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Oggi di nuovo in piazza pastori e piccoli imprenditori. Ma per chiedere che cosa? E soprattutto, a chi? Alla Giunta Cappellacci??

Questo articolo è stato pubblicato oggi in prima pagina su Sardegna Quotidiano con il titolo “Tutti in piazza. Ma in due anni cosa ha fatto questa Giunta?”.

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La manifestazione di oggi davanti al Consiglio regionale non è la prima e non sarà l’ultima. Perché la crisi sarda si sta attorcigliando in una sorta di spirale: tutto si ripete con frequenze sempre più elevate. Avevamo visto sia i pastori che i piccoli imprenditori delle partite Iva protestare in via Roma negli ultimi mesi. E la gente normale si chiede: “Perché oggi queste categorie sono di nuovo in corteo? Perché? Nel frattempo, non è successo niente?”.

Le risposte che si possono dare sono diverse. Intanto, a fronte del problema apparentemente semplice posto dai manifestanti (“La crisi ci sta massacrando, la Regione ci deve aiutare”), le risposte della politica non possono che essere complesse e riguardare diversi livelli di responsabilità. Oggi, ogni atto che voglia risolvere una situazione di crisi passa attraverso il vaglio di più soggetti che la gente chiama genericamente “la politica” o “la burocrazia”. Paradossalmente, più una richiesta è semplice, più la strada che porta ad una sua risposta è articolata. Per questo servono una politica coesa e una pubblica amministrazione efficiente: per coniugare la rapidità dell’azione con il rispetto delle leggi. La politica sarda oggi è coesa? Il centrodestra che governa alla Regione è unito e in grado di dare risposte, anche le più elementari? A leggere le recenti dichiarazioni dei leader del Pdl isolano, dovremmo dire di no.

Chi protesta chiede poi ovviamente alla politica di fare in fretta. Ma i problemi vanno soprattutto affrontati per tempo. E qui sta la grave responsabilità della Giunta Cappellacci: non avere “aggredito”, in due anni, nemmeno una delle grandi questioni aperte: né quelle di sua diretta competenza (la sanità, ad esempio), né quelle in cui era fondamentale il rapporto con il governo Berlusconi. E lo stallo disastroso sulla vertenza entrate, l’impotenza sul caso Vinyls e lo smacco sulla Tirrenia stanno li a dimostrarlo. Peccato che il livello nazionale sia fondamentale per dare risposte, ad esempio, ai vessati da Equitalia: il loro futuro dipende da Tremonti. Ma Cappellacci, La Spisa, Nizzi, Pili e Murgia possono qualcosa contro il ministro Tremonti, loro compagno di partito? Il centrodestra sardo ha una voce autorevole quando rappresenta i suoi problemi al centrodestra nazionale?

La vicenda dell’agricoltura, poi, è paradossale. Perché tutto è precipitato dopo le dimissioni dell’assessore Prato, che da molti era indicato come il responsabile della crisi. Da quando c’è il nuovo assessore, Mariano Contu, addirittura di agricoltura e pastorizia nemmeno si parla più. Per combattere la crisi servono idee chiare ma anche assessori competenti: quanti di questa giunta regionale lo sono?

Mi raccomando, oggi non usate la macchina se dovete andare in centro. E arriverderci alla prossima manifestazione.

 

8 Commenti

  1. Condivido con lei i dubbi sull’efficienza del comparto agropastorale, per intenderci, nello specifico, quello poco virtuoso, avvezzo alla protesta ed all’esibizione e poco alla soluzione. Ma continuo a dissentire sulla sua scarna visione della sovranità, che al contrario avrebbe proprio lo scopo di aggirare l’intermediazione statale la quale (inevitabilmente) tratta con indifferenza (o male) le istanze territoriali. Se questo l’hanno già capito da anni in diverse parti del pianeta, non si capisce perché in Sardegna dovremmo diabolicamente insistere con la favola di confondere l’isolazionismo alla sovranità, che sono due concetti ben lontani tra loro. Le ricordo che proprio in questa fase storica l’indipendentismo ritiene la Sardegna isolata, o meglio, ai margini di una repubblica centralista ed estrema periferia dell’Europa. E sfido chiunque a provare il contrario.

    Ma per stare sul tema, non me la prendo con i pastori perché sono il prodotto di un sistema centralista. Non io ma la Confindustria Sardegna ha lamentato in più occasioni la scarsa preparazione manageriale delle nostre maestranze nei confronti del mercato. A chi imputare il problema? A dei Sardi che non sono stati formati dall’istruzione italiana? O alle stesse istituzioni regionali che spesso non hanno voce in capitolo e/o vengono prese a schiaffi da Roma quando si tratta di tutelare i nostri interessi? Le faccio persino un esempio in campo turistico e culturale: che cosa dovrebbe promuovere a livello internazionale un popolo che a scuola non studia neppure la propria storia? Negli USA “piazzano” come musei case vecchie di 50 anni e quì i nostri giovani emigrano perché non ci sarebbe “nulla”, “neppure” manufatti archeologici di migliaia di anni…In Veneto c’è la corsa ad acquistare terreni agricoli, quì si svendono.
    E’ chiaro che il problema economico deriva (non solo dalla più ampia crisi internazionale) ma dallo scarso know-how culturale del territorio, che a sua volta è rimpolpato da una politica figlia di questo medesimo ritardo culturale. Senza formazione non c’è futuro, ma solo assistenzialismo e sterile lamentela. L’indipendentismo non si piange addosso.

    E bisogna anche chiarirsi sui termini, senza confondere Stato e Nazione. Una nazione Sarda, per quanto minoritaria tra la popolazione sarda, esiste. Ma il concetto di sovranità va oltre e dovrebbe riguardare l’intera popolazione sarda nel proposito di riformare le nostre istituzioni a potenziare il livello delle nostre competenze amministrative. Questo lavoro lo si può fare solo in misura organica, attraverso delle riforme istituzionali, quindi sì, partendo con maggiore autonomia. E uno dei traguardi potrebbe essere quindi NON quello di fare una nazione, ma uno Stato, che accompagni quella nazione a svilupparsi maggiormente. Ma se lei mi chiede oggi, a condizioni correnti, con le mani legate dietro la schiena, quanto pagherei le quote latte ai pastori…io posso solo ricordarle che dentro la stessa repubblica nella sedicente “Padania” altri riescono a trattare il problema e noi no. Ci sono manifeste disparità politiche, alla faccia dell’eguaglianza costituzionale che non ci riconosce neppure l’amministrazione dei Beni Culturali. Quindi il problema non ha solo un profilo economico ma anche politico ed istituzionale. Pensare solo al economico senza occuparsi del resto equivale a sfidare un’avversario con gli occhi bendati e le mani legate dietro la schiena. L’indipendentismo quindi c’entra, perché avrebbe il compito di promuovere il percorso politico destinato a fare pressioni nell’ottica di avere più sovranità in funzione economica. Dico “dovrebbe” perché la balcanizzazione delle sigle indipendentiste ancora non lo consente. Ma quando la nostra associazione aprì la critica nel 2005 i sardisti si erano persino dimenticati di aver aderito ad una formazione politica europea e il resto dell’indipendentismo sognava ancora per buona parte il mito di Che Guevara. Io sono ottimista, a catena, molti temi sono entrati nell’agendina indipendentista, che a sua volta sta influenzando anche quella dei partiti italiani in Sardegna. Sono processi lunghi, è chiaro, ma io penso inevitabili. L’alternativa sarebbe una crisi sociale di vaste proporzioni per lungo tempo.

    Cordiali saluti.

  2. E, mi perdoni, signor Bomboi, il consorzio 3A che ha una sua notevolissima solidità, ha anche un punto di pericolosa debolezza nei concimi utilizzati i quali costituiscono un problema costantemente all’attenzione del nostro consiglio regionale con il quale ce la prendiamo ogni giorno ma che, evidentemente, é quello che é perché noi siamo quello che siamo. E non ce li vedo gli stessi a governare una nazione. Sembrerebbe la Guerra Lampo dei Fratelli Marx. Se lo riguardi, signor Bomboi e ci vedrà, ne sono sicuro, molta della nostra realtà. Saluti cordiali

  3. Gentile signor Bomboi, non temo l’indipendentismo che al massimo si tradurrà in un richiesta di maggiore autonomia su certi temi. Né temo di restare fermo agli anni passati se mi si propongono stupidaggini con il timbro della modernità solo presunta. Ma se restiamo al tema metaforico della pastorizia balza dai fatti tutta la drammaticità della nostra condizione che non riusciremo certo a risolvere né con nazioni sarde né con strategie che nei fatti sono fallimentari. E mi spiego. D’accordo con lei sul fatto che se il pecorino romano, perduto dentro un mercato che non lo richiede più, non mantiene in vita i nostri pastori, allora sono necessari cambiamenti importanti nella produzione a partire dalla diversificazione e dal ritorno ad un ciclo del latte completo e fondato sulla qualità, ripensare la distribuzione e intervenire in un modo così profondo che realisticamente occorreranno anni. l’indipendentismo non c’entra granché o nulla. Ci sono piccole comunità nell’isola che lo hanno già fatto, ma sono, come sempre in Sardegna, singole realtà. L’idea poi che occorra visibilità (malattia contemporanea tra le più gravi e pericolose) perché così un problema si risolve miracolosamente é essa pure destinata a far fallire le istanze nebulose dei pastori. L’atterraggio in elicottero di Flavio Briatore che propone il suo bollino sui prodotti dei pastori (idea che in sé non contiene il diavolo e anzi propone di finirla di essere solo conferitori di latte), l’apparizione, insomma, di Briatore tra i pastori é desolante e fa a pugni, ma pugni pericolosi, con ogni idea di “sarditá virtuosa”. Briatore, i pastori lo dimenticano, ha sfigurato un pezzo della nostra terra nel silenzio dei sardi e del Comune che lo ospita. Ha denunciato un poveretto indigeno al quale ha chiesto centinaia di migliaia di euro. Ha diffuso un’idea di Sardegna simile a un casinò e inaccessibile a quegli stessi pastori i cui centurioni si sono fatti stordire dalle bollicine e da quella terribile paccottiglia. Insomma, come puntualmente accade nelle nostre vicende, gli isolani divengono succubi di chi propone fondi di bottiglia e specchietti. Gli esempi sono innumerevoli. Però questa dei pastori si avvia a divenire una tragedia perché oltretutto tocca una categoria che ci rappresenta davvero tutti. Ancora una volta si dimostra ogni assenza di una profonda coscienza di noi stessi, l’assenza di un progetto e una irrimediabile incapacità storica di autodeterminarci se non a parole. Affidare tutto all’ennesima marcia su Roma giocando ai soldatini sardi condurrà alla rovina. Non sono così folle da supporre di conoscere la soluzione al problema, ma vedo uno sbandamento ed una assenza di filosofia e progetti che fanno prevedere un brutto futuro. Così, per disperazione, alcuni, pochi, gridano di volere una nazione sarda e dicono “almeno proviamo”. Come ingenui bambini vogliono provare e dicono che così saremmo moderni.
    Ricordo però uno studio dell’Ocse della fine degli anni ’50 che proponeva, come unico possibile modello di società ed economia possibile (furono prese in esame alcune regioni storiche, tra le quali il Barigadu) un modello fondato sul passato, ossia un mondo che, conservandosi senza stravolgersi come é invece accaduto, mantenesse in vita nei propri luoghi (sì, nei propri luoghi ) le popolazioni e della modernità prendesse, diciamo così, la parte buona. Il progetto andò avanti, ma forte quanto tragica vinse, sostenuta dalla politica e dai sardi, l’idea di una fallimentare industrializzazione che, con la sua finta modernità, mutò, sconvolse e travolse ogni più remoto angolo dell’isola che dimenticò in pochi decenni com’era e se ne vergognò perfino.
    Ora anche i nostri pastori, che a parole si dicono legati alle origini e agli avi, si vestono di falsa modernità e dopo aver profondamente mutato in peggio un habitat con il quale convivevano da millenni, cercano soluzioni in un mondo e in mercato che se li mangerà vivi e che già ha iniziato a farlo da quando hanno smesso di essere quello che erano.
    Cordiali saluti e molte scuse per la lunghezza
    Giovy

  4. Signor Giovanni, le sue argomentazioni, per quanto rispettabili, mi sembrano uscite dall’epoca della Rinascita degli anni ’60.
    Sovranità significa poter stabilire linee di politica economica ma anche capacità di far sentire la propria voce in un contesto internazionale ed anche extra-istituzionale interno: quindi non solo tra le mura domestiche ma a livello europeo e stipulando anche trattati commerciali con altre realtà non Schengen. In quanto al pecorino romano, il mercato ci insegna che se un prodotto non funziona più lo si diversifica e lo si commercializza meglio, direi quindi entrambe le cose. Ma continuare a puntare solo su un canale che non funziona mi pare la tipica perseveranza diabolica già vista ad esempio su altri settori, come sul tessile, dove alcune associazioni di categoria, al posto di prendere atto che una determinata produzione è in flessione, non solo non si aggiornano, ma chiedono aiuti per rimpolpare lo stato di crisi assistenziale permanente (ed è così che si arriva alla cronicizzazione dei problemi, senza interventi strutturali). Non è questa quindi la linea di buona parte dell’indipendentismo oggi se è questo che teme.

    Se nota nell’isola abbiamo anche già realtà di alto livello come il consorzio 3A Arborea che non solo non sono in crisi ma hanno manifestato buoni utili nell’ultimo esercizio di bilancio. Evidentemente dove c’è organizzazione e non questua le cose possono funzionare, purtroppo rimangono realtà relativamente circoscritte proprio perché non c’è una concreta sovranità che ne accompagni lo sviluppo del raggio d’azione sul mercato. Il discorso sarebbe lungo.

  5. Giovanni says:

    Signor Bomboi, quanto pagherebbe le quote latte se lei fosse Presidente di una sciagurata Nazione Sarda? Crede davvero che il problema, rinchiuso nell’isola, verrebbe risolto qua, tra le mura domestiche? Crede che “sovranamente” lei potrebbe decidere di salvare i pastori i quali si sono cacciati molti anni fa in un merctao più grande di loro e ora da quello stesso mercato, impropriamente definito libero e comunque regolato da leggi crudelissime, vengono estromessi perché a nessuno interessa più la produzione del pecorino romano? Crede che se lei fosse, non dico presidente, ma ministro sardo dell’agricoltura avrebbe finalmente peso in politica al di fuori delle acque territoriali? Sono certo che tutti darebbero una risposta univoca: non solo il gravissimo problema dei pastori non è risolvibile in Sardegna, ma nella disperante eventualità di una Nazione Sarda, proprio i pastori diverrebbero una categoria ancora più fragile di oggi. L’unico vantaggio starebbe nel fatto, gentile signor Bomboi, che non dovrebbero più andare a Roma per protestare ma, al massimo, sotto il suo ministero o sotto le finestre della sua presidenza che non si sa se sarebbe a Cagliari, a Nuoro o a Sassari perché non sarete, come d’abitudine, mai d’accordo su nulla e per conseguenza neppure sulla sede dei vostri ministeri. La ringrazio e resto in attesa di una sua risposta.

  6. Sono d’accordo Vito…ma anche il centrosinistra, che avrebbe fatto a parti inverse? La Giunta Soru ha dimostrato che i problemi non basta sollevarli se non si risolvono.

    Senza sovranità non possiamo pretendere più peso dai nostri parlamentari, anche se agitassero le braccia più del dovuto. Demograficamente parlando la situazione è più che chiara, tanto quanto è chiara la struttura centralista delle nostre istituzioni. Stesso discorso applicabile alla risposta di Ainis quando parla di “Europa”: una bella parola…ma in Europa ci siamo solo simbolicamente….

    Se è vero dunque che la sovranità si esercita piuttosto che mugugnarla (come sembrano dimostrarci altre comunità in giro per l’Europa) allora dovremmo anche imparare a non confondere più i concetti di “nazionale” e “statale”, evitando così di oliare la cinghia al meccanismo che ci stritola con disarmante indifferenza.

    Diversamente i problemi rimarranno tali e quali a oggi, si presentaranno ciclicamente e sempre più frequentemente. E siamo arrivati anche ad un inflazionismo della protesta al punto che parecchi lavoratori stan iniziando a non scendere neppure in piazza (come è successo l’altro giorno a Cagliari). Tanto che ci fanno? Si pongono le stesse domande del titolo del tuo articolo. Mancano risposte a queste domande, e forse fin’ora non le abbiamo cercate nella direzione giusta ma solo nel classico scontro “destra-sinistra” italiana.

  7. Vorrei spezzare una lancia in favore dei pastori. Sì di quella categoria da noi stessi sardi più volte vilipesa, perchè reputata rozza, arretrata e arretrante. Si sa che non ci sono più i pastori di una volta, e che le mazzate comunitarie oggi le stanno pagando loro più di ogni altra categoria sociale. Sono pochi e accesi dal furore, e voglia Iddio che questo loro furore giusto e malcompreso, possa trovare presto una soluzione in sede europea, per quanto pochi facciano affidamento a questo istituto. Da noi, “che stiamo in fondo alla campagna”, c’è ancora un atavico rispetto per il coltivatore diretto che cura le sue pecore, il suo orto e offre cibo a km. zero di sicura qualità e a buon prezzo: forse bisognerebbe tenere in conto questo comportamento anche da noi giù, e riascoltare ogni tanto la voce di nostro signore Gesù, il vero buonpastore.

  8. Soviet says:

    Beh, esiste uno “ius murmurandi” oppure, anche se non ha immediati riscontri pratici, la protesta e probabile che abbia effetti lenitivi…pare infatti che nella marineria genovese i marinai potessero scegliere tra due formule, una retribuzione più alta oppure il riconoscimento del diritto al mugugno…e pare che moltissimi marinai preferissero la possibilità di mugugnare ai soldi!
    In verità le lotte si fanno perché si reputano giuste aldilà dell’esito. Eppoi, se non si protesta si corre il rischio di essere arruolati. Un po’ come nel giornalismo, se non si smentisce un’affermazione il fatto è dato per acquisito…

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