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Volete voi una Rai Tre Sardegna Bis? Io no. Perché non risolverebbe nulla, tantomeno il problema di Santoro in onda… su Tcs!

Non so a voi, ma a me la proposta del segretario nazionale della Fnsi (il sindacato unitario dei giornalisti) Franco Siddi, di far nascere in Sardegna una Rai Tre Bis sembra assai bizzarra. Resto in attesa di conoscere motivazioni più approfondite, ma quelle riportare oggi dai giornali mi appaiono labili, seppur avanzate con l’obiettivo di aumentare il pluralismo dell’informazione nella nostra isola.

Il primo elemento di bizzarria lo ritrovo nel contesto scelto per avanzare questa proposta: una manifestazione svoltasi anche a Cagliari per difendere la Rai dalle ingerenze della politica. Ora, io mi chiedo: chi ci assicura che la futura Rai Tre Sardegna Bis sarebbe immune da questo vizio? Chi ci assicura che anche la Bis non avrebbe il “peccato originale”?

Peraltro, vorrei andare anche oltre e chiedermi: perché ogni volta che i giornalisti Rai chiedono la solidarietà dei cittadini per stigmatizzare le ingerenze della politica nelle loro redazioni, parlano sempre dei tg nazionali e mai di quelli locali? Esiste dunque una Rai buona ed una cattiva? Esiste un’azienda pubblica che a Roma censura Saviano e Santoro, che informa alla Minzolini, e una che invece vive nelle sedi regionali, dice sempre di no alle pressioni della politica locale e offre un servizio pubblico ineccepibile? Fatte le debite proporzioni (e vista anche la benevola attenzione di cui gode da anni dalle nostre parti un politico come Pisanu e, fino a poco tempo fa, Cossiga) io penso che di Rai ne esista una sola.

Nel merito poi, ritengo che la nascita di una Rai Tre Bis in Sardegna non risolverebbe nessuno dei problemi di cui soffre oggi l’informazione in Sardegna.

Il primo è il pluralismo. Nascerebbe una tv in più è vero, ma per effetto dell’ingresso nel mercato di un soggetto di tale forza (che drenerebbe necessariamente su di sé ingenti risorse pubbliche e private), tante imprese private di telecomunicazione scomparirebbero.

Prima domanda: e noi per far nascere una Rai Tre Bis, probabilmente influenzata (come la casa madre) dalla politica, condanniamo alla chiusura tante tv private sarde? La Rai Tre Bis assorbirebbe tutti i tecnici e i giornalisti in esubero? Difficile.

Ma già la sento l’obiezione: “Ma perché dobbiamo salvare queste informazione privata così scadente, così compromessa col potere?”. Prima risposta: non tutta l’informazione sarda è compromessa col potere, e se permettete l’esperienza della radio che dirigo da anni lo dimostra (e non siamo i soli a farlo). Seconda risposta: storicamente, il pluralismo dell’informazione è cresciuto quando sono cadute le barriere del monopolio pubblico. Questa proposta andrebbe in una direzione assolutamente contraria a ciò che ovunque è stato fatto per favorire lo sviluppo del settore informazione.

Io penso che il mercato non vada chiuso con nuove posizioni dominanti, ma aperto realmente alla possibilità che si realizzi un pluralismo.

Oggi questo in Sardegna non è possibile. Perché, per effetto di politiche regionali scriteriate, il mercato accentua il naturale oligopolio di questo settore economico. Ce lo ha raccontato il rapporto del 2008 della Fondazione Rosselli, e da allora la situazione forse si è anche accentuata: il cinquanta per cento del fatturato del comparto media lo realizza il Gruppo Unione Sarda, e un altro trenta per cento finisce a La Nuova Sardegna. Agli altri restano solo le briciole.

“E’ il mercato, è il mercato!”, dite voi? Bene, allora vi rimando alla recentissima inchiesta di Sardegna 24 sull’uso discrezionale dei fondi della Regione per la pubblicità istituzionale. E non aggiungo altro.

Le imprese editoriali sarde andrebbero aiutate a crescere con politiche precise che oggi nessuna forza politica ha voglia neanche di immaginare. Conviene a tutti tenersi buoni Zuncheddu, l’Unione, Videolina, La Nuova e Rai Tre, allungare qualcosa a Sardegna Uno perché resti in questa situazione di coma vigile a cui la gestione Mazzella l’ha condannata, e poi tutti contenti.

Che tipo di informazione vogliamo per la Sardegna? Polarizzata su pochi soggetti o capace di consentire a tante imprese di proporsi nel mercato con progetti innovativi, più vicini alle esigenze delle comunità locali? Perché le nuove tv, i giornali e le radio sarde oggi non possono che essere a dimensione limitata, non ci sono risorse per creare organi di informazione regionali (e il recentissimo ridimensionamento di Sardegna 24 mi sembra che stia lì a dimostrarlo).

Il pluralismo è fatto soprattutto di realtà di piccola e media grandezza, ma di qualità.

E’ chiaro che in questo contesto di oligopolio, frutto di rendite di posizione di lunghissima data, di cattive volontà e di convenienze politiche soltanto i più sprovveduti possono sorprendersi che la trasmissione di Santoro vada in onda in Sardegna su Tcs, una rete legata al Gruppo Unione e a Sergio Zuncheddu.

Dopo l’iniziale stupore bisogna prendere atto che non c’è proprio nulla di cui scandalizzarsi: a questo punto siamo arrivati in Sardegna, al punto che la trasmissione cacciata dalla Rai perché simbolo della libertà di informazione, finisce su una rete di Zuncheddu. Perché nessuno ha gli strumenti reali per fargli concorrenza.

Questi sono i problemi dell’informazione in Sardegna, lo sfacciato e ben alimentato strapotere di pochissimi a danno di tutti gli altri. E la nascita di una Rai Regione Bis, caro Franco, non ne risolverebbe nemmeno uno e probabilmente li accentuerebbe tutti.

 

11 Commenti

  1. ZunkBuster says:

    Dopo ieri mi sembra evidente che l’unico fattore che continua a governare tutto, se non è la politica, è il mercato.
    SERVIZIO PUBBLICO di Santoro è andato in onda per tre ore di fila su una rete di Sergio Zuncheddu, TCS, e tutti forse saremmo stati a chiederci perché il barricadiero tribuno Santoro ha chiesto ed ottenuto ospitalità presso la TV di un uomo apparentemente di destra, supporter del “Foglio” di Ferrara ed editore di uno dei peggiori quotidiani del Paese, ma chi ha un minimo di intuito per i meccanismi che governano l’impresa televisiva l’ha compreso. Troppa pubblicità, a getto continuo, quasi da ricordare i primi tempi della Fininvest, solamente la parte in cui è intervenuto Lavitola non è stata continuamente interrotta da spot.
    In questo caso per Zuncheddu “pecunia non olet”, ma perché era sicuramente tanta, quella della pubblicità.
    Quindi, ha ragione Biolchini, non stiamo a menare il can per l’aia. La sola alternativa per fare una vera TV indipendente sarebbe l’azionariato popolare, ma è concepibile chiedere ai cittadini un doppio onere che potrebbe essere ben maggiore dei 10 euro dei sottoscrittori quando sono tutti azionisti coattivi della RAI senza voce in capitolo?
    Oltre tutto la trasmissione non mi è piaciuta particolarmente. Il tono qualunquistico e populista a tratti era davvero insopportabile (del resto il conduttore è uno degli inventori di Matteo Renzi, in condominio con Floris) e a parte il giornalista di “Libero” la mancanza del contraddittorio si è fatta sentire. Certo è rilassante fare a meno dei soliti rompiscatole tipo Santanché, Stracquadanio e compagnia, ma alla lunga che noia …

    • Stracquadanio ormai offre il meglio di sè sulla 7.
      Vittorio Sgarbi docet.
      Il successo televisivo è fatto di provocazioni e volgarità, con contorno di sorrisini e ammiccamenti.
      Video killed the radio stars…

    • all'improvviso uno sconosciuto... says:

      Caro ZunkBuster, a parte che la trasmissione di Santoro non è stata trasmessa solo da TCS ma è stata veicolata attraverso:
      – syndacation di tv private (network simultaneo tra emittenti che sono per la maggior parte autonome)
      – Sky
      – Repubblica TV
      – Internet attraverso vari siti
      – Radio Capital
      Logico che un imprenditore deve guadagnarci. Imprenditori che fanno fatebenefratelli non ne ho visto, purtroppo i soldi a volte fanno muovere meccanismi che l’ideologia invece non riesce a smuovere. A parte questo, anche per ammissione dello stesso conduttore, il format non è ancora ben definito. E’ vero, la trasmissione non aveva un contradditorio, un ritmo che tenesse su l’attenzione. E’ anche vero che il conduttore ed ideatore non può e forse nemmeno vuole scimmiottare formule di trasmissioni del suo passato. Non è facile mettere in piedi trasmissioni di un certo tipo, sopratutto quando si proviene da un’azienda come quella di Stato in cui c’è a disposizione ben altro livello di risorse. Chi non conosce cosa succede dietro le quinte questo non può capirlo, Ma è troppo facile giudicare la prima puntata. E il suo commento non fa altro che dimostrare la superficialità della massa. Ma almeno lui, dopo la cacciata dalla RAI, ha avuto il coraggio di mettersi in gioco e di rischiare risorse. Che non è detto che tornino totalmente indietro perchè chi veicola la trasmissione va pagato! Oltre al fatto che vanno pagati anche tutti quelli che ci lavorano e che non fanno beneficenza. Va pagato lo spazio a Cinecittà usato per lo studio. Prima di giudicare aspettiamo a vedere la terza, la seconda è ancora troppo poco. D’altronde caro Zunk quando compra l’auto nuova la spinge subito al massimo dei giri con i bulloni della testata che potrebbero saltare o aspetta almeno i primi 5000 KM seguendo le prescrizioni del produttore?

  2. Davide says:

    Condivido il discorso di Vito ma penso che sarebbe ottima per la sperimentazione di programmi in lingua sarda

  3. Soviet says:

    Ma tutta la struttura che la Rai ha in Sardegna è giustificata dalla produzione che viene messa in onda? E questa struttura potrebbe produrre di più? Io credo di sì, facendo servizio pubblico. O una bella inchiesta sul Galsi, su come la vicenda è stata gestita e si sta gestendo, sui rischi e sui vantaggi non sarebbe cosa buona giusta per il cittadino sardo? Io francamente credo di sì e non è detto che tutto debba per forza finire in marchetta al potente di turno. Anche perché, in una palinsesto che occupa tutta la giornata non credo che possa basarsi esclusivamente sulla presenza di Pisanu. Ci sono impegni che una tv pubblica può prendere e mantenere e che le private locali no. Io non so se il pluralismo dell’informazione sia aumentato con l’apertura al privato, sono propenso a credere di sì, però questo pone un forte interrogativo sul rapporto pluralismo- qualità dell’informazione. Anche perché, da persone che la televisione la guarda senza vergognarsi troppo, i migliori programmi per me li fa ancora la Rai: Santoro a parte, che può piacere o meno, ma Report, Italia in diretta, DOC e molti altri programmi di inchiesta seri, magari tra grandi difficoltà, la Rai li fa, altre emittenti dipende. Emittenti che poi sono altrettanto permeabili alle pressioni di potentati politici ed economici (l’esempio di La7 con Luttazzi è illuminante).
    L’Alto Adige è una delle mete preferite da mia moglie per le vacanze e quindi qualche volta ci sono dovuto andare anch’io, mi pare che lì, senza arrivare ad un canale dedicato alle due province, la Rai produca molti più programmi, soprattuto in lingua tedesca o in ladino. Non so se lì questa maggior presenza della Rai abbia danneggiato il mercato delle emittenti locali, ma dubito.

  4. Non voglio perturbare la discussione innescata da Vito segnalando un post accorato (e accurato) in cui la collega giornalista scientifica Silvia Bencivelli racconta la conclusione della sua collaborazione con la Rai: http://silviabencivelli.it/2011/1417/
    A me interessa vedere le cose da diverse angolazioni. E nel caso della Rai oltre alla dimensione “informazione” vi è anche quella del “lavoro”.
    Silvia racconta la seconda, descrivendo la fine della sua lunga collaborazione con Radio 3 Scienza (trasmissione che per me giustifica il 90% del canone).
    Silvia andava avanti con due contratti da quattro mesi e mezzo all’anno, per un totale di nove mesi: “la regola – apparentemente – inderogabile infatti è che quelli come me si debbano fermare dodici settimane all’anno. Nove mesi di lavoro, come quelli a tempo determinato che si fermano durante l’estate: e la ragione ovvia, sebbene non dichiarata, è che così si impedisce, o almeno si ostacola, il riconoscimento di un rapporto di lavoro semidipendente anche se basato su un contratto di consulenza esterna a partita Iva. Consulenza esterna a partita Iva, attenzione, per un programma quotidiano che va in onda dal primo gennaio al trentun dicembre e che non ha interni in redazione se non (quando c’è) la programmista regista.”
    Ma quanto guadagnava Silvia?
    “la Rai mi dà 105 euro al giorno, qualsiasi cosa faccia in quel giorno (è la famosa equità del trattamento che inaugura la deriva fancazzista in cui si è del tutto incapaci di riconoscere pesi e valori della gente che lavora per te)”.
    Scusate se non è esattamente in tema.

  5. accasioneri says:

    wow! a parte che non capisco come sia possibile collegare zunk a santoro, se non che la trasmissione di quest’ultimo va in onda, per definizione, su TUTTE le emittenti locali e di conseguenza, posto che le emittenti in questione sono zunkeddissime, indovinate un po’ chi trasmette servizio pubblico in sardegna? evidentemente, aggiungo io, il programma santoriano non è ritenuto pericoloso per gli assetti dei potentati locali.
    nb: autoattribuirsi patenti di imparzialità e neutralità non è mai una bella cosa elegante da fare. a proposito, ha mai sentito parlare della differenza che passa tra autoritativo e autorevole?? il primo s’impone, il secondo non ne ha bisogno.

    • Neo Anderthal says:

      MI deve essere sfuggito, ma chi è che si è autoattribuito patenti di imparzialità e neutralità?
      Cosa c’entrano poi ‘”autoritativo” -forse volevi dire autoritario?- e “autorevole”?

  6. Massimo says:

    “Non so a voi….”. Beh, a me, anche a rischio di passare per qualunquista, di riprenderci la Rai, questa Rai, Rai Uno, Due, Tre, Tre Bis, Tre Quater, etc etc, non può che fregarmene di meno. Parole vuote buone per tutte le stagioni. Sappiamo bene come stanno e funzionano le cose dalle parti della Rai, che in verità ognuno tira l’acqua al proprio mulino. Personalmente quando sento certa gente, quella gente, sempre complice di lottizzazioni, spartizioni, cattiva informazione, quando li sento chiosare “sull’informazione come bene comune”, beh, mi viene da mettere subito mano alle pistole…

  7. all'improvviso uno sconosciuto... says:

    Questo è per Franco Siddi: invece di pensare ad un’altra emittente regionale di stato, per garantire il pluralismo, vedete di non far chiudere quelle che già ci sono visto che, con la crisi che incombe, già in molte zone commerciali di Cagliari e non solo che prima erano piene di negozi ora sono solo piene di “affittasi” e “vendesi” dei locali che le ospitavano. E dato che le emittenti private si basano sulla pubblicità, la vedo tragica.

  8. Ormai, non capisco più perchè una Rai regionale sia Rai 3.
    Mi sembra che Rai Regione basti e avanzi, garantendo – ovviamente – il pluralismo. Le ore regionali vadano quindi sui tre canali, e non su uno solo.
    Quanto a quale regione accedere, si faccia un bel sottomenù, e si consenta di vedere Toscana piuttosto che Puglia o Sardegna.
    Perchè?
    Perchè oggi abbiamo giornali regionali (Unione, Nuova etc.) dai quali non riusciamo ad avere notizie penetranti territorialmente se non compriamo il foglio sul posto (Cagliari, Sassari, Iglesias, Gallura); francamente, è un’informazione molto parziale per uno che, come me, vorrebbe comprare un solo quotidiano per avere tutte le informazioni, e invece due e più per avere anche le diverse opinioni.
    Mi capita di rilasciare ad Arzachena o a Iglesias, dove opero, interviste che a Cagliari non riesco nemmeno a leggere…
    Almeno la Rai, digitale, restituisca on line tutte le sue sfaccettature.
    Son disposto anche a pagare un canone “esteso”.

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