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Laboratorio 5, ecco il primo resoconto a caldo di Gianluca Floris: “Anche a Cagliari è la cultura ad essere necessaria all’economia, non il contrario”

Il mio amico Gianluca Floris mi perdonerà se copio e incollo brutalmente il suo primo resoconto a caldo dei lavori tenutisi oggi all’Exma di Cagliari, dove l’iniziativa “Laboratorio 5” ha messo a confronto gli operatori culturali e di spettacolo cittadini. Lo faccio ovviamente per incentivare la prosecuzione del dibattito. L’intervento lo trovate anche sul sito di Gianluca a questo indirizzo:  http://costruiresumacerie.org/2011/10/23/laboratorio-5-un-resoconto-a-caldo/

***

Abbiamo finito da poco più di un’ora e servirà del tempo prima di approntare un serio resoconto. Ma qualcosa ve la posso raccontare.

– Più che il dettaglio di quello che si è detto, la cosa più importante è stato farlo. Un momento di ascolto aperto a tutti gli operatori della cultura per chiedere più attenzione e più risorse per il comparto nella politica dell’Amministrazione locale. E’ stato un autentico momento di democrazia partecipata.

– Un altro punto sottolineato da tutti è che non si può andare avanti come si è fatto finora: con finanziamenti a pioggia che privilegiavano i soliti noti senza ascoltare nessun altro. Con i fondi per la cultura relegati a un avanzo, ridotti negli anni del 90% (avete letto bene: novanta per cento).

– L’economista Alessandro Hinna ha detto alcune cose decisamente notevoli: innanzitutto non è l’economia che può servire alla cultura ma la cultura a essere necessaria all’economia. Poi non dobbiamo nasconderci dietro a un dito pensando che musei, teatri e quant’altro si possano reggere solo sullo sbigliettamento, perché così dovrebbero chiudere tutti e, visto che la cultura è un presidio democratico, non è pensabile.

– Nella gestione degli spazi si deve tener presente che i tagli hanno portato l’intervento pubblico sotto la soglia del pagamento delle spese ordinarie di manutenzione. Se si demanda ai gestori il reperimento di fondi solo nel settore privato si corre il rischio di vedere trasformati gli spazi in concessionarie della Vodafone, perdendo il ruolo.

– Tutti gli operatori di tutti i settori hanno evidenziato come sia indispensabile da parte del Comune una pianificazione triennale certa e sicura per poter pianificare gli interventi, le stagioni e le produzioni.

Tante altre cose sono state dette, alcune di alto profilo e altre forse troppo particolari, ma come ho già detto la cosa più importante è stato farla, questa giornata. C’è molta voglia di ricominciare e anche i più recalcitranti hanno capito che si deve fare sistema. E’ stata una azione di lobbying trasparente all’americana per attirare attenzione sul nostro comparto, inutilmente considerato un “lusso” o un “orpello”.

Alessandro Hinna ha sottolineato come, se si mette la spesa per la cultura in concorrenza con quella per il welfare, sarà sempre il welfare a prevalere. Serve invece la comprensione del fatto che la cultura E’ welfare essa stessa e deve essere sempre garantita anche nei periodi difficili, soprattutto nei momenti di crisi. L’accesso alla cultura per i cittadini è un diritto e un presidio democratico irrinunciabile. La cultura forma ed educa cittadini più responsabili, più consapevoli e più intelligenti.

Storielle non vere ma verosimili che non ho detto in pubblico.

Nel Regno Unito, durante la seconda guerra mondiale, si fece presente a Churchill la necessità di tagliare i fondi alle biblioteche, alla musica e ai teatri del regno per far fronte alla necessaria spesa militare crescente nella guerra contro Hitler. Pare che Sir Winston rispose: “and then, what we are fighting for? E allora per che cosa stiamo combattendo?”.

Sempre durante la seconda guerra mondiale, sempre in UK, un generale della RAF pose la seguente domanda ad un regista teatrale: “E lei che cosa fa col suo lavoro per difendere la patria?” Pronto il regista: “Io col mio lavoro rendo la Patria degna di essere difesa.”

“La cultura non può essere la ciliegina sulla torta di una politica Amministrativa: la cultura E’ la torta stessa.”

Quest’ultima l’ho detta, però.

Gianluca Floris

18 Commenti

  1. Alessandro Valentini says:

    forse non è legato allo specifico dell’articolo ma con la cultura si;
    Leggo che l’istituto comprensivo di Elmas organizza un incontro, tra i piccoli allievi e i loro genitori con un professore posturologo, sui problemi della schiena, il tutto sponsorizzato guarda caso da un azienda che produce materassi, che regalerà un contributo alla scuola (senza nulla a pretendere!!!) alla fine dell’evento, lo sponsor, offre anche un buffet e viaggi premio. Mi domando e domando agli amici avvocati e del mondo della scuola, è possibile che la scuola pubblica diventi un centro commerciale e non di articoli che hanno a che fare con la cultura, approfittando della mente di minori? http://www.scuolaelmas.it/Sponsors/Comunicazione%20salute%20e%20benessere%20della%20schiena.pdf

  2. @supresidenti: o su presidenti, aici scidu non ses e totu, biu ca non cumprendis ca si fais sa locandina in sardu e in inglesu, ses ponendi sa Sardinnia in totu un’atra dimensioni: foras de cussu casinu de s’Italia, in Sardinnia e in su mundu. Ma infatis su probblema est cussu: non seis mali pagaus!

  3. Pingback: Anti-italianos | Bolognesu

  4. Ma quale cultura a servizio di quale economia?
    Per far decollare un’economia sarda autocentrata è necessaria una cultura sarda indipendente, basata sulla lingua sarda.
    Eccoci al dunque: con tutti i discorsi–soprattutto a sinistra–dell’ “Abbiamo altro a cui pensare”, da sessanta anni siamo ancora qui a contare le schiere di disoccupati e di emigrati.
    Su sardu non est mali pagau, est tontu!

    • Soviet says:

      Veramente Hinna non ha detto che la cultura deve essere al servizio dell’economia e neppure Gianluca Floris a dire il vero: la frase esatta, perché su certe questioni anche lo spostamento di una virgola si traduce in spostamento di significato, è “la cultura è necessaria all’economia”. Hinna, che nel suo intervento si riferiva al turismo, affermava che non ha senso fare cultura per attirare il turismo e se si vede la cultura come settore economico, è inevitabile che esca perdente. La cultura quindi deve essere “dietro” il turismo in l’evidenza dimostrato dalla ricerca evidenza che nei contesti più evoluti dal punto di vista culturale l’economia va meglio o tiene più che da altre parti. Quindi la cultura non è al servizio dell’economia, ma è l’ingrediente che rende un’economia più competitiva e gli operatori economici più efficaci. Senza cultura non si può fare innovazione (per capire e creare e andare oltre “su connottu” servono strumenti culturali) perché non ci sarebbero innovatori, senza cultura non ci sarebbe sviluppo, perché gli eventuali innovatori non troverebbero terreno fertile, ma un settore pubblico cieco e uno privato sordo.
      Sulla “cultura sarda indipendente” io ci andrei un po’ cauto, perché credo che la Cultura si nutra di scambi e contaminazioni (tant’è che i grandi intellettuali non hanno certo costruito recinti). Direi che ci vorrebbero “sardi culturalmente indipendenti”. Di destra e di sinistra.
      E, sono d’accordo, nessun benaltrista!

    • supresidenti says:

      ma itta oliri nai “per far decollare un’economia sarda autocentrata è necessaria una cultura sarda indipendente, basata sulla lingua sarda”? non arrenexiu a agattai s’acapiu de su chi apu intendiu ariseu e sa chistioni chi ponis tui. si fazzu unu cuncertu de peter gabriel, deppu fai sa locandina in sardu? castia, deu seu de siguru mali pagau, pero non seu tontu, quindi chistiona po tui…

  5. Nota sulla frase “…finanziamenti a pioggia che privilegiavano i soliti noti..”. Se sono a pioggia vanno a tutti. Se privilegiano alcuni non sono a pioggia. Tutti e due non è possibile.
    Sui finanziamenti alla cultura in Italia si nota un paradosso: tende a diminuire l’intervento pubblico dove esso è necessario (politica culturale) ed aumenta dove non ci dovrebbe essere (aziende private da salvare). In pratica le biblioteche per vivere devono inventarsi modalità per sopravvire cercando fondi nel mercato (coffe shop, servizi vari) mentre le aziende private, che teoricamente dovrebbero essere totalmente nel mercato, sono tenute in piedi dal fondi pubblici. Siamo messi bene.

    • Anonimo says:

      Giusta obiezione. I problemi dei pezzi scritti al volo senza rileggere…. comunque mi posso arrampicare sugli specchi dicendo che i finanziamenti erano a pioggia davvero, solo che ad alcuni andavano mille euro, ai soliti noti centinaia di volte di più….. 🙂

      • Soviet says:

        I finanziamenti a pioggia si hanno quando non c’è programmazione alla base, né scelte strategiche evidenti. Quindi, finanziamenti a pioggia che privilegiano i soliti noti è giusto anche tecnicamente: se non c’è programmazione, né indirizzi strategici, le risorse vanno a pioggia, cadono su tutti, ma la pioggia è intercettata da chi ha bacini di raccolta più grandi (dicasi da chi ha maggiori entrature nelle amministrazioni, capace di farsi ritagliare anche i bandi su misura!).
        È assolutamente vero che noi viviamo il paradosso che chi dovrebbe operare pienamente sul mercato spesso è sostenuto dalla mano pubblica (anche con effetti distorsivi, ci sono situazioni dove se avessimo tenuto i lavoratori a scavare e riempire buche la collettività avrebbe risparmiato un sacco di soldi), mentre presidi culturali che andrebbero sostenuti devono inventarsi di tutto per sopravvivere. Su questo credo sia necessario proprio un cambio di mentalità e di paradigma, non solo nel cosiddetto uomo della strada o nella casalinga di Voghera: le corbellerie di Tremonti sulla cultura che non si mangia sono il segno che anche pezzi importanti di classe dirigente, con grande potere di intervento, hanno in testa un mondo che non corrisponde a quello reale. Da gente così cosa ci si può aspettare? Non solo un mondo che non vale la pena difendere, ma un mondo che non è più in grado di difendersi perché mancante della matrice che lo mantiene in qualche modo coeso.

        • Pezzi di classe dirigente e parte della società civile non comprendono appieno le potenzialità del settore culturale. Anche se non dobbiamo nasconderci il problema delle risorse (poche). Quando scopro che anche la Reggia di Barumini (uno dei luoghi sardi più visitati) trae dai bilglietti una percentuale bassa delle sue entrate (la maggior parte sono traferimenti del bilancio regionale) vedo un futuro fosco.

      • Neo Anderthal says:

        Naturalmente dipende dal compluvio, dall’orientamento del tetto e dalla direzione delle grondaie.
        Piove quindi sul giusto e sull’ingiusto, solo che l’ingiusto se è in campo aperto ti fotte l’ombrello, se è dentro una costruzione ha messo il suo bidone alla fine del tubo.

    • Alessandro Valentini says:

      Sotto scrivo 8 volte questo commento, bravo AA

  6. giovanni says:

    Roba vecchia di trent’anni. L’ABC di qualunque libro di management culturale e roba del genere. Ma tanto vale ripeterlo, visto che a conti fatti…

    • Soviet says:

      Errore! Il tema è proprio quello che la cultura non è una merce e quindi neppure “processabile” come una merce. Ragion per cui un approccio “da marketing” non solo è sbagliato, ma dannoso. È invece importante un ragionamento sulla efficienza dell’impresa culturale che deve ottimizzare – proprio in virtù della loro scarsità – le risorse di cui dispone (che non per forza devono essere denari che il pubblico eroga, ma anche servizi e la “qualità emergente” che potrebbe scaturire da reti funzionanti.

  7. supresidenti says:

    era da tanto tempo che non mi concedevo una giornata tutta per me.. c’è chi se la fa al mare, e chi sa la fa seduto in una sala ad ascoltare un incontro molto interessante.. è stata una bella domenica.. vito, la battuta domattina su buongiorno cagliari…

  8. “Con il mio lavoro rendo la Patria degna di essere difesa”
    Splendida sintesi.
    Grazie anche di questo caro Gianluca.
    Andrea

  9. “Laboratorio 5” ha il sapore della condivisione, della partecipazione democratica, della sintesi (vedi i 5 minuti disponibili e l’uso del campanellino…) che fa emergere solo cio’ che conta davvero. Un vero paradigma di innovazione; un modello per viaggiare leggeri e lasciarci alle spalle la pesantezza delle passate “stagioni culturali”. Ottimo start-up.
    Dedda

  10. Dopo aver letto il resoconto mi rendo conto che per me è motivo di gran rimpianto non aver partecipato. Aspetto una prossima occasione

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