare il coraggio perchè ciò sia

  21. Dipende dai punti di vista. Sei mesi all’estero sono pochi, soprattutto se non si vive in pieno la cultura di una nazione diversa da quella di provenienza. Conosco tanti sardi (ma vale anche per italiani di altre regioni) che vanno all’estero, anche per piu’ di sei mesi, e non tornano per forza piu’ aperti e combattivi. Questo perche’ magari non entrano in contatto con alcuni aspetti del paese in cui si trovano. Senza offesa, ma restare chiuso nelle aule universitarie e’ una forma di protezione che non permette di capire come funziona davvero un paese diverso dal nostro. Si impara di piu’ quando si ha ache fare con le istituzioni, le divergenze di idee e anche i disservizi degli altri paesi. Di conseguenza, la visione e’ sempre quella del “all’estero si sta meglio”, e non e’ sempre vero. Poi che i politici sardi non si chiedano che cosa sara’ della Sardegna, e’ un dato di fatto. Ma ancora di piu’ questa domanda credo che debba porsela la gente che in Sardegna rimane, quelli che fanno di tutto per scoraggiare chi rientra, ma solo per evitare la concorrenza.

    • Sono d’accordissimo con questo commento. “Che ne sarà della Sardegna se le migliori intelligenze andranno via” è un problema che devono porsi i sardi, prima ancora che i loro politici. Quando ce lo chiederemo seriamente noi sardi, allora magari avremo politici che daranno risposte serie alla questione.

      • Esatto, e purtroppo a molti fa comodo dimenticarsi di chi se ne va. L’impressione che ho e’ questa: che chi parte e’ come se non esistesse piu’. Alzi la mano chi e’ riuscito a tenere i contatti con le persone che sono rimaste, perche’ vorrei capire come ha fatto. Dubito in ogni caso che quelli che rimangono si faranno mai questa domanda, sempre per quel discorso di individualismo che abbiamo fatto poco sopra. in Sardegna (ma anche in molte altre parti d’Italia) la gente vede solo se stessa, e solo il guadagno che puo’ avere per se’. Gli altri non contano.

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