Sardegna

Psichiatria in Sardegna, è allarme rosso: la Regione taglia l’assistenza, i pazienti e le famiglie sono abbandonate a se stesse. Lo sapevate?

Ci sono dei drammi che non si comprendono finché non si vivono in prima persona. E se non si vivono in prima persona, bisogna avere la fortuna di incontrare qualcuno che li racconti facendoceli sentire nostri. Uno di questi drammi è quello della salute mentale.

Ieri ho partecipato alla quinta Giornata della Salute Mentale, organizzata ad Alghero dall’associazione Il Labirinto. E’ stata una giornata intensa, toccante e molto partecipata. E quello che è emerso è inequivocabile: il sistema sanitario sardo sta abbandonando i disabili mentali e le loro famiglie. La situazione è ormai disperante.

Il progetto di tenere aperti i Centri di Salute Mentale 24 ore su 24, presente nel Piano Sanitario regionale voluto da Nerina Dirindin, è stato affondato dal centrodestra. Ad Alghero il Csm apre oggi con orari di ambulatorio: il lunedì otto ore, il martedì quattro, e così via. Ma il fine settimana è chiuso, cosicché se un paziente ha bisogno di assistenza finisce dritto dritto in ospedale, nei cosiddetti Spdc, i reparti di Psichiatria. Vi sembra una cosa normale?

La differenza tra i due trattamenti è evidente: un conto è essere assistito in un centro, dove magari si può restare per poche ore, un altro è essere ricoverati in reparto. E’ chiaro che poi i posti letto in reparto non bastano mai. E siccome il potere dei primari si pesa in posti letto, una certa classe medica ha tutto l’interesse a depotenziare le strutture territoriali e a riempire gli ospedali.

In Sardegna la regressione nella qualità dell’assistenza è stata impressionante. Il dottor Antonello Pittalis, responsabile del Centro di Salute Mentale di Sassari, ha raccontato come l’attuale dirigenza della Asl 1 abbia dimezzato gli operatori sul territorio.

Non solo, Sassari ha vissuto un caso pazzesco: la chiusura di una casa dove un gruppo di disabili mentali aveva deciso di andare a vivere in piena libertà, condividendo un’esperienza nuova. Ritenendo quella casa una sorta di residenza sanitaria non autorizzata, la Magistratura l’ha fatta sgomberare una bella mattina da otto carabinieri che hanno costretto le persone presenti a trasferirsi in alcune strutture della Asl. Pittalis è finito sotto inchiesta e lo stesso la responsabile della cooperativa sociale che seguiva le persone con disabilità.

Per fortuna Sassari si è ribellata e ha costituito un comitato che ha anche girato un video di solidarietà.

A Cagliari la situazione non è migliore: del progetto “Abitare assistito” ora si occupa la procura, visto che il Comune di Cagliari per due anni ha preso in affitto a dei privati due appartamenti in via Cornalias alla modica cifra di 1500 euro di affitto mensile l’uno, senza però mai farli abitare dai disabili mentali ai cui erano destinati. Strano, vero?

La situazione è disperata ed è bene che si inizi a dirlo a voce alta. Le testimonianze che si sono susseguite sono state toccanti. Un padre con la figlia gravemente malata non è riuscito a trattenere le lacrime, ricordando come oggi la ricerca spasmodica dei falsi invalidi umili le famiglie che vivono un dramma evidente.

Poi ci sono stati i documentari. La giornalista Silvia Bacci ha presentato il reportage realizzato per conto di “La Storia siamo noi” dal titolo “Vuoti a perdere?”, un impressionante viaggio nella psichiatria in Italia con il racconto della rivoluzione promossa da Basaglia negli anni ’70, l’approvazione della legge 180 e la chiusura dei manicomi. Un documentario eccezionale.

In tanti non hanno saputo trattenere le lacrime quando Massimo ha condiviso la sua esperienza e la sua voglia di ricominciare. “L’orizzonte del mare” è il documentario che racconta la vicenda di questo ragazzo bergamasco che ai suoi problemi di salute ha aggiunto un viaggio travagliato nel mondo della tossicodipendenza, una situazione familiare difficile, e un drammatico ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario. Il documentario (prodotto dall’associazione LiberaMente di Bergamo) ripercorre anche le vicissitudini della psichiatria in Italia, l’utopia possibile immaginata da Franco Basaglia, e racconta come in quattro diverse città italiane (Trieste, Torino, Mantova e Caserta) si affronta con coraggio e con successo l’assistenza psichiatrica, con centri aperti 24 ore su 24 e i reparti praticamente vuoti.

Massimo ha parlato, e con lui coloro che gli stanno più vicino in questo momento: il suo amico Maurizio Salvetti (voce narrante nel video), Beatrice Catini (del Comitato scientifico dell’associazione LiberaMente) e il regista Fabrizio  Zanotti.

E in Sardegna? “La nostra politica di rinnovamento è stata forse troppo ambiziosa, abbiamo voluto portare il cambiamento in tutti i territori, e quanto è ancora scritto nel Piano Sanitario Regionale non è di fatto attuato. però la strada era quella giusta”, ha detto l’ex assessore Dirindin.

Oggi però le famiglie dei disabili mentali non sanno più che fare, si sentono abbandonate. Il progetto del centrodestra di smantellare l’assistenza territoriale e di riportare i pazienti negli ospedali va avanti in maniera impressionante. Perché negli ospedali c’è il potere, nei Csm aperti sette giorni su sette 24 ore su 24 invece una minaccia ad un sistema che non vuole cambiare.

Quando si parla di sanità, tutti parlano di ospedali e posti letto e pochi di salute mentale. Ma in questo settore la situazione è gravissima e i disagi delle famiglie enormi. Perché, anche se la 180 esiste da tanti anni, c’è chi di fatto la sta aggirando e ne tradisce lo spirito.

Agli amici dell’associazione Il Labirinto e a tutte le famiglie un solo invito: non mollate.

Share

6 Commenti

  1. Addetto says:

    Gentile Zino, senza dubbio l’approccio alla psichiatria scelto, sostenuto e perfino in qualche modo teorizzato dal “nuovo/vecchio corso” è rovinoso. Tuttavia i passi in avanti sono ancora oggi più lunghi dei recenti passi indietro e sono convinto che la comunità, le famiglie dei malati e gli stessi malati non rinunceranno a quanto è stato fatto.
    Inoltre c’è una frangia di psichiatri, ubiquitariamente presenti nel sistema, che continuano il lavoro di civilizzazione dell’assistenza.
    Quindi c’è un lumino di speranza.
    Le affermazioni old style di psichiatri come quello che tuonava dalle pagine dell’Unione Sarda ( mi pare si chiami Tronci lo psichiatra anti Giovanna Del Giudice) non hanno trovato nessun terreno fertile.

  2. Grazie Vito per questo contributo. L’argomento è ancora tabù (e anche di scarso interesse; guardiamo il numero dei commenti…). Da ciò che racconti emerge che l’Italia e la Sardegna hanno perduto quella spinta innovativa e quel coraggio che negli anni ’70 aveva portato la nostra legislazione all’avanguardia mondiale. Quell’esperienza ha insegnato che i problemi psichiatrici richiedono una risposta della Sanità Pubblica diversa dall’ospedalizzazione e dai canali tradizionali, ma la tendenza Oppi-UDC e non solo è opposta. Fabio

  3. Ciò che sembrava ormai acquisito è arretrato terribilmente, i diritti per cui si è combattuto sono seriamente minacciati. Tuttavia credo che il male peggiore sia quello di concepire il disagio psichiatrico solo come un indice di spesa, come una realtà da scongiurarsi e da allontanare dal resto della società. Occorre invece immaginare una società dove chi è portatore di queste storie di sofferenza, ma al contempo di grande forza, le metta sul piatto comune e tutti le si riconosca come occasioni e risorse. Faccio un esempio: negli anni ’90 in Svezia era già normalissimo che molti studenti scegliessero di dedicare ore del proprio tempo, retribuiti, ai centri sociali del comune. Il disagio psichico era quindi integrato nella realtà come qualcosa che le appartiene, e i giovani con un’esperienza vera, non retorica, avevano modo di comprendere aspetti, certo aspri, ma di condivisione e di crescita.

  4. Addetto says:

    Una responsabilità indiscutibile spetta alla classe medica che, nell’ambito della psichiatria, è variegata al punto di rappresentare, più che in altre specialità mediche, un’intera filosofia.
    La visione del mondo degli psichiatri si riverbera in modo evidente nelle cure.
    Mi spiego meglio.
    Poco importa al paziente che il suo cardiochirurgo di destra o di sinistra. L’importante è che lo operi come si deve.
    Molto cambia invece che lo psichiatra provenga da una cultura di destra o di sinistra, molto importa la sua estrazione politica, la sua, appunto, visione del mondo.
    Per questo è importante che nella scelta dello pischiatra si tenga ben presente la sua, diciamo, provenienza culturale, fermo restando che esistono buoni psichiatri di destra e di sinistra, e viceversa.
    Così anche nel microcosmo sardo questa dualità della cura psichiatrica ha un suo peso che contrapposizioni recenti hanno esaltato.
    E dimenticare, attribuendo alla politica, la responsabilità della categoria medica, significa ignorare che un’azione politica e amministrativa avviene solo se dietro di essa c’è una spinta. Significa ignorare che dietro questo disinteresse programmato nel confronto delle associazioni e delle cure nel territorio ci sono medici psichiatri che lo hanno teorizzato, auspicando un accentramento – certo più “facile” e “comodo”- nei reparti psichiatrici, spesso non molto dissimili dai vecchi mortiferi manicomi dove si veniva gettati come in un carcere a vita.
    Però credo che – ed è una fondata speranza – non esista nessuna possibilità che l’inversione di tendenza, determinata dalla legge Basaglia, si arresti per qualche reazione da parte di sacche resistenti composte da medici che, sotto sotto, rimpiangono l’atroce regime manicomiale.

  5. Grazie per la storia

  6. Radio Londra (nonostante Er Ciccio) says:

    La situazione è drammatica anche perché la psichiatria è importante dappertutto e non solo in Sardegna.
    Ad esempio, dopo aver ascoltato il discorso di commiato, si riuscirà a trovare uno psichiatra per “l’architetto” Berlusconi?
    Bravo però.

Lascia un commento

Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers: