Politica / Sardegna

Lavoro: ecco la sconvolgente analisi di Lilli Pruna. La Sardegna corre verso il baratro e la politica e i giornali se ne fottono

Mentre mi apprestavo a proporvi una riflessione sul “Rapporto 2010 Mercato del Lavoro in Sardegna”, Sardegna Democratica ha pubblicato un articolo della curatrice, la sociologa Lilli Pruna. Ve lo ripropongo integralmente, perché è, allo stesso tempo, semplice e sconvolgente.

La crisi della Sardegna è acuita dall’assoluta inconsapevolezza che le classi dirigenti isolane hanno di questa crisi. Impegnati in lotte per il potere, i politici raramente studiano e approfondiscono dei temi che trattano. I comunicati stampa che arrivano nelle redazioni sono, nella stragrande maggioranza delle volte, di una pochezza e di una inconsistenza rare. Slogan pieni di demagogia e superficialità che i giornali sardi (l’Unione più della Nuova) e le maggiori televisioni (Tg3 e Videolina) rilanciano senza alcun approccio critico. Le pagine si dicono di “politica”, ma al posto di questa parola sarebbe più corretto usarne un’altra: “potere”

I maggiori organi di informazione isolani sono dunque i primi complici di questa crisi, perché, non riuscendo o non volendo raccontarla nella sua crudezza, impediscono a tutti di fare i conti con essa.

E i politici, che non studiano più, si occupano solo dei problemi che finiscono sui giornali e nei tg. Il risultato è sotto i nostri occhi. E in questo tragico articolo di Lilli Pruna.

***

Una settimana fa, alla Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, abbiamo proposto una riflessione sulla crisi che ha investito il mercato del lavoro e la società sarda nel suo complesso. Siamo partiti da lontano – quaranta anni fa, i primi anni ’70 – e abbiamo cercato di guardare lontano – i prossimi quaranta anni, fino al 2050 – abbracciando circa ottanta anni di storia demografica della Sardegna. Volevamo mostrare che ciò che sta accadendo è particolarmente grave perché non riguarda solo il mercato del lavoro ma investe l’intera società, e che i problemi che occorre affrontare sono grandi e profondi, e hanno radici lontane. Senza un’attenzione adeguata da parte della politica e interventi immediati e coraggiosi questi problemi continueranno a segnare il destino (e il declino) della Sardegna.

Negli ultimi quaranta anni la popolazione dell’isola è aumentata di circa 200.000 unità ed è profondamente cambiata: la componente più giovane, quella fino a 24 anni, è nettamente diminuita (oltre 300.000 in meno), mentre è aumentata in misura consistente la popolazione nelle classi di età adulte e anziane. Sono “spariti” più di 157.000 bambini da 0 a 9 anni, 70.500 adolescenti e quasi 74.000 giovani, per un totale appunto di oltre 300.000 persone. Dietro queste cifre ci sono, tanto per fare un esempio, migliaia di maestre e maestri che non servono più, ma anche un ricambio generazionale lento e parziale in molti ambiti lavorativi.

La Sardegna è invecchiata parecchio per effetto di due fenomeni che hanno toccato in misura diversa molte regioni italiane ed europee, ma che in Sardegna sono molto più accentuati che altrove. Il primo fenomeno è certamente positivo: riguarda il costante allungamento della speranza di vita; il secondo è invece problematico e consiste nel persistente basso livello di fecondità. Nella nostra regione è diventato facile invecchiare e difficilissimo procreare.

Da anni, la Sardegna ha il tasso di fecondità più basso d’Italia, che è tra i paesi a più bassa fecondità in Europa (al 20° posto su 27 paesi). Siamo quindi una delle regioni meno prolifiche del mondo. Non è un gran primato; al contrario, è il segno di un disagio profondo della società. Tra peculiarità delle strategie riproduttive delle donne sarde e crescenti difficoltà di vita e di lavoro, la fecondità resta bloccata su un valore molto basso: 1,13 figli per donna. La popolazione sarda appare dunque destinata a ridursi, e il tasso migratorio con l’estero non riuscirà ad evitare questa riduzione. L’Istat stima, in uno scenario intermedio, che nei prossimi quaranta anni perderemo circa 200.000 abitanti, cioè l’intero aumento degli ultimi quaranta anni.

Ciò significa che tra quaranta anni la Sardegna potrebbe avere la stessa popolazione di ottanta anni prima: circa 1.480.000 abitanti. La gravità del problema è data non solo dal fatto che saremo sempre di meno, ma che saremo molto più vecchi: la metà della popolazione avrà più di 55 anni e di questa oltre il 38% sarà propriamente anziana, cioè con più di 65 anni. I giovani continueranno a diminuire e le forze di lavoro saranno molto ridimensionate, perché costituite dalle generazioni poco numerose che oggi hanno tra i 20 e i 40 anni e che incontrano difficoltà crescenti nel mercato del lavoro.

Se non ci saranno cambiamenti significativi nelle politiche e, prima ancora, nella consapevolezza della politica, avremo una popolazione anziana molto più numerosa di oggi e molto più povera, perché dovrà vivere delle pensioni irrisorie che deriveranno dai percorsi lavoratori frammentati e scarsamente coperti da contributi previdenziali che ormai rappresentano la “normalità” malata di questi anni e dei prossimi. L’ultima importante riforma previdenziale di questo strano Paese è stata quella che ha sancito il passaggio al sistema contributivo (che ha sostituito quello retributivo) senza provvedere a rendere cumulabili gli spezzoni contributivi che la massa crescente di lavoratori e lavoratrici precarie mettono insieme in molti anni di lavoro, e senza considerare minimamente che molti dei nuovi lavori non prevedono alcuna contribuzione o una contribuzione molto bassa e quasi simbolica.

Il sistema contributivo è stato introdotto proprio nel momento in cui il mercato del lavoro si è riempito di lavoratori e lavoratrici praticamente senza contributi e senza alcuna forma di sostegno: ne siamo sufficientemente consapevoli? Questi lavoratori e lavoratrici precarie arriveranno tra trenta o quaranta anni all’età della pensione senza avere accumulato contributi sufficienti ad avere una pensione decente. Nel frattempo, i costi della sanità, dell’assistenza e della previdenza graveranno su una popolazione attiva molto ridotta rispetto ad oggi e, se nulla cambia rapidamente, con occupazioni precarie e retribuzioni inadeguate che producono un basso gettito fiscale e una scarsa contribuzione previdenziale.

Se nulla cambia rapidamente, non potremo sorprenderci che la Sardegna sia piena di poveri, e non serviranno le marce e le carte di Zuri per cambiare le cose. Così come non bastano oggi. Anche oggi una buona parte della povertà che c’è in Sardegna è associata all’età della popolazione: gli anziani sono generalmente poveri. Vivono a lungo ma sempre più poveri.

Le pensioni totali erogate nell’isola sono quasi 475.000, con un importo medio mensile di 612,68 euro. Per avere un’idea dell’entità delle risorse di cui oggi dispongono gli anziani in ragione del tipo di occupazione svolta nel corso della vita, possiamo considerare che i coltivatori diretti in pensione (48.838) prendono in media 482,59 euro mensili; i commercianti (29.157) ricevono 621,83 euro; gli artigiani (34.104) hanno una pensione mensile di 641,89 euro; i lavoratori dipendenti (204.339) arrivano in media a 729,63 euro. Gli anziani che ricavano la pensione dalla gestione separata (quella, per intenderci, che riguarda le varie forme di collaborazione e che per ora è erogata solo a 1.706 persone), ricevono appena 88,78 euro al mese!

Se nulla cambia rapidamente, tra trenta o quaranta anni le pensioni dei lavoratori e delle lavoratrici precarie che oggi popolano il mercato del lavoro saranno drammaticamente più basse di quelle già molto basse con cui vivono gli anziani oggi. Ma nessuno potrà parlare di una “emergenza povertà”, nessuno che abbia decenza dovrebbe farlo: la povertà, come ha detto Gianfranco Bottazzi e come spiegano da tempo gli studiosi di welfare, non è una condizione improvvisa e imprevista ma è un “viaggio”, ed è sotto gli occhi di tutti che una parte crescente della popolazione di questa regione si sta chiaramente avviando a compiere questo viaggio, in primo luogo a causa della dilagante precarietà del lavoro. La povertà di domani si deve fermare oggi, e quella di oggi deve essere contrastata con più determinazione, attraverso il lavoro dignitoso e un’assistenza rispettosa.

Abbiamo provato a dare una misura della precarietà del lavoro in Sardegna nel 2009: sommando una serie di posizioni individuabili all’interno del mercato del lavoro, siamo arrivati ad una cifra enorme, che dà la misura – si può ben dire – della gravità del fenomeno. Le posizioni all’interno delle quali si alterna nel corso dei mesi l’universo dei lavoratori e delle lavoratrici precarie sono quattro: gli occupati dipendenti a termine (70.000 persone), gli occupati parasubordinati (29.000 persone, di cui 24.000 con un solo committente); le persone in cerca di lavoro (91.000, di cui 72.000 con precedenti esperienze lavorative); le persone che cercano lavoro “meno attivamente” (cioè con azioni di ricerca precedenti all’ultimo mese: sono 55.000).

Sommando tutte queste posizioni si ottiene una misura complessiva dell’universo (molto differenziato) della precarietà del lavoro in Sardegna: 245.000 persone, cui si dovrebbero aggiungere diverse migliaia di lavoratori e lavoratrici in cassa integrazione straordinaria e in deroga. Come è possibile che il governo regionale – e la politica tutta – assista indifferente ad un processo di indebolimento delle chance di vita della popolazione tanto esteso e profondo?

Lilli Pruna

 

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20 Commenti

  1. Salve io sono uno studente universitario di 19 anni. Il mio modesto parere è quello che abbiamo toccato il fondo e che purtroppo chi ci governa (che ricordiamoci è nostro dipendente!) non è in grado di portare ricchezza alla popolazione sarda. L’informazione che c’è in questa regione è controllata, manipolata da gruppi di persone che godono di appoggi e di vantaggi con le classi politiche dirigenti, facendo ruotare informazioni “inutili” al cittadino facendole credere essenziali o comunque importanti, nascondendo ciò non si può nascondere:
    la realtà. Siamo – come cita l’articolo di Lilli Pruna – una regione povera, con un’età media della popolazione che tornerà presto ad aumentare in quanto diminuiranno le nascite, togliendo a lungo andare l’eventuale forza lavoro necessaria impoverendo ancora di più questa traballante economia.
    Purtoppo la maggior parte della gente degli argomenti da noi trattati in questo momento, non ne sa niente o non ne vuole sapere perchè hanno un’ideologia intaccata dai falsi miti televisivi oppure perchè hanno paura. Un cittadino che compra un quotidiano in una normalissima edicola, crede di informarsi ma non è così. Se la gente, ogni singolo cittadino, saprà la realtà dei fatti, e non si farà più condizionare dalle “false idee” emanate dalla tv e dai giornali, coloro che derubano il futuro saranno cacciati a calci nel culo.

  2. Giancarlo G. says:

    In Sardegna, la mancanza cronica di capitali e l’assenza di un classe imprenditoriale capace di creare nuova ricchezza ha sempre fatto dipendere lo sviluppo dai soldi pubblici, tale denaro è stato in questi anni troppo spesso distribuito a pioggia da politicanti pronti ad elargire finanziamenti, poltrone ed incarichi a persone non in base al merito ma in base all’appartenenza ai partiti. Questa classe dirigente politica, non certo aiutata dal periodo di crisi economica mondiale, ha fallito. Il nostro consiglio regionale assomiglia sempre di più ad un acquario dove i nostri consiglieri nuotano in mezzo a piante bellissime con l’acqua riscaldata alla giusta temperatura e il distributore di mangime perfettamente funzionante.
    Non conoscono il mare che stà fuori.
    E’ la società civile, quella che non dipende dai soldi pubblici o dall’incarico del partito, ma che lotta tutti i giorni con le imposte, i contributi da pagare, che non ha il 27 garantito che cerca di creare o con molta difficoltà di mantenere posti di lavoro, che deve pagare i fornitori e deve far quadrare i conti in un mercato dove il reddito spendibile è sempre di meno e la disoccupazione dilagante.
    E a questa società civile, che vorrebbe gestire meglio i soldi pubblici e tagliare i costi della politica, un esponente di quella classe politica parissitaria, in un recente intervento su un giornale locale ordina di ritirarsi per lasciare spazio ai partiti e alla spartizione delle poltrone.
    Spero che i cittadini cagliaritani sappiano nelle prossime elezioni comunali scegliere nelle liste civiche le persone che decidono di impegnarsi per il bene e lo sviluppo della città, e non uomini controllati dai partiti, cortigiani in cerca di rendite di posizione.

  3. Alessandro Mongili says:

    La situazione esposta da Lilli è impressionante, ma meno convincenti sono le previsioni demografiche, in realtà semplici proiezioni della realtà attuale sommarizzata nelle rappresentazioni statistiche. Infatti, sono proiezioni sic rebus stantibus, e quindi probabili come una vittoria al lotto. Non capisco su quali basi statistiche siano state fatte. Dati Istat? Inps? dati costruiti dai ricercatori? Una survey? Dall’articolo non si capiscono bene i come e i perché di questi trend, che riguardano più che il mercato del lavoro la situazione pensionistica. C’è solo un cenno ai danni della flessibilità in termini contributivi, ma non si capisce bene il nesso (è espresso vagamente).
    Sarebbe bello se Lilli (o qualche altro esperto di mercato del lavoro) ci spiegasse meglio se dipende tutto dalle norme pensionistico-contributive oppure dalle politiche del lavoro messe in campo negli ultimi 20 anni o da qualche altra causa storico-sociale. Grazie

    • Nicola says:

      Alessandro mongili presidente!

    • Giuseppe says:

      In effetti, sebbene ben strutturato come rapporto,sia la presentazione che l’articolo di lilli si concentrano principalmente su un capitolo, quello sulle dinamiche demografiche appunto.
      I risultati a cui giungono non sono frutto di alcuna assunzione particolare, ma sono stati riportati i dati relativi alle proiezioni fatte dall’istat. Si tratta dello scenario intermedio, quindi ne il migliore ne il peggiore. Attraverso queste elaborazioni, si proietta la situazione presente nei prossimi 50 anni. Le previsioni nelle scienze sociali sono molto pericolose , però sono utili perchè si dice “guardate che se andiamo avanti come oggi fra 50 anni la situazione sarà questa!” Questa “minaccia” dovrebbe spingere il politico a prendere l’iniziativa. Sul fronte demografico come su quello economico.
      Il risultato tragico di quel rapporto è che per come sono le norme pensionistiche e il mercato del lavoro oggi (per pochi e precario), la Sardegna è sulla strada del declino e nessuno sta cercando di evitare questo “inevitabile” destino.

      • Alessandro Mongili says:

        Grazie, ma sono già stato Presidente della Associazione italiana per gli studi sociali per la scienza e la tecnologia per tre anni, e con questa esperienza ho chiuso con le presidenze, ce n’est pas ma tasse de thé.
        Grazie Giuseppe mi hai aiutato a capire perché purtroppo quella sera non ho potuto partecipare.

  4. accasioneri says:

    guardate che ugo sui temi del lavoro ci ha vinto le elezioni. do you remember “100000 nuovi posti di lavoro?”, ci creu che si passa..
    la sardegna ride di gusto, soprattutto ora che la crisi meridiana – la più drammatica che storia ricordi – viene ignorata da gionali e tv, le quali, sia detto per inciso, in questo giorni si sono occupati molto con trasse giubilanti di una bellissima notizia che forse vi è sfuggita. quale? ma certo, quella riguardata la nuova legge statale che riduce la statura per il reclutamento nell’esercito!!! ecco i centomilanuovipos.. brindisi, sorrisi smaglianti e tgr in festa, parola d’ordine: donne sarde, non avete più scuse, arruolatevi!
    “vorrei che gli olbiesi gli dessero un voto per ogni volta che ha citato nei suoi comizi meridiana”
    r. soru – campagna elettorale 2009 – olbia (parlando di berluscacci)

  5. Valerio says:

    Un anno fa ho lasciato la Sardegna grazie al programma M&B. Oggi ho trovato un lavoro stabile nel Paese che mi ha accolto. Un contratto che in Italia non avrei ottenuto neanche dopo 20 anni di anzianità. Mentre lo leggevo, i miei genitori, che lavorano da 35 anni e ancora non sono andati in pensioni, non riuscivano a trattenere le lacrime. Lacrime di gioia da un lato per il tanto atteso contratto di lavoro, dopo aver investito la loro vita a far si’ che i loro figli potessero studiare e laurearsi. Lacrime di insoddisfazione e rammarico per non essere riusciti a trattenermi in Sardegna. Non ho accettato quel contratto a cuor leggero. Mi pesa molto non vivere in Sardegna. Avrei fatto una scelta diversa se il M&B mi avesse offerto condizioni certe per rientrare e investire le mie competenze nell’isola, ma, come é noto, tutto ancora tace, tutto é ancora incerto. La politica ha altro di cui occuparsi.

  6. Oh, ma eravamo tutti lì? 🙂
    tutti, ovviamente, tranne la politica in carica, definita con un eufemismo “assente”: nessuno dal Comune, nessuno dalla Regione, tutti se ne strafregano di quei temi che dovrebbero essere la Bibbia per qualsiasi istituzione!
    Vorrei solo di nuovo richiamare l’attenzione sul dato demografico che è veramente tragico…e ormai credo sia tardi per correggerlo “in corsa” 🙁

  7. Luca Olla says:

    parare di “strategie riproduttive delle donne sarde” significa non solo tenere in debito conto le condizioni che rendono possibile procreare( un lavoro, una casa……) ma anche aspetti culturali che spingono verso scelte egoistiche dove il dato economico entra sino ad un certo punto.
    Quando eravamo in attesa del nostro primogenito, io e mia moglie facemmo una scelta: tutelare il bambino a tutti i costi anche quello di perdere un lavoro che mia moglie stava per iniziare( cosa che avvenne….). Siamo ricchi? no io ero precario stefania dispoccupata, avevamo si una casa ma poco altro. Credo sia necessaria una rivoluzione culturale che porti a pensare alla maternità come opportnità di crescita e non una diminutio della persona.

    • Marcello says:

      Com’è che diceva Bertolt Brecht: “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” . Certo che serve una “rivoluzione culturale”, ma rivoluzione collettiva e non individuale.
      La vostra è stata una scelta coraggiosa, ma non è certo la soluzione ad un problema sociale, anzi è una soluzione di carattere idelogico. La politica, quella che dovrebbe curare gli interessi della polis avrebbe dovuto mettervi nelle condizioni di poter avere un figlio senza perdere il lavoro o anche garantire un reddito alla madre in modo tale da non dover scegliere tra maternità e reddito.
      I tassi di natalità francesi sono più alti dei nostri perché molto si è investito sui servizi pubblici alle neo madri, perché la maternità non è vista come un danno all’impresa (non ti assumo o ti licenzio se resti incinta), ma un vantaggio per la società.
      E’ più semplice provare a costruire una classe politica seria, che ragioni in termini di progetto a medio lungo periodo, piuttosto che si realizzi magicamente una “rivoluzione culturale” che trasformi noi tutti donne e uomini “nuovi”.

    • Sheldon Cooper says:

      ma, infatti! che figlino queste femmine egoiste!!!
      e lascino da parte l’ambizione assurda di poter conciliare “l’opportunità di crescita” della maternità con un lavoro nel quale magari sono brave e per il quale magari hanno anche studiato e fatto sacrifici.
      Si dedichino ai figli e alla cura dei genitori anziani.
      E’ quella la vera realizzazione di TUTTE le donne, mica solo per tua moglie Stefania!

  8. Chiedetevi quanti politici c’erano alla presentazione del rapporto. Fatto? E ora la risposta. Sbagliato. Ce n’erano due: Soru e Zedda.

  9. Marcello says:

    Durante la presentazione del Rapporto, Gianfranco Bottazzi ha detto che il 40% della popolazione sarda non è in grado di far fronte ad una spesa improvvisa di 700 euro…700 euro sono un firgorifero che non funziona, un tamponamento, due figli con una carie.
    La situazione è grave e alla fine del tunnel non si vede luce, ma il baratro!
    Mi scuso, ma visto che pare sia sport nazionale rilevare l’assenza, alla presentazione del Rapporto 2010 sul Mercato del Lavoro in Sardegna, Massimo Zedda c’era.

    • Mi hai battuto sul tempo. Trovo imperdonabile che non ci fosse il sedicente assessore al lavoro ma evidentemente aveva di meglio da fare. Magari stava presiedendo una riunione del centro studi di burcei …

  10. Massimo Manca says:

    Dici bene. I giornali se ne fottono. Aggiungerei che certi giornalisti, per spiegare la situazione di merda in cui ci troviamo, ci regalano “perle” di questo genere: “…si rende necessario procedere a un adeguato approfondimento circa la valutazione sulla sussistenza delle motivazioni sui presupposti, sulla necessità e sulle modalita’ di applicazione della deroga…”. E poi se la pigliano con Vendola che non si fa capire…

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