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Proprio ora che ne avevamo bisogno, Sa Die de Sa Sardigna è morta! Chi l’ha ammazzata? Ecco l’elenco dei sospettati

Ogni festa esiste nella misura in cui la si celebra: per cui Sa Die de Sa Sardigna non esiste più. Il calendario delle iniziative presentato dalla Regione per questa edizione 2001 è talmente scarno da sembrare quasi irridere all’importanza della ricorrenza sbandierata dagli stessi organizzatori. 

Sa Die è morta. Nessuno ci crede più. O meglio, continuano a crederci solo coloro che, a metà degli anni ’90, capirono che la Sardegna aveva bisogno di una sua festa nazionale per unire idealmente l’isola intorno a valori condivisi. Un gruppo che organizza il prossimo 21 maggio a Seneghe un incontro durante il quale verranno formulate cinque nuove domande intorno ad altrettante questioni cruciali per la nostra isola: dall’assetto istituzionale alle emergenze sociali, dal ruolo degli intellettuali al nuovo modello di sviluppo, fino alla riflessione sulla qualità della politica.

Sa Die però ha perso la sua forza propulsiva. Eppure oggi tutti (da Cappellacci in giù) si riempiono la bocca di “nazione sarda”. Ma allora perché il 28 aprile non ha più significato, quanto meno nella generalità dell’opinione pubblica isolana?

La festa nacque già con delle fortissime resistenze. Ricordo il dibattito accesissimo sulla Nuova Sardegna, con gli storici e studiosi sassaresi inferociti contro una ricorrenza che ricordava la sollevazione del popolo cagliaritano contro i piemontesi, il 28 aprile del 1794. Il campanilismo ebbe un ruolo assurdo in quel dibattito, e ricordo ancora con sgomento le prese di posizione di alcuni accademici del Capo di Sopra che, senza vergogna, ragionavano come ultrà della Torres.

La retorica sardisteggiante molto in voga negli anni ’90 rese poi difficile il compito di credere nella ricorrenza. La festa pagava le contraddizioni della politica, come se solo il 28 aprile la gente potesse accorgersi di quanto scadenti fossero i nostri rappresentanti, visto che Sa Die diventava la più clamorosa occasione per misurare la distanza tra il dire e il fare della nostra politica.

Poi è chiaro che quella parte di società isolana che ha lucrato su una posizione di intermediazione tra i grandi poteri nazionali e le necessità dell’isola, non poteva certo sopportare una festa che invitava alla ribellione contro un potere lontano e distratto. Così la festa ha subito una mutazione.

Alla destra sa Die non piaceva perché rischiava di sembrare una festa “para indipendentista”.  La destra cossighiana invece la trasformò in “festa sarda, dunque italiana”, secondo il classico schema di Francesco Cesare Casula. Alla sinistra Sa Die piaceva invece solo nella misura in cui magnificava i risultati dell’autonomismo e rilanciava la lotta per un nuovo piano di Rinascita. Per cui alla fine ogni maggioranza ha usato la ricorrenza per festeggiare qualcos’altro: agghiacciante l’accostamento nel 2004 alla Brigata Sassari, evocativo ma secondo me ugualmente fuorviante quello ad Antonio Gramsci negli anni di Soru presidente.

Anche agli indipendentisti Sa Die è piaciuta poco, soprattutto ad Irs che ha preferito ai moti cagliaritani il ricordo della battaglia di Sanluri.

Insomma, sembra che la Sardegna non riesca a festeggiare nulla di suo ma solo qualcosa di riflesso. Ma forse è giusto così, è meglio per pudore non festeggiare nulla. Da 426 giorni gli operai della Vynils sono autoreclusi all’Asinara: parlare di orgoglio sardo, di ribellione sarebbe effettivamente di cattivo gusto.

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8 Commenti

  1. Franco Masala says:

    Segnalo una bella e profonda riflessione su sa Die dal titolo Gli inganni dell’identità: sa Die de sa Sardigna pubblicata in Identità sarde Un’inchiesta etnografica di Benedetto Caltagirone, Cuec, Cagliari 2005, pp. 105-263.

  2. Alessandro Mongili says:

    Car* tutt*, abitando a un isolato da piazza palazzo, vi comunico che dalle 18.00 di oggi 28 de Abrile, circa, non riesco a lavorare molto bene per il casino che proviene dalla piazza, che è piena di gente. Ho fatto molte fotografie perché sono sceso, così come per il 17 marzo, a fotografare chi assiste. Differenze: po sa Die, molto popolo, molto folklore, atmosfera da outing e da protagonismo, per il 17 marzo, molto ceto medio, molte divise inni e alzabandiere, molti simboli mortuari e cimiteriali, atmosfera da spettatori. Il problema è che chi appartiene alla sinistra ex-marxista è sempre ipnotizzato dall’establishment e dal potere, e si dimentica che c’è anche la gente comune che rimane molto più sarda di quanto voi non immaginiate, anche se talvolta se ne vergogna.
    Tutta la polemica su sa Die è analoga a quella sulla limba, fatta da sepolcri imbiancati che hanno paura anche della loro ombra. Sa Die è un successo, e si sta radicando. Il 14 luglio è nato cento anni dopo la presa della Bastiglia, e oggi è una festa scontata. E anche la presa della Bastiglia è stato un episodio affatto centrale di tutta la Grande Rivoluzione. Sa Die, sono sicuro, crescerà ancora perché non vedo all’orizzonte la sparizione del sentimento di appartenere a una comunità nei Sardi. Anzi, vedo il contrario, rispetto a solo vent’anni fa, è cresciuto in modo incredibile.

  3. Soviet says:

    Forse il fatto è un’altro: Sa Die de Sa Sardigna non è morta, semplicemente non è ancora nata e si festeggia una specie di simulacro di qualcosa che non c’è , la coscienza di appartenere all’Isola e non al solo paesello natio. Forse sembrerà assurdo, ma se alcuni accademici del “capo di sopra” – magari in altre questioni più che moderasti – si sono messi a discutere come ultras della Torres qualcosa vorrà pur dire! Significa che non esiste un momento unificante. Della sola cacciata dei piemontesi meglio forse l’intera epopea di G.M. Angioy, che portò qualche scintilla della Rivoluzione Francese sull’isola e lottò contro la tirannide. Festeggiamo allora il 28 febbraio, data delle sua morte, per quello che sarebbe potuto essere e non è stato…

  4. Ismaele says:

    Non sono sardo d’origine ma d’adozione. in quanto continentale insardizzato amo festeggiare sa die de sa sardigna il 9 giugno, data d’inizio della rivolta di Pratobello.

  5. Nicola says:

    Sono fra quelli che ho sempre pensato che non basta riempire di folla le vie del Castello, di Castello come piace a noi di cagliari, per dare senso a una festa.
    Non bastano gli archibugi del tempo, le maschere o il gran pavese del galeone dei “piemontesi” alla rada nel porto, tra uno sparo di cannone e l’altro, per costruire un sentimento popolare.
    Ogni festa vive intorno a fatti che segnano la storia dei popoli, nelle vittorie ma anche nelle grandi sconfitte.
    I palestinesi si fermano nel giorno che ricorda la catastrofe, di certo non per gioire.
    Non è certo per il senso di sconfitta che spesso abbraccia quello che chiamiamo popolo che non si festeggia il 28 aprile.
    Non è certo neanche nel come eravamo, visto che oltre le foreste disboscate dell’indimenticabile Giuseppe Dessì in Paese d’Ombre un pensiero chiaro del “dove eravamo” e del “dove andiamo” non è poi così evidente nella vicenda autonomista attuale della nostra regione.
    Intorno a quella festa non si è costruita alcuna elaborazione ne culturale ne di proposta politica, che potesse incardinare la discussione non solo nelle sedi istituzionali ma nel territorio.
    Non è un caso nel come quella festa nasce, la legge che la istituisce è povera – di soli quattro articoli.
    Segna solo una ricorrenza, indistinta e indistinguibile.
    Eppure il presente pone tante domande:
    l’assetto istituzionale, come contrastare l’aggressività di un federalismo utile a esaltare le divisioni;
    da fautori dell’autonomismo rischiamo di dover difendere poteri e prerogative delle stato centrale, pena una disgregrazione che colpirebbe i territori poveri (poco cambia che siamo i meno poveri tra i poveri o i meno ricchi tra i ricchi);
    una crisi di portata mondiale che mette in discussione l’abbozzo del cosiddetto modello di svoluppo e che distrugge l’insediamento industriale tipico della nostra regione che però non basta difendere perchè non ha in se il senso della prospettiva;
    per contro il rischio di frantumazione dell’economia delle zone interne, non solo di quelle, mortificata dalla crisi della pastorizia.
    Una rivoluzione, anche culturale, che segna tutto il medio oriente e che cambierà – non si sa come – i rapporti con un pezzo importante di mondo.
    Mi pare che il gran pavese illuminato non basta a dare le risposte che servono.
    Purtroppo dietro quel gran pavese illuminato, tra un colpo di cannone e l’altro, ci si sono nascosti in molti.
    Come se bastasse inneggiare alla sardità e alla pacifica ribellione “si ma noi i piemontesi li abbiamo accompagnati al porto” per far vivere una proposta politica che invece non c’era, non c’è e non è detto che ci sarà.
    Anche perchè, nel quotidiano, il distinguo dalla dinamica nazionale affoga nel conformismo e nella trasversalità.
    Senza voler riaprire polemiche perchè a Roma si paga senza fiatare una tassa di soggiorno, si vabbè di soli due euro, e da noi non siamo riusciti a difendere l’idea di una tassazione (le cosiddette tasse sul lusso, che si sarebbero dovuto chiamare tassu sull’uso) che provasse a restituire al territorio quanto gli è sottratto per uso esclusivo?
    L’idea di autonomia è fatto culturale, diventa proposta politica, se in quadro di reciproco riconoscimento tra poteri colloca in un diverso piano l’autonoma iniziativa a difesa dell’interesse del popolo sardo.
    Diventa autonomia forte se mette in concorrenza le idee , i progetti, le risorse umane, materiali e ambientali.
    Non è l’essere anticonformisti ma dal Castello, da Castello come piace a noi cagliaritani, non ho vista partire alcun Galeone.
    Sarà stata una rappresentazione ma su quel Galeone non occorreva metterci i figuranti che impersonificavano i piemontesi ma rifiutare definitivamente la sola idea di aver subito.
    Perchè l’aver subito è spesso l’alibi per il non fare, che fa da maschera a ogni opportunismo.

  6. Francesco says:

    Per chi vuole un pò di informazioni sulle spese del caso:

    http://www.frantziscusanna.net/2011/04/forse-la-crisi-e-finita-politiche.html

  7. Pasquino says:

    Già, è meglio per pudore stare zitti e fermi.
    Ma qualcosa prima o poi dovrà ribollire.
    Giorgio Bocca ha ragione: le persone perbene oggi non contano nulla.
    Ma anche una persona perbene come Arthemalle ha cominciato a ribollire, col suo ‘nnemammarua.
    E, sinceramente, anche io sento tutto un malessere dentro che qualche sfogo lo dovrà pure avere.
    Sarò depresso, mi dispiace, ma non riesco più a trovare forza nelle ricorrenze e nelle celebrazioni anche se ne capisco l’importanza.
    Forse non ha tutti i torti ancora Bocca quando dice che senza rivoluzione siamo morti.
    Mi manca la mia, la nostra Resistenza. Quella che non ho e non abbiamo ancora fatto.
    E mi trovo a invidiare un giovane nordafricano.
    Saluti.

  8. Daniele Addis says:

    Sa die è un giorno importante anche per gli indipendentisti… solo che diciamo che non è l’unico evento storico da ricordare, ma ce ne sono anche molti altri, solo che non sono funzionali alla storiella della sardegna italiana.

    È ridicolo ricordare i moti sardi contro gli occupanti sabaudi “nell’ambito dei 150 dell’unità d’Italia”, sarebbe come se gli scozzesi celebrassero William Wallace nell’ambito delle celebrazioni del Regnu Unito. Non so se siano ignoranti oltre il limite del consentito ose lo facciano apposta, fatto sta che è allucinante

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