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Di cosa ha bisogno il giornalismo sardo? Di bravi professionisti, di direttori giovani, editori coraggiosi e politiche innovative. I primi ci sono già, tutto il resto no

Se ben governato, il dibattito nato dal corso organizzato dalla scrittrice Michela Murgia può darci l’opportunità di abbozzare una seria riflessione sul giornalismo in Sardegna. Dico “ben governato” perché da subito si è levato alto l’urlo scomposto di chi pensa che abolendo l’Ordine dei Giornalisti si risolva qualcosa. Rispetto le opinioni di tutti, ma non ho capito bene in che modo i problemi strutturali dell’informazione italiana e sarda dovrebbero trarre beneficio concreto dall’abolizione dell’Ordine. Vi sfido, o abolizionisti, a fornirmi un esempio concreto e immediato, uno solo (a parte il risparmio delle quote annuali, ovviamente) e mi converto al vostro Credo.

Così come rimango interdetto nel vedere come una iniziativa nata per favorire il buon giornalismo si trasformi (a leggere molti post esagitati su facebook o anche sul blog della scrittrice) in una iniziativa contro il “giornalismo ufficiale” e i “giornalisti tutti pennivendoli”. Forse qualcuno ha le idee confuse. E non è certo la Murgia, che infatti ha coinvolto nel suo laboratorio alcune delle firme più “pesanti” dei due quotidiani isolani.

Ecco, il fastidio che molti colleghi hanno provato davanti al tanto contestato corso nasce proprio dall’impressione (data forse involontariamente dalla Murgia) secondo cui in Sardegna non ci sono abbastanza giornalisti con “la schiena dritta” e dunque c’è bisogno di un corso che li formi o che dimostri a chi lavora nelle redazioni che basta poco per tirare fuori notizie “scomode”.

Non che non sia anche così, per carità. Ma, se non contestualizzato, il corso organizzato dalla scrittrice rischia di essere una risposta semplice ad un problema complesso. Se bastasse avere buoni giornalisti per fare del buon giornalismo saremmo a cavallo, e un’esperienza sicuramente positiva come quella de Il Sardegna (per lunghi periodi a mio avviso il miglior quotidiano sardo, tenuto conto delle risorse che aveva a disposizione) non sarebbe finita com’è finita.

Quali sono dunque i problemi del giornalismo in Sardegna? Solo i troppi giornalisti poco formati?

Questo non è certo un problema da poco. L’accesso alla professione è, nella stragrande maggioranza delle volte, governato dal caso. Come si possa campare oggi di giornalismo ancora non lo so. Ci sono tante storie, che meriterebbero di essere raccontate, di professionisti validissimi relegati ai margini delle testate, di altri che trovano il giusto spazio, e di altri ancora che non ce la fanno (e per fortuna che non ce la fanno), di altri che fanno una carriera pazzesca e non se lo meritano.

Non voglio addentrarmi in questo discorso. Faccio il giornalista da vent’anni e continuo a pensare che la determinazione conti più di qualunque altra cosa. Poi ci vuole fortuna, anche quella di incontrare colleghi che ti aiutano. Certo, chi si vende rischia di fare carriera a discapito di altri. Ma in quale professione questo non avviene?

In ogni caso, io credo che i ragazzi che oggi iniziano la carriera sono generalmente molto più preparati e strutturati di quelli che erano alle prime armi dieci o quindici anni fa. In prospettiva, il problema “schiena dritta” è già bello che risolto.

Paradossalmente, il vero corso di giornalismo lo dovrebbero fare i colleghi della generazione dai 45-50 anni in su, che dovrebbero essere guidati dai ragazzi che escono dai master di giornalismo  a comprendere una realtà che è profondamente mutata, che le fonti si sono moltiplicate, che tutto è esploso e rimettere a posto i pezzi è dannatamente più difficile di quanto non fosse vent’anni fa. I colleghi che si sono formati prima dell’avvento di internet dovrebbero essere aiutati a rimettersi in gioco.

Guardate, lo dico con la consapevolezza di chi ha iniziato a scrivere su una Olivetti Lettera 35 e non con un pc connesso a internet. A quasi 41 anni io faccio fatica a star dietro ai 25/30enni che hanno studiato più di me, viaggiato più di me, hanno fatto corsi e Master che ai miei tempi non c’erano. E mi sembra che i colleghi che hanno più di 50 anni soffrano quanto e più di me.

Invece sono proprio questi colleghi, spesso demotivati e sfiduciati, a governare le sorti del giornalismo sardo, a scegliere i giornalisti del futuro, a decidere chi va avanti e chi no.

Questo è a mio avviso uno dei problemi del giornalismo sardo: chi sta nei posti di comando (direttori, capiredattore, capiservizio, inviati) si è formato un’era geologica fa. E ragiona con logiche vecchie che rischiano di favorire i giovani che giovani in realtà non sono, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con la politica.

La classe dirigente giornalistica sarda è vecchia. Per cambiare le cose ci vorrebbe una rivoluzione generazionale, ma partendo dai vertici. Direttori nuovi, giovani e bravi, nelle maggiori testate sarde. Le professionalità non mancano. A mancare sono invece gli editori capaci di fare scelte così coraggiose.

Ci sono editori in Sardegna in grado di essere innovativi? Quelli che governano le sorti delle grandi testate (Sergio Zuncheddu per il Gruppo Unione Sarda, De Benedetti per la Nuova Sardegna, Giorgio Mazzella per Sardegna Uno), direi proprio di no.

E gli altri? Gli altri si arrabattano. Perché uno dei veri giganteschi problemi del giornalismo sardo è lo squilibrio delle risorse a disposizione delle testate. Secondo il rapporto sul Sistema dei Media locali nella Regione Sardegna, commissionato nel 2008 dal Corerat Sardegna, degli 86 milioni di euro fatturati complessivamente nel 2006 dai tre quotidiani, dalle venti tv e dalle oltre 465 testate periodiche edite in Sardegna, l’ottanta per cento finisce nelle casse dell’Unione Sarda e della Nuova Sardegna. Percentuale che raggiunge il 90 se aggiungiamo il fatturato di Videolina. Il 90 per cento delle risorse a tre testate, agli altri solo le briciole.

E lo squilibrio in quest’ultimo anno, per effetto delle incredibili decisioni della giunta Cappellacci sulla ripartizione della pubblicità istituzionale, si è accentuato. La Regione sta aiutando i forti e affossando i deboli, è questa la verità. E per deboli si intendono le testate non deboli professionalmente, ma deboli nei rapporti con la politica.

Poi ci sono le nostre istituzioni: l’Ordine dei Giornalisti e il sindacato. La loro azione è, secondo me, da anni insufficiente e non al passo coi tempi. L’Ordine non è riuscito a contrapporsi adeguatamente alla crescente deriva dell’Unione Sarda. Il quotidiano cagliaritano dimostra spesso e volentieri che le cronache possano essere piegate alle volontà della politica senza mai pagare nessun pegno. E l’Unione è il maggiore quotidiano dell’isola, e, che piaccia o no, con le sue cronache condiziona tutte le altre redazioni e il loro modo di trattare le notizie.

Il sindacato invece non si è mai voluto seriamente schierare dalla parte dei precari. Ogni iniziativa a riguardo è sempre stata strumentale e ininfluente. Ancora oggi, nonostante anni di sollecitazioni, i collaboratori dell’Unione e della Nuova (giornali che fanno milioni di euro di utili) sono pagati una miseria.

Ecco, sinteticamente sono questi, secondo me, i problemi del giornalismo sardo. Ogni bravo giornalista che frequenterà il laboratorio di Michela Murgia (che purtroppo non cambierà le sorti del nostro settore e male ha fatto l’Ordine ad averne così paura) ne tenga conto.

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40 Commenti

  1. Luigi P. says:

    L’inizio dell’articolo mi stava preoccupando (mi riferisco alla insostituibile funzione svolta dall’odg!!) poi il registro dell’argomentazione è cambiato e mi trovi concorde praticamente su tutto compreso il giudizio di giornalista jurassico e da primo gradino della scala filettica occupato da coloro che detengono le sorti del giornalismo sardo: rendiamo grazie a Michela e scriviamo in pace.

  2. Daniele Addis says:

    Io non capisco proprio a cosa servano gli ordini professionali così strutturati. Credo che abbia ragione Mario Garzia quando li paragona alle corporazioni fasciste? Ma forse sono addirittura più inutili di quelle. La domanda non è dunque “che problema si risolverebbe eliminandoli”, ma “che problemi risolve o vorrebbe risolvere la loro esistenza”. Capirei se fossero associazioni libere e senza scopo di lucro come auelle dei paesi civili dove uno ci entra perché ritiene che sia vantaggioso e che gli semplifichi la vita, non perché altrimenti non potrebbe svolgere la professione per cui è qualificato…

    • Daniele Addis says:

      aggiungo: dannata tastiera francese! Già premo i tasti ad minchiam in quelle italiane e tedesche, ma la francese è la peggiore di tutte!

  3. 1 Vantaggio Su Tutti (a mio parere)

    Se vuoi fare un nuovo giornale dal basso, devi avere dei requisiti quali:

    -registrazione nel tribunale (secondo me contro la costituzione)
    -avere all’interno, dei giornalisti o publicisti (servono 2 anni per diventarlo)

    io, privato cittadino, non posso creare un giornale, anche di quartiere, che abbia continuità temporale nella stampa.

    Mi sembra un motivo molto valido

  4. P. Pallino says:

    I pinchipallini sfigati si presentano con pseudonimo perchè non sono garantiti come i colleghi più vecchi che, protetti da un contratto d’altri tempi, hanno la possibilità di accomodarsi e non hanno la necessità di rivedere un’impostazione del fare informazione antiquata, morta.

    Mentre i cosiddetti giovani, quelli non imbucati dentro una redazione, sono in grado di fare non solo informazione in salsa classica, ma anche nuove specie di lavori che appartengono al più ampio genus della comunicazione, lavori costretti da un ingarbuglio di regole stratificate. Ci sono quelle dell’Ordine e si aggiungono le nuove, costituite da leggi dello Stato, normative regionali e regolamenti di enti.
    I nuovi comunicatori sono degli Zelig, lavorano dentro progetti, sono dei pinchipallini a termine, esposti al giudizio costante lobbies e all’approvazione di singoli, spesso bizzosi.

    Che impressione questo psicodramma collettivo di categoria: ci si sbrana a vicenda e non si ascoltano le reciproche urgenze.

    • E questi post confermano che il corso della Murgia sarebbe utile a molti almeno sotto il profilo linguistico. E dico linguistico nel senso non anatomico della parola. Nel senso anatomico, della propria lingua ognuno fa l’uso che vuole, è un organo multifunzionale.
      Ripeto che come tutte le categorie quella dei giornalisti riflette la città.
      L’ottimo Fabio Marceddu, attore vero con un curriculum vero, canta una canzone dal titolo “Non di dengu gana” che potrebbe essere il vessillo dell’intera categoria (con le dovute eccezioni, s’intende).
      Non c’entra proprio appartenere o non appartenere a un ordine. Una categoria è quello che è e la libertà non dipende certo da un ordine.
      Ricordate?
      “Fama di loro il mondo esser non lassa;
      misericordia e giustizia li sdegna:
      non ti curar di lor, ma guarda e passa”.
      In questi endecassillabi celeberrimi (ndr per Figus dell’Unione Sarda se ci legge: questo è Dante Alighieri, canto III dell’Inferno, quello degli ignavi) è descritto un peccato che l’Autore ritiene così grave da non meritare neppure l’inferno, e infatti sono nell’Antinferno: l’ignavia.
      Dante apparteneva a una specie di ordine professionale, quello dei Medici e Speziali, e questo non gli ha impedito né di fare politica come tutti sappiamo (per Figus: Dante era Guelfo bianco) e ancora meno di esprimersi.
      Non c’entra proprio nulla l’albo.
      Ora scusate, ringrazio Vito Biolchini per la solita ospitalità, ma devo rileggere Kant. Seguo il consiglio dell’Assessore Campus.

      • Suggerisco, in particolare, il secondo (trascuratissimo) imperativo categorico:

        – Agisci in modo da trattare l’uomo, così in te come negli altri, sempre anche come fine e non mai solo come mezzo. L’uomo in quanto tale è ragione; lo strumentalizzare la ragione (cioè l’uomo) degraderebbe la stessa morale a mezzo, rendendo l’azione immorale.

        • Mi dispiace, troppo difficile questo secondo imperativo categorico. Sono ancora alle prime pagine della ragion pura e non ci capisco niente.

          • Appennino says:

            Biau tui. Io ho prestato la mia copia all’assessore Giagoni e non me l’ha ancora tornata.

            • Grazie dell’esempio: questa è appunto un’infrazione del secondo, citato, imperativo categorico…

              • Gentile Assessore,
                lei corregge compiti e io mi faccio diligentemente correggere una doppia forse, nel caso, impropria. Dico forse perché lei ha allo stesso tempo avvallato e avallato.
                Ora tocca a lei essere corretto.
                I suoi errori sono molto peggiori di un’innocente doppia mezzo, solo mezzo, sbagliata.
                La questione è in tema con il post. Qua si parla di lingua, giornalismo, cronaca, racconto e verità.
                Le sue parole, molto doppie, e le sue azioni amministrative, ancora più doppie, restano nel panorama della città, anche dopo molti anni. Ci opprimono. E disturbano molto più di un errorino in un blog. I suoi errori ci amareggiano ogni volta che cadono nel nostro disgraziato campo visivo.
                Questo non capita alla mia doppia sul caduco web.
                Di lei restano i fatti legati all’attività di amministrare. E questo attiene alla ragion pratica. Che non è la ragion pura, se lo ricordi nel suo dopo lavoro.
                Se lei fosse così interessato alla diffusione della filosofia, dovrebbe incominciare dai suoi compagni, diciamo, di cordata. Non da me e non dai lettori di questo blog.
                Quindi le rinnovo l’invito a far leggere Kant al Sindaco e ai suoi colleghi di Giunta e sopratutto a quelli che propagandano le bambolette e i fidanzati delle bambolette, vendono birra al Poetto, favoriscono le notti bianche durante le quali tutti fanno la pipì per strada nei quartieri storici. Ideologi della birretta. Lo faccia leggere a chi, con il suo sostegno e contro i giudici, vorrebbe costruire a Tuvixeddu, a chi ha distrutto il Poetto, a chi trasforma la città in un troiaio dopo aver sostenuto che le troie erano a Tuvixeddu, a chi ha distrutto in pochi mesi il quartiere di Villanova e risponde al nome di Nicola Grauso (altro kantiano classico).
                Faccia leggere Kant a chi ha costruito quattro orrendi torrioni davanti allo stagno. Lo faccia leggere a chi continua a rendere orribili le nostre periferie. A chi ha contribuito a rendere il teatro un fallimento artistico ed economico. Insegni, se ne ha i mezzi, la grammatica architettonica alle imprese che costruiscono in modo orribile in città. Faccia ripetizioni di Kant a chi mantiene i tavolacci all’anfiteatro e sepellisce l’archeologia sotto orrendi palazzi .
                E’ un lungo elenco. E, se vuole, lo continuo in modo particolareggiato, almeno quanto il terribile e fallimentare piano per il centro storico che lei ha avvallato e avallato.
                Le ho scritto dopo aver iniziato Kant. Una bella traduzione che non deve essere, evidentemente, la stessa alla quale lei si riferisce.
                Termino ricordando che l’hotel “Regina Margherita” che lei ha progettato non si difende da solo. E’ una sua creatura. Provi a difenderlo lei. Non è “nauseabondo” dire che lo trovo orribile.
                E’ nauseabondo il progetto. Ci passo ogni giorno per andare al lavoro e lei ha avvilito il mio panorama, il mio e quello di molti.
                E nessuno si può permettere di farlo senza aspettarsi una critica gentile come la mia.
                La ringrazio per la biliosa correzione. Ho imparato una cosa nuova e, come tutti gli ignoranti felici, mi ha fatto piacere.
                Cordialità

                Oppure lasci in pace Kant e si occupi di cose più

                • Caro Mr Click, temo che la scelta della parte pura di Kant sia tutta sua; per quanto mi riguarda mi son sempre, riferito – qui e altrove – alla parte pratica. Verrebbe da aggiungere “ovviamente”, ma questo scatenerebbe ancora le sue – poco pure e poco pratiche – critiche.
                  Quanto all’oggetto del blog, ricordo sommessamente di aver solo richiamato la necessità di essere informativi e non disinformativi, in riferimento non strumentale a noi stessi e ad altri (Kant, appunto).
                  Ricordo anche di aver ricordato il motto di una recente Biennale di Venezia, che richiamava a maggior attenzione etica.
                  Tutto il resto è suo: compreso il suo giudizio personale – che nessuno vieta di esprimere – sulle mie cose, fatte e pensate. Chi opera, mettendoci sotto il nome e la faccia, deve pagare questo prezzo; io, per quanto mi riguarda, lo pago volentieri: per (molti) che non mi apprezzano, mi capita di trovare (di rado) qualcuno che mi apprezza.
                  Nessuno è perfetto (questo non è Kant, ma “A qualcuno piace caldo”); per il resto, francamente, me ne infischio (anche questo non è Kant, ma “Via col vento”).

  5. Un corso di giornalismo sociale? Bellissimo!
    Mi dispiace, caro e indipendente Mauro Lissia, io uso un nick name (anche se non so cosa vuol dire) perché sono vergognoso. Però so distinguere tra un cronista vero e un pronista, ambedue iscritti all’ordine. I pronisti sono i più numerosi. Si riconoscono dalla posizione che assumono durante le interviste e durante le inchieste. I cronisti, invece, sono rari.
    Non è l’ordine a rendere così diffusi i giornalisti pronisti. E’ la storia locale, i rapporti locali, l’attitudine isolana alla sottomissione per paura del cosiddetto micro-potere locale, la storia dei singoli nostri strumenti di informazione.
    L’Unione, fucina dalla quale sono usciti fulgidi direttori e innumerevoli pronisti, è sempre stato un giornale espressione di un (termine aulico) padronato, sin da quando era dei padroni delle miniere, passando per gli anni nei quali ha avuto(statisticamente doveva accadere almeno una volta) un direttore intelligente (F.M.Crivelli) ma insopprimibilmente reazionario,
    sino agli anni del virile Liori, sino agli anni attuali del vuoto zen dell’attuale Figus che si ispira a Truman Capote. Non credo che sarebbe sato diverso senza un ordine. Ordine o non ordine avremmo avuto Figus.
    E’ la città mediocre che ha un giornale mediocre.
    Si potrebbe avere di meglio? Forse sì, ma, lo sappiamo, un nuovo giornale, del quale ci sarebbe bisogno, non ce l’ha mai fatta a resistere sul mercato. Certo che esistono giornalisti veri, ma non ci sono le condizioni, diciamo, storiche perché prevalgano.
    Giornalisti capaci ce n’è, ovviamente. Ma io parlo della media, della “forza lavoro”.
    Un velo pietoso su Lai Antonello che denuncia coraggiosamente infiltrazioni d’acqua, tombini saltati, ratti innocenti che infestano cantine e roba del genere e non credo possa insegnare proprio nulla a nessuno perché dovrebbe preventivamente apprendere almeno una lingua e il suo non è uno stage (che non so cosa voglia dire) ma una strage.
    Ovvio che la Nuova (l’altra gallina dalle uova d’oro insieme all’Unione e secondo o terzo gionale del gruppo Espresso in fatto di produttività) che si divide equamente i lettori con il quotidiano cagliaritano, è a questo punto e in questa disperata situazione un faro di libertà anche se è un giornale complessivamente moderato e periferico. Sembra un faro perché gli altri sono quello che sono. Almeno il suo padrone è lontano da qui e non ha interessi così diretti e non ci opprime con palazzi e supermercati . Ovvio.
    Quanto all’Assessore Campus (che ha la stessa desinenza di Figus, seconda declinazione) devo dire che ha ragione solo in parte. Dice che serve più etica e meno estetica. E sbaglia sotto due aspetti. D’accordo che serve più etica. D’accordo che serve rileggere Kant. Servirebbe però anche più estetica. E penso all’hotel Regina Margherita che lui ha progettato e a varie altre cosette cagliaritane che lui ha avvallato, l’elenco è lungo. La lettura di Kant, poi, la dovrebbe suggerire al suo collega Anselmo Piras che se ne gioverebbe.
    Ma temo che se l’assessore Campus mettesse su un corso di flosofia e desse ripetizioni di ragion pura, l’ordine dei filosofi insorgerebbe. Non lo faccia.
    Cordiali saluti

    • Spero che Mr Click sia consapevole del fatto che “avvallato” derivi dal verbo “avvallare”, che è certamente cosa diversa da “avallare”, e che serve a produrre “avvallamenti”, non “costruzioni”.
      Quali poi di queste ultime io abbia “avvallato”, non si sa di preciso, specie esteticamente: forse Betile? quello confesso di averlo “avallato”, non “avvallato”, cosa che hanno fatto altri.
      Quanto al continuo, nauseabondo, riferirsi alle mie attività personali, credo che il Regina Margherita, dopo 25 anni, non abbia bisogno che io lo difenda: si arrangia da solo.
      In merito alla ragion pura, non ho idea di insegnarla a nessuno, ma credo che qualcuno dovrebbe preoccuparsi di conoscerla.
      Quanto a Piras, francamente, penso che siano fatti suoi.
      Cordialità

      • Ha ragione, ma sui blog, come sa, si scrive in fretta e qualche errore scappa.
        Cordialità anche a Lei

      • Assessore, Tuvumannu lo avete avvallato e avallato. O no?

      • W Tuvix says:

        E volevate avvallare anche Tuvixeddu avallandolo.

        • Purtroppo, Tuvix era già stato avvallato da tempo, colli compresi: adesso è ora che si decida che diamine di soluzione si debba avallare…
          Tra parentesi, anche il canyon niente male, come avvallamento, ma anche che signor avallo, come “bene archeologico”! E’ proprio vero: l’estetica è materia fortemente opinabile (come diceva, per l’appunto, Kant). L’etica (sempre Kant), meno.
          Con sempre maggior cordialità.

          • Il canyon è un bene di archeologia industriale. E una dichiarazione di vincolo in più (visto che volevano farci una strada ascorrimento veloce) è molto meglio di una dichiarazione di vincolo in meno (vedi Santoni e Salvi, grandi avallatori).

            • Questo Paese annegherà miseramente in un mare di vincoli, nella totale assenza di interventi (Pompei docet).
              Pensare che il denaro pubblico (quale?) possa supplire alle necessità del patrimonio storico fa sghignazzare anche i più sprovveduti: vi invito a pensare a cosa sarebbe successo del San Giovanni di Dio se non avesse avuto robuste iniezioni di soldi “sanitari”, e avesse atteso soldi “culturali”.
              Il privato metta quindi i suoi soldi, e ben vengano, ma gli si deve dire – UNA VOLTA PER TUTTE – che cavolo ci si aspetta da lui.
              Quanto al Canyon, mentre lo scavavano ero al liceo: il termine “archeo” mi induce quindi al sospetto e alla diffidenza. Non vorrei trovarmi vincolato a mia volta…

      • Cronista says:

        Sono un cronista non pronista. E faccio un’obiezione da cronista.
        Assessore, non dica che progettare l’Hotel Regina Margherita è un’attività personale. Quella è un’attività pubblica che più pubblica non si può. Resterà “esposto” alla vista per chissà quanto tempo. Lei può sperare che tra 400 anni gli ambientalisti dicano che è bello e lo difendano al Tar contro qualche costruttore che lo vorrà distruggere. Ci sarà anche allora un assessore di destra che favorirà l’operazione. Non camba mai nulla.

        • Caro cronista, mi rallegro con lei per le sue preferenze in materia di posizioni: così lei afferma di essere (cronista), così certamente sarà.
          Per quanto mi riguarda, trovo poco utile – per non dire fuorviante – il riferimento non a quanto io esprima in questo blog sul giornalismo, ma a quanto io faccia o abbia fatto; questo sviamento ha a che fare proprio con il tema del blog stesso: come – purtroppo anche giornalisticamente – riuscire a parlare dei templari quando si commenta l’ultima partita del Cagliari. Continuo a trovare la cosa nauseabonda, non perchè tratti dei templari (argomento affascinante) ma perchè non tratti dell’ordine del giorno, peraltro liberamente scelto.
          Che poi un architetto sia responsabile pubblicamente di ciò che progetta e realizza, è cosa scontata. Esiste una cosa che si chiama “firma”, che – per fortuna – è ancora obbligatorio apporre. Io, le mie cose le firmo, e il mio Ordine si accerta – o dovrebbe accertarsi – che io non venga meno alle norme di deontologia, come – immagino – faccia il suo Ordine quando lei si esprime attraverso il suo lavoro. Naturalmente, almeno in questo Paese, gli Ordini non entrano nel merito delle opinioni, e tantomeno esprimono giudizi estetici.
          Un edificio, specie se in centro storico, rappresenta sempre un problema per chi lo progetta, proprio per le ragioni da lei correttamente esposte: condizioni ambientali, permanenza etc. etc. Nel caso del Regina Margherita, che può ovviamente piacere o non piacere, è stata mia cura tentare di ambientare (non di mimetizzare) un intervento su un edificio francamente obsoleto (Jolly), garantendo – con una facciata ventilata – una più complessa articolazione degli elementi compositivi, un migliore isolamento, e la totale rimuovibilità di quanto da me introdotto. Perchè questo? perchè non credo che il mio intervento debba restare a miracol mostrare più di quanto il tempo e il buonsenso richieda: son un convinto assertore, infatti, della necessità che la citta si sbarazzi – a tempo debito – delle cose vecchie, senza glorificare la 600 Multipla oltre i suoi meriti. Se poi qualcuno ritiene che questa debba trovare posto in un museo, ben venga, ma con obiettivi diversi rispetto a quelli d’origine.
          Sic transit gloria mundi: io – sempre nei miei limiti – lavoro per fare architettura, non monumenti. Marilyn Monroe, per restare un’icona, ha avuto bisogno di Andy Warhol e di una morte tragica; altre colleghe sono diventate – tristemente – vecchie carampane, arrivando a vanificare lo stesso impegno di Warhol a volerle rendere eterne come il dollaro e la Coca Cola.
          Demolite gente, demolite…

  6. Tuvixeddu forever says:

    Vito, scusami se insisto, ma ti ripeto la domanda: che cosa è che nel comunicato di Michela Murgia ti ha fatto pensare che stesse emettendo giudizi di rettitudine vertebrale sui giornalisti?

    • Non credo che a Vito Biolchini abbia fatto questa impressione. Si riferisce ad alcuni suoi colleghi. (“il fastidio che molti colleghi…”).

      Vuoi sapere da cosa deriva il fastidio dei “molti colleghi”? Se mi permetti ti rispondo io: dalla CODA DI PAGLIA!

      • Tuvixeddu forever says:

        No, Mario, Vito ha scritto chiaramente che:

        “il fastidio che molti colleghi hanno provato davanti al tanto contestato corso nasce proprio dall’impressione (data forse involontariamente dalla Murgia) secondo cui in Sardegna non ci sono abbastanza giornalisti con “la schiena dritta”.

        Vito sta dicendo che la Murgia ha dato (forse involontariamente) materiale per essere fraintesa. Mi piacerebbe capire dove.

        • Forse hai ragione. Ma visto che l’annuncio della Murgia non da questa impressione allora è Biolchini a pensare a voce alta che in Sardegna non ci sono abbastanza giornalisti con “la schiena dritta”. 😉

  7. Il giornalismo, è un fine o un mezzo?
    E l’informazione? Quanto dipende dal giornalismo, nel bene e nel male (disinformazione)?
    Personalmente, avendo presieduto a lungo un ordine professionale, mi sono posto spesso domande analoghe in relazione alla professione di architetto e all’architettura; la risposta è sempre stata una sola: cercare di sfuggire alla (quasi inevitabile) autoreferenzialità.
    E poi: meno estetica, più etica. Con o senza ordini.
    E rileggersi Kant.

  8. mauro lissia says:

    non è il caso di discutere con giornalisti e altri pinchipallini talmente sfigati da nascondersi dietro nick, quindi rivolgo il mio modestissimo contributo a chi non ha paura di manifestarsi. l’anno scorso è stato organizzato e giorni fa si è appena concluso un sedicente master di giornalismo sociale promosso da una società privata e patrocinato niente di meno che dall’assessorato comunale ai servizi sociali. se digitate su google “master di giornalismo sociale cagliari” vi apparirà una sfavillante immagine dell’assessore anselmo piras – che nei treperquattro elettorali appare di fronte, ma prima o poi lo vedremo anche di profilo – e dell’elegantissima dirigente tuttologa mesciata ada lai (wow!!) che officiano l’apertura di questo master, il cui direttore è antonello “ziu” lai dell’emittente zuncheddiana Tcs. non so cosa sia il giornalismo sociale, ma so benissimo cos’è un master. ebbene il comune di cagliari e il “docente” ingaggiato per tenerlo l’hanno chiamato master, qualcosa di più di un semplice corso come quello di giorgio pisano, diretto da michela murgia. stranamente però, nonostante questa roba sia stata presentata con una conferenza stampa, qualcuno s’è fatto una risata ed è tutto finito là. eppure qui c’è anche chi paga e chi intasca: per ascoltare le lezioni magistrali di Lai Antonello ci vogliono 2300 euro, mica bruscolini. non entro nel merito del dibattito, per quanto io sia certo che pippo peretti e michela murgia siano due persone perbene e che la bravissima scrittrice abbia un po’ sbagliato l’approccio, il metodo e il tono. dico solo questo: se anzichè un cronista datato, stanco di diatribe misere fra giornalisti autoreferenziali, fossi un giovane desideroso di imparare qualcosa sul giornalismo – cosa che sconsiglio vivamente, il luogo è mal frequentato e affollato di pavidi che si credono fighi perchè possono dare del tu a donadoni e a ugo cappellacci, nell’ordine – preferirei andare a lezione da michela murgia e dai suoi giornalisti fidati piuttosto che da quell’altro che fa giornalismo sociale a spese di ragazzi ignari ed è iscritto all’ordine. solo questo.

  9. Franco Anedda says:

    Caro Vito, raccolgo la tua sfida pur senza avere la presunzione di poterti convertire.

    Gli ordini professionali (non solo quello dei giornalisti) più che abolirli, è necessario convertirli in associazioni liberali su base volontaria.

    L’ordine professionale con iscrizione obbligatoria non esiste negli Stati progrediti: ci sono dei sindacati professionali ai quali ci si può iscrivere volontariamente e ci si iscrive in quanto si hanno dei cospicui vantaggi.

    E’ qui sta il punto: la legge italiana obbliga ad iscriversi al relativo ordine professionale e per questo motivo gli Ordini hanno operato senza alcun riguardo all’interesse dei propri iscritti i quali, comunque, sono obbligati a restare tali.

    E facile vedere in che condizioni si sono ridotte le professioni grazie a questo.

    Gli Ordini hanno consentito (con la sola eccezione di quello dei notai) una pletora devastante che torna a loro vantaggio in quanto aumentano gli iscritti.

    Questa ha reso i professionisti contrattualmente più deboli ed in balia di forze che li costringono ad accettare compromessi contro la deontologia e l’etica, a danno della collettività.

    Riguardo all’Ordine dei giornalisti credo sia illuminante il parere di Luigi Einaudi:
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/27/einaudi-abolire-l%E2%80%99ordine-dei-giornalisti/44565/

  10. Un motivo per abolirlo? Perché in Italia per la prima volta lo ha inventato Mussolini nel 1925, copiato poi da tutti i regimi del mondo. Gli italiani si sa, sono molto creativi che subito all’estero vengono copiati.

    Tranne che dai paesi democratici occidentali, però. Che si sa sono grigi, cupi e privi di fantasia e creatività. Infatti in quei paesi orrendi l’Ordine Dei Giornalisti non esiste. Lo trovano… come dire… liberticida? Che noiosi…

    • O Mario, l’Ordine dei Giornalisti è stato istituito con legge nel 1963, Mussolini non c’entra nulla, Mussolini i giornali li ha chiusi!

      • O Vito, prima di Mussolini l’Ordine dei Giornalisti non esisteva. Per la prima volta se lo inventa lui (che tra le altre cose era pure un giornalista) con l’art. 7 della legge sull’organizzazione dell’attività giornalistica nell’ambito dell’ordinamento corporativo. Nel 1928 il regio decreto del ’28 istituisce l’Albo professionale dei Giornalisti. Il regio decreto rimane sostanzialmente in vigore fino al 1965 quando diventa operativa la nuova legge professionale, la cosidetta legge “Gonella” del 1963.

        Già nel ’28 si prevedeva che l’Albo dei giornalisti fosse suddiviso in tre distinti elenchi: i professionisti, i praticanti e i pubblicisti. Praticamente come oggi.

        Non sono iscritto al primo elenco, ma non scrivo mai cose “ad minchiam”. 😉

        • Eja, ma l’Ordine di Mussolini è profondamente diverso da quello di oggi! Le norme che lo regolano sono profondamente diverse. La discontinuità è netta, a prescindere dalla suddivisione dei tre distinti elenchi. Seguendo il tuo ragionamento, dovremmo radere al suolo Cinecittà solo perché l’ha inaugurata il regime o chiudere la Mostra del Cinema di Venezia!

          • Il problema non è che tipo di legge istituisce e regola l’Ordine. Il problema è che istituire un Ordine dei Giornalisti non è da paese democratico. Il problema non sono le leggi, il problema è la loro ratio. Ancora oggi in Italia sono in vigore decine di leggi promulgate nel ventennio, ma ciò non significa che per tale ragione vadano abrogate.

            Ma qual era la ratio della legge dell’Ordine? Lo hai detto tu: “Mussolini i giornali li ha chiusi!”. Non tutti però. Quelli a lui graditi, con i giornalisti iscritti all’Ordine continuavano serenamente le loro pubblicazioni. Tra questi L’Unione Sarda di Sorcinelli.

            Invece seguendo il tuo ragionamento in Italia dovrebbero essere in vigore delle nuove leggi razziali, ma con norme che le regolino in maniera completamente diversa in modo da segnarne la discontinuità.

            Ops! Che sbadato! E’ vero, in Italia queste leggi razziali ci sono già!

            Battuta a parte, se hai tempo e voglia, ti consiglio di leggerti due approfondimenti in materia di Ordine, redatti dall’Istituto Bruno Leoni.

            Il primo è intitolato: Ordine dei giornalisti – Bersani, dai un taglio pure qua
            di Paolo Bracalini (giornalista) che trovi a questo indirizzo: http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_32_Bracalini.pdf

            Il secondo è intitolato: Ordine dei giornalisti, un’eredità fascista di Andrea Di Tizi (giornalista) che invece trovi a questo indirizzo: http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_43_DiTizio.pdf

  11. spigolo says:

    Il problema è che non c’è solo un problema, ma tanti problemi insieme e la frustrazione di Banana è la stessa di molti, me compreso. Io non sono convinto che l’Ordine andrebbe abolito (ma talvolta l’ho pensato), però sono sicuro e arcisicuro che andrebbe radicalmente riformato, per riprendere ad avere senso. E la prima cosa che andrebbe riformata è l’accesso alla professione, in modo da adeguarsi un po’ meglio alla realtà. Attualmente ne resta fuori una fetta scandalosamente alta.

  12. copio e incollo dal tuo post: “L’accesso alla professione è, nella stragrande maggioranza delle volte, governato dal caso. Come si possa campare oggi di giornalismo ancora non lo so. Ci sono tante storie, che meriterebbero di essere raccontate, di professionisti validissimi relegati ai margini delle testate, di altri che trovano il giusto spazio, e di altri ancora che non ce la fanno (e per fortuna che non ce la fanno), di altri che fanno una carriera pazzesca e non se lo meritano…..Faccio il giornalista da vent’anni e continuo a pensare che la determinazione conti più di qualunque altra cosa. Poi ci vuole fortuna, anche quella di incontrare colleghi che ti aiutano.”

    Oltre lo scenario generale, che tu ben delinei, ci sono questi elementi: stiamo parlando di un mestiere che più di altri è deciso dal caso, dalla fortuna, perfino dai “colleghi che ti aiutano”, non fosse altro che per l’esperienza che ti trasmettono o gli insegnamenti che impartiscono. E chi non ha (avuto) fortuna, casualità propizie, colleghi disponibili (sempre nell’accezione migliore del termine)?
    Io sono oltre la frustrazione di Banana, resto convinta che la cosa migliore fatta in vita mia sia stata non spendere un centesimo per qualsivoglia master (qualcuno mi deve ancora dimostrare che dopo si lavora, e io intendo un lavoro retribuito normalmente), e sono ogni anno più incazzata di dover pagare la quota di un Ordine che all’atto pratico non fa alcuna differenza, se non quella di poter dire che sei iscritto, segno che almeno hai passato le forche caudine dei 2 anni di pezzi pagati. Misera vanità, direi 🙁

  13. Tuvixeddu forever says:

    Boh.
    Io me lo sono andato a rileggere l’annuncio della murgia che regala un corso di giornalismo e a dire la verità non ci ho letto niente che potesse dare l’impressione che non ci siano abbastanza giornalisti con la schiena dritta, se si esclude l’immagine di Feltri e Minzolini proposti come antitesi… ma sfido chiunque a dire che stiamo parlando di giornalisti modello.

    Vito, che cosa di quel comunicato ti ha fatto pensare che la murgia emetta giudizi di rettitudine vertebrale sui giornalisti?

  14. Banana says:

    vito, grazie. non sai quanta frustrazione mi provochi questo tema. io purtroppo ho perso la speranza.

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