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Sergio Zuncheddu non conosce la congiura di Camarassa e fa mettere alla gogna tre giornalisti per far recuperare un po’ di credibilità all’Unione Sarda: invano

Sicuramente suggestionato dalle mie attuali letture (“Storia della Sardegna” di Leopoldo Ortu, edizioni Cuec), quando sabato ho visto nuovamente schiaffata sull’Unione Sarda la vicenda dei colleghi Giorgio Melis, Antonio Cipriani ed Enrico Fresu, condannati dal tribunale per aver diffamato il quotidiano cagliaritano di Sergio Zuncheddu, ho pensato alla congiura di Camarassa.

Accadde dunque che nel 1668 fu ucciso a Cagliari in una imboscata nell’attuale via Canelles nientemeno che il Vicerè, il marchese di Camarassa. La torbida vicenda ebbe una conclusione processuale clamorosa perché, interpretata come la volontà di una ribellione dei sardi contro la Corona spagnola, portò al carcere e alla condanna a morte in contumacia di un gruppo di nobili, accusati di congiura.

“I loro beni vennero confiscati, alcune delle loro case rase al suolo e sugli stessi siti, dopo avervi passato l’aratro e cosparso il sale, furono innalzate lapidi infamanti, una delle quali è ancora visibile oggi sulla parete esterna della casa Asquer, in via Canelles 32”, scrive Ortu.

Qualcuno riuscì a scappare, tre furono uccisi, mentre il Marchese di Cea e il suo servo furono catturati. Per loro la Corona organizzò un macabro corteo che partì da Sassari e raggiunse Cagliari. Scrive Ortu: “Dinanzi a tutti procedeva il boia a cavallo, con un lungo tridente sulle cui punte erano conficcate le teste piene di sale dei tre uccisi; seguiva l’anziano marchese, con il servo a piedi, poi un folto corteo con grande spiegamento di forze”. Arrivata a Cagliari, la parata diventò ancor più lugubre e solenne, e il marchese e il servo furono rinchiusi nella Torre dell’Elefante. Il marchese di Cea dopo una settimana fu decapitato nell’attuale Piazza Carlo Alberto, il suo servo arrotato.

Le teste dei congiurati rimasero poi “esposte entro una gabbia per molti anni, nelle due torri dell’Elefante e di San Pancrazio, a turno”.

Scusate se l’ho fatta lunga, ma quando sabato ho visto il titolo dell’Unione Sarda ho pensato subito alle tre teste esposte sulle torri. Perché la vicenda della condanna dei giornalisti dell’allora “Giornale di Sardegna” Melis, Cipriani e Fresu, per come il quotidiano cagliaritano l’ha raccontata, sembra più frutto di un delitto di lesa maestà che non di una normale querela per diffamazione che giunge ad una prima conclusione, cioè la sentenza di primo grado.

La volontà di intimidire chi si voglia occupare criticamente di Sergio Zuncheddu e del suo gruppo editoriale mi sembra evidente: la notizia non meritava tutto questo risalto (addirittura cinque colonne in cronaca con tanto di foto, senza parlare poi del titolo sparato sul web), tanto più che era già stata data sei mesi fa! Cosa c’era di nuovo? Le motivazioni della sentenza. Che però sono state rese note a gennaio: tre mesi fa. Mi dicono che in viale Regina Elena le avevano da almeno dieci giorni, ed evidentemente hanno aspettato una delle poche occasioni in cui nelle case, complici le festività, una stessa copia viene letta per due giorni.

Perché l’Unione Sarda si è prodotta in un attacco così sconsiderato? Perché l’equivalente della lapide in via Canelles nella Cagliari del Seicento? Solo perché Giorgio Melis ha riaperto il suo blog Altravoce (e ora in un articolo spiega, dal suo punto di vista, la vicenda)? Perché Soru è stato assolto e c’era bisogno di sviare l’attenzione? Sicuramente Sergio Zuncheddu è nervoso e si sente sotto pressione. Non gradisce le critiche, nemmeno quelle che provengono da questo umile blog: messaggio ricevuto, dottore.

Ma l’editore deve stare attento a non gettare nel ridicolo i suoi zelantissimi cronisti. Perché l’intenzione espressa dall’Unione Sarda di interessare della questione l’Ordine dei Giornalisti fa ridere i polli. Chi ha un minimo di dimistichezza con le leggi, sa bene che l’Ordine deve attendere che ogni vicenda giudiziaria che riguarda un suo iscritto deve passare in giudicato, mentre qui siamo appena al primo grado. Delle due l’una: o all’Unione Sarda ignorano questo piccolo particolare (ed è il massimo vedere un quotidiano che disinforma sulle leggi che regolano la professione giornalistica!) oppure, a costo di sembrare ignoranti, gli zelantissimi cronisti hanno voluto far credere ai loro lettori che le “infamanti accuse” rivolte all’integerrimo gruppo editoriale sarebbero state sanzionate senza dubbio dall’Ordine, giusto il tempo di aprire il procedimento: quanto di più sbagliato. Anzi, secondo me proprio chi ha scritto l’articolo di sabato meriterebbe di avere un po’ di tempo libero per ripassarsi il nostro codice deontologico. 

Se Melis, Cipriani e Fresu hanno sbagliato lo diranno i tribunali al termine dei regolamentari tre gradi di giudizio, dopodiché l’Ordine dei Giornalisti farà le sue valutazioni. Una cosa però è già evidente: questa vicenda giudiziaria è stata proposta ai lettori dell’Unione Sarda in maniera del tutto sproporzionata, sottoponendo i colleghi ad una vera e propria gogna mediatica. Per questo motivo vorrei dar loro la mia solidarietà.

Caro Zuncheddu, non è facendo credere che qualcuno ha attentato al buon nome del giornale che Lei e l’Unione Sarda riguadagnerete un po’ di credibilità. Tutti abbiamo visto come sabato, a pagina due, il suo giornale ha dato la notizia del clamoroso esito del processo Saatchi & Saatchi: “Tutti assolti”, e non “Soru assolto”. E dell’ex presidente della Regione in pagina non c’era nemmeno una foto. Sotterfugi talmente piccini che l’Ordine non ha, ahimè, gli strumenti per sanzionarli.

Post scriptum
Dopo molti anni, la Corona spagnola riconobbe che i “congiurati” erano innocenti e che il Vicerè Camarassa era stato ucciso per questioni private.

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13 Commenti

  1. stephexx says:

    Forse meritavano semplicemente d’essere condannati.
    Immagino che questa opzione non ti sia mai passata per la mente.

  2. bobore says:

    Ma perchè tirare in ballo il padrone dell’Unione? Lui è solo l’editore. Gli articoli li scrivono i giornalisti. Li approva un direttore che è un giornalista. Li leggono il cdr e gli altri sindacaloni dell’Unione, che sono giornalisti e che pontificano su precariato, uffici stampa e unioni dei cronisti. Quando costoro si occuperanno di ciò che accade nella loro redazione? In realtà si nascondono dietro il loro editore, a fine mese si godono integrativo e benefit e a giorni alterni fanno gli indignati speciali. In fondo, in fondo l’editore fa il suo lavoro. Loro no. Fanno pietà.

  3. Alessandro Frau says:

    Un giornale come il fatto in Sardegna??? magari…
    Visto che si parla di professor Ortu, sapiate che ha pubblicato un libro intitolato l’Eco di Sardegna.
    L’Eco di Sardegna fu un giornale stampato in piemonte nel 1852 per volere del suo direttore, (l’algherese Stefano Sampol Gandolfo) per poter informare meglio i piemontesi dei problemi sardi, Sampol parlava dei problemi dell’isola come mai nessuno aveva fatto prima di lui, “fu anche il primo a parlare del genocidio dei nativi americani”…
    Quindi io sarei felicissimo se in Sardegna venisse stampato un giornale come il fatto o come fu l’eco, che parli dei veri problemi dell’isola senza avere paura di andare contro qualche politico o imprenditore…
    sperare non costa niente…

  4. Michele Atzori says:

    Il motivo per cui elisabetta non conosce camarassa,è lo stesso per cui si associa la figura di eleonara d’arborea al risorgimento italiano,o sant’efisio morto obiettore,accostato come protettore alla brigata (d’assalto) sassari.Sergio Atzeni diceva che chi non sente il bisogno di conoscere la terra che abita è un idiota,oggi si può dire che questa mancanza, sia uno dei motivi della povertà e dell’arretratezza dei sardi,che come le scimmie si specchiano nella storia altrui,convinti che sia la loro. elisabetta non ce l’ho con te.

    • Luca S. says:

      Riprendendo la citazione di Michele c’è da dire che però Sergio Atzeni si sentiva, per sua stessa ammissione: sardo,italiano mediterraneo ed europeo. Si percepiva come un cittadino del mondo, un “bastardo” certo, ma in un accezione ribaltata laddove il termine dispregiativo acquisisce invece una connotazione positiva, ossia quella del sentirsi fiero d’essere un “meticcio”; ed è questa “ammistura” che, secondo il mio modesto parere, i sardi dovrebbero riscoprire insieme alla loro storia dolorosa; una storia senza dubbio contraddistinta da secoli di dominazioni e condizione di subalternità. Sono convinto però che al giorno d’oggi purtroppo manchi la voglia da parte dei sardi di riscoprire quell’artificio potente che poi è l’identità. Ormai, e lo dico con molta rassegnazione, anche la cosiddetta sarditudine va perdendosi nella centrifuga televisiva dell’egemonia sottoculturale.

  5. SardoDOC says:

    Prepariamoci al fuoco dell’artiglieria di SZ se vincesse le elezioni Zedda.
    Se vince Fantola, per il gruppo Ugnone, Cagliari sarà ben amministrata evidenziando i successi e nascondendo gli errori.
    Se vince Zedda ci attendono degli anni simili a quelli con Soru governatore, dove l’Ugnone & C. aprirà ogni giorno con titoloni contro il nuovo sindaco e problemi della città di Cagliari (fino ad oggi accuratamente nascosti) che salteranno fuori in un batter d’occhio.

  6. Pasquino says:

    Malcolm Muggeridge, giornalista, agente segreto e uomo di avventure inglese diceva, per confermare che dare notizie è cosa spesso slegata dalla ricerca dei fatti rilevanti, che: “probabilmente se fossi stato un giornalista in terra Santa, ai tempi di Gesù, mi sarei dedicato a indagare su quanto si riferiva alla corte di Erode, avrei cercato di ottenere un’esclusiva di Salomé sulle sue memorie, avrei scoperto quello che aveva in mente Pilato, e mi sarei perso l’evento più importante di ogni tempo”.

  7. O Vito quando lo fondano un giornale, stile Il Fatto?

    Io prenoto il mio abbonamento

  8. Stefano reloaded says:

    Il giochetto di far pubblicare una notizia quando “complici le festività, una stessa copia viene letta per due giorni”, me lo fece notare dieci anni fa un candidato alla camera, sindaco dimissionario di una città vicino Cagliari, in una triste cena in pizzeria dopo la sconfitta. Il giorno di Sant’Efisio (uno dei giorni con il numero maggiore di copie vendute nell’anno),dodici giorni prima delle elezioni, venne data la notizia, che poi si rivelò una bufala, che la sua giunta lasciava “una voragine di venti miliardi” nel bilancio comunale.
    In questo caso il giornale non aveva responsabilità (riportava una notizia che proveniva da fonti istituzionali), ma chi voleva colpirlo conosceva bene il trucchetto.
    Da quel giorno leggo sempre con sospetto le notizie riportate sul giornale il primo maggio.
    E anche negli altri giorni.

    • Alessandro Tato says:

      questa cosa mi preoccupa, non vorrei che l’Unione approfittasse del primo maggio per assestare qualche colpo basso a Zedda, inventandosi qualcosa o tirando fuori che alle medie ha preso una nota per non aver fatto i compiti di matematica!!!
      Speriamo di no, ma è davvero difficile oggi fare una campagna elettorale (o qualsiasi altra cosa) quando tutta l’informazione è nelle mani dei tuoi avversari…

  9. Daniele Addis says:

    Come racconta bene Michela Murgia, questo è un tipico caso di giornalismo da riporto: http://spiritodicorpo.altervista.org/professione-riporter/

  10. Elisabetta says:

    Nel mio piccolo, senza pensare a Camarassa, che manco conoscevo, senza sapere una cippa di codice deontologico nè ricordando che la sentenza è così vecchia, la sproporzione tra le due notizie (caso S&S con assoluzione piena per Soru – a vantaggio di tutta la Regione – e condanna di Melis&co – a vantaggio del solo Zunk) mi è saltata agli occhi, come il trucchetto del titolo blando, l’articolo della Chiappe secondo me volutamente vago in alcuni punti, l’assenza di immagini di Soru. Insomma per un lettore poco poco meno scemo della media il giochetto era evidente ed evidentemente scorretto.
    Però quando penso all’acquirente medio dell’Ugnone (magari “scemo” no, ma di certo poco “lettore”) visualizzo il fumetto sopra la sua testa e mi si stringe il cuore per quanto sia facile, a voler giocare sporco, manipolare reazioni emotive e crocette nel seggio.

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