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Carabinieri corrotti: qualcuno sa dirmi cosa succede nell’Arma? Perché a me la teoria della “mela marcia” non convince più

Sarò breve. Dopo la pubblicazione delle motivazioni della condanna in primo grado a 14 anni per il generale dei Carabinieri e comandante dei Ros, Giampaolo Ganzer (accusato dal Tribunale di Milano di aver “organizzato e coperto negli Anni 90 traffici di droga, nonché creato fondi neri in cambio «di carriera, potere, visibilità»”, dice La Stampa di oggi), a me la teoria della “mela marcia” nel cesto delle mele sane non convince più.

In Tribunale a Cagliari è in corso un processo contro l’ex capo dell’antidroga e di un altro carabiniere, accusati di traffico di stupefacenti. Qualche mese fa in provincia di Cagliari un carabiniere è stato trovato con 70 chili di haschisc. A Sassari un carabiniere è sotto processo per aver costruito accuse false contro un extracomunitario. E questo solo per stare in Sardegna. Capisco che fino al terzo grado di giudizio si è tutti innocenti (e infatti non sto accusando nessuno), però i Carabinieri sotto processo per fatti di droga (e non solo) iniziano ad essere tanti. Troppi?

L’argomento è scomodo, me ne rendo conto. Ma a questo serve la democrazia: a poter parlare di cose scomode senza aver paura di nulla. Per cui, qualcuno sa spiegarmi cosa sta succedendo nell’Arma senza ricorrere alla teoria della “mela marcia”? Forse i cittadini hanno bisogno di qualche spiegazione molto credibile e poco autoassolutoria.

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11 Commenti

  1. pare un gioco di fuoco!

  2. in galera solo una parte says:

    MILANO – Le telecamere all’interno del pub «Il Brigante» di Rho, teatro a gennaio di una sparatoria da Far West tra italiani e albanesi, hanno «inchiodato» un carabiniere: lo hanno ripreso mentre, sulla scena del delitto, raccoglieva i bossoli e la cartucce inesplose, per sviare le indagini. Oggi per Michele Berlingieri, all’epoca dei fatti carabiniere in servizio a Rho (Milano) e arrestato anche per concorso esterno in associazione mafiosa nel maxiblitz del luglio scorso contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia, è arrivato il rinvio a giudizio per favoreggiamento di un omicidio compiuto dal figlio di un presunto boss, il 25 gennaio scorso, in un locale nel Milanese.
    LA SPARATORIA – Durante una rissa, per motivi di donne, tra un gruppo di italiani e albanesi all’interno del pub «Il Brigante», a Rho, Cristian Bandiera sparò con una pistola e uccise Artim Avrani, 38 anni, albanese. Il gup di Milano Giuseppe Vanore lo ha condannato oggi a 16 anni di reclusione per omicidio. Bandiera è figlio di Gaetano, arrestato nella maxi-operazione «Infinito» del luglio scorso, con 300 arresti. Nell’ordinanza «Infinito» il gip Giuseppe Gennari scrive che il carabiniere Berlingieri «aiutava Bandiera Cristian (figlio di Gaetano, affiliato alla locale di Rho), gravemente indiziato di omicidio ai danni di Avrami Artin, a eludere le indagini». Nel provvedimento del gip Gennari, si legge anche che Berlingieri «forniva notizie riservate su indagini in corso e sulle operazioni di polizia portate avanti dalla Compagnia CC di Rho, in tal modo orientando le condotte degli appartenenti al sodalizio criminoso».

    CONDANNE – Il giudice Vanore ha condannato anche quattro albanesi accusati della rissa nel pub, a pene comprese tra i 2 anni e 4 mesi e i 3 anni e 4 mesi, ordinando anche l’espulsione non appena espiata la pena. A processo, invece, assieme al carabiniere, andranno altri due italiani accusati sempre di aver partecipato alla rissa. Il processo è fissato per il prossimo 8 marzo davanti al Tribunale di Rho.

    • Francesco Stuto says:

      Mi permetto di chiarirLe le idee in quanto ho visto e studiato con i Miei occhi quanto successo quella Triste sera..
      Soltanto osservando e riosservando con attenzione i particolari fotogrammi delle 7 telecamere di sicurezza de Il Brigante, della sera del 24.Gennaio.2010,
      Ci rendiamo conto di quanto è chiaro che Cristian Bandiera, Titolare del Locale, non può proprio essere il responsabile dell’ Omicidio!
      é facile puntare il dito, affiliare un etichetta sbagliata ad un Uomo ed evidenziarlo in un contesto oltretutto inopportuno.. Stiamo ricordando la Strage di Via Tavecchia, 4 Elementi Drogati di Cocaina alimentati da alcool, 1 Morto & 1 Innocente in Galera che stava facendo sacrifici nel Suo Locale.. Ci tengo a farVi sapere che i 4 Drogati poco prima di giungere al Brigante si trovavano a Pero in un Ristorante Cinese e dopo aver consumato il servizio del ristorante senza pagare con violenza hanno abusato pure di una o più Cameriere.. Insoddisfatti della serata i 4 arrivano a Rho al Pub di Via Tavecchia, dietro il Palazzo della Citterio, sfornando Armi e trasformando il Clima Allegro e Gioioso di una fredda serata di fine Gennaio in un Far-West, mettendo seriamente a rischio la Vita di tutti i presenti nel Locale.. Sappiate che Cristian Bandiera disarmato entrava nel Bagno del Pub perchè c’erano stati degli spari, Li avevano sentiti in molti, ma in molti come Cristian Li avevano scambiati per qualche botto avanzato dal Capod’Anno precedente, daltronde nessun Cliente si aspettava di ritrovarsi in trincea.. Cristian Bandiera nella zona Bagno Ci è rimasto preso per il collo con una pistola puntata alla tempia, mettiamoci nei panni di Cristian e proviamo a capire anche il terrore che avrà sentito e vissuto in quei attimi, come poteva il suo cervello essere lucido e ragionare, si trovava ad un passo dalla morte e per fortuna che alla prima distrazione del Pippato Antagonista armato Cristian scappa in cucina consapevole che qualcuno alle Sue spalle poteva far esplodere un colpo uccidendolo all’istante.. Nel frattempo Chi ha seminato il terrore corre all’uscita per sfuggire moltoprobabilmente anche dalle Forze dell’Ordine per i peccati che hanno commesso, torna Cristian con una pistola in pugno forse prova a sparare forse s’inceppa, comunque è sicuro che non colpisce la Vittima, perchè sennò il Morto cadeva in terra più o meno sempre nella traiettoria in cui si trovava Cristian Bandiera, invece cade dopo qualche metro e dopo aver fatto tranquillamente un percorso a zeta di più metri verso l’uscita, ripreso dalla telecamera.. Pure il Tristissimo momento della Sua Morte è Documentato in un Video.. è Documentato in un Video che Cristian Bandiera è Ingiustamente stato condannato pur non avendo commesso il reato di Omicidio.. Preciso che non ha neanche partecipato alla rissa, ma è andato a vedere cosa stava succedendo nel Bagno del Suo Locale, in quanto responsabile della sicurezza e dell’incolumità di tutti quanti i Clienti presenti all’interno del Locale.. Osservate attentamente il Video, e capirete che in questo memonto un innocente soffre in Carcere anche se non ha ucciso nessuno.. è proprio vero che i Morti non camminano, quindi se Cristian Bandiera avesse centrato il corpo di Avrami Artin, quella pallottola nel giro di istanti Lo avrebbe buttato a terra spietatamente come invece è successo appena la Vittima è uscita.. Non è proprio possibile che Avrami Artin è stato sparato dentro il Locale, ma bensi fuori, dove i Suoi stessi Amici sparavano contro l’entrata ad altezza uomo.. è stato trovato un bossolo a terra vicino all’uscita con il tappeto rosso della pistola di un ragazzo Albanese.. Stà tutto agli Atti! In quanto al Carabiniere è un inaffidabile imbranato che stupidamente si è giocato il posto di lavoro, ma come potete sapere che l’ha fatto per togliere delle tracce? Seconde Me l’ha fatto per paura che qualcun altro li togliesse dalla scena, in ogni caso ha scattato delle fotografie ai bossoli nella loro posizione originale prima di metterseli in tasca.. Giornalisticare su un triste episodio finito con il morto, aggiungendo solo più confusione non serve, cercate di essere giusti e di gridare l’innocenza di Cristian Bandiera appena lo avrete capito.. Vi invito tutti a prendere in seria considerazione la strage di Via Tavecchia perchè un innocente si trova in carcere e soffre.. Vi invito tutti all’ Udienza di Cassazione che ci sarà tra pochissimi mesi a Roma per valutare con i vostri occhi come sono andati i fatti quella maledetta sera, con estrema fede in Voi e nella Giustizia, Francesco Stuto

  3. in galera solo una parte says:

    Conosco alcuni Poliziotti e Carabinieri (maschi e femmine) che per spiare il partner che gli mette le corna fa uso di materiale investigativo. Tipo? Software per intercettazioni telefoniche. Non basta si fanno aiutare anche da colleghi (costituendo così una vera associazione a delinquere). Non si possono usare questi programmi per scopi personali. Il superiore che da autorizzazione, deve o (dovrebbe) consentirlo solo dopo una dichiarazione scritta che elencano i motivi di tale. La dichiarazione deve essere scritta e registrata con la firma del superiore e l’approvazione del GIP.
    L’intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione è consentita (dall’Art 226-266c.p.p.) nei procedimenti relativi ai seguenti reati:
    a) delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’art. 4;
    b) delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell’art. 4;
    c) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope;
    d) delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive;
    e) delitti di contrabbando;
    f) reati di ingiuria (594 c.p.p.), minaccia (612 c.p.p.), molestia o disturbo alle persone (660 c.p.p.) col mezzo del telefono.
    f-bis) delitti previsti dall’articolo 600-ter (pornografia minorile), terzo comma, del codice penale……….
    Io ho fatto un breve sunto possono esserci delle leggere imperfezioni.
    FORTUNA CHE IO NON HO NIENTE DA NASCONDERE!
    Cari colleghi la privacy vale per tutti! Quale esempio diamo al nostro paese?

  4. marghe says:

    io so solo che le forze dell’ordine mi fanno paura, penso a cucchi e tutti gli altri e non mi sembra proprio ci sia da stare tranquilli.

  5. migheddu says:

    ragazzi suggerisco tutti voi di leggere il libro di Giuseppe lutiis Servizi segreti in Italia,troverete tutto cio’ che riguarda quel genere d’info che cercate sulle mele marce 🙂

  6. Alessandro Mongili says:

    E’ un argomento scomodo ma fondamentale. Come ogni altra branca dell’Amministrazione pubblica e, vorrei dire, come quasi tutte le organizzazioni medie e grandi in Italia, soffre di una cultura organizzativa che non valuta adeguatamente trasparenza, merito, efficienza e che premia invece anzianità, formalismo, appartenenze (acotzus). Però le polizie hanno caratteri specifici. In Italia esiste un libro (di cui non condivido quasi nulla) che si intitola “Polizia postmoderna”, di Salvatore Palidda, che come al solito cerca di spiegare i problemi delle polizie a partire da condizioni e fattori esterni alle loro vite, invece che indagare le culture professionali, le convenzioni, i meccanismi di funzionamento che portano al problema esposto da Vito Biolchini, cioè corruzione e inefficienza. Il problema è che “esiste un (solo) libro”, cioè il corpo delle polizie non è liberamente indagabile per lo studioso, contrariamente a quanto è possibile fare negli altri paesi, dagli Usa alla Francia. Come nel caso della Sardegna, anche a proposito delle polizie ci ritroviamo dunque a parlare di un oggetto mai indagato seriamente. Però la cultura professionale delle polizie è stata indagata altrove, ad esempio all’interno del libro di Howard Becker “Outsiders” (non a caso tradotto in italiano dalle Edizioni del Gruppo Abele) in cui vi è una parte molto interessante dedicata allo studio della cultura professionale delle polizie e al loro complicato rapporto con le norme che devono applicare. Alcuni tratti sono caratteristici: il rapporto con la violenza è unico e opposto rispetto al resto della popolazione (gli stessi atti hanno per noi e per loro un valore morale ma anche giuridico in alcuni casi opposto), alla polizia sono demandati “lavori sporchi” che la “brava gente” non sarebbe più in grado neanche di fare; quello che per noi è problema morale e corrisponde all’eccezione rispetto alla vita quotidiana, per loro è procedura, procedimento, insomma normalità, perfino banalità. Gli stessi reati mutano rispetto alla tecnica poliziesca delle indagini e della repressione, che è il cuore della loro competenza.
    Con questo, non voglio assolutamente dire che gli episodi giustamente segnalati da Vito non siano condannabili, però credo che occorra formulare un giudizio meno “indignato”, meno “moralistico”, o almeno porsi qualche dubbio. Il loro cinismo verso l’oggetto della loro professione è più grave forse, ma non è diverso rispetto a quello dei giornalisti verso le cosiddette “notizie” o dei professori verso gli studenti che devono passare gli esami.

  7. Altro che mela marcia, inno si stairi sicchendi sa matta

  8. graziella says:

    Interessante quanto dici. E ad una prima riflessione la questione può sembrare effettivamente preoccupante.
    Provo però a portare un punto di vista diverso.
    Lo faccio dall’osservatorio privilegiato di lavoratrice di una pubblica amministrazione che potrebbe essere quella dell’Arma come quella di una qualunque amministrazione.
    Capita che quando lavori in una organizzazione composta da tante persone a poco a poco cominci a conoscerle, sono i tuoi colleghi, condividono la tua stessa “mission”, hanno il medesimo datore di lavoro, sono persone che con il tempo diventano “familiari”.
    Nel senso che condividono la tua stessa quotidianità del lavoro.
    cominci ad accettarle e ad apprezzarle così come sono.
    hanno difetti.
    chi non ne ha?
    non parlo di relativismo morale.
    parlo di persone come te.
    magari non hanno studiato, non hanno gli strumenti che hai tu.
    oppure sono semplicemente diversi da te.
    sono colleghi.
    istintivamente siamo portati a proteggere le persone che in qualche modo sono simili a noi.
    in questo caso perchè lavorano con noi e condividono il nostro stesso fardello.
    e poi c’è la questione dell’istituzione che deve essere salvaguardata.
    tanto meglio se riusciamo a risolvere le situazioni all’interno senza che niente trapeli all’esterno a “minare” l’immagine della pubblica amministrazione.
    con la mia esperienza di lavoro in una pubblica amministrazione ritengo che se ci sono denunce, procedimenti giudiziari, se le mele marce vengono identificate è un buon segno per tutti.
    significa che vi è una cultura di pulizia ed integrità forte che permette di superare tutti i meccanismi di difesa interni.
    mi pare un bellissimo segnale.
    significa che la maggior parte delle persone che lavorano in quelle amministrazioni hanno un sentimento talmente forte dell’istituzione che permette di andare oltre l’autoreferenzialità, oltre le paure di apparire tutti “malati”.
    Significa che il sistema è sano.
    ben vengano i procedimenti, le denunce.
    significa che il sistema funziona.
    il sistema ha in se i meccanismi per proteggersi e per proteggere i cittadini.
    questa è una garanzia per tutti noi.

  9. Valerio says:

    Non è un problema solo dell’Arma, per quanto i suoi appartenenti ne siano particolarmente colpiti. Conosco molto bene l’ambiente, ho avuto a che fare con alcune delle persone coinvolte in queste storie, e di altre ho l’impressione che ne leggerò a breve in cronaca.
    Ai bassi livelli, credo sia solo una questione dovuta alla scarsa attenzione che negli anni è stata data alla selezione e formazione del personale, dando la precedenza ai cosiddetti “accozzati”. Questo ha causato l’ingresso di persone poco motivate e sicuramente non adatte a compiti così delicati. Inoltre capita di entrare in contatto con un mondo in cui è davvero facile fare soldi, con la sicurezza che deriva dal ricoprire una funzione che mette al riparo (non sempre, è evidente) da indagini. La droga non è l’unico campo in cui le mele “marciscono”, ma è quello più eclatante. Il problema è che poi per colpa di pochi ci passano anche i tanti che in quella divisa ci credono, o quelli che fanno in modo di darle il significato che merita: mettersi al servizio della comunità, con spirito di sacrificio (è uno dei settori più colpiti dai tagli, ormai da anni) e tanta modestia.

  10. Neo Anderthal says:

    Succede che la tentazione è forte e l’animo umano debole.
    Per questo servono la libera stampa e i controlli di legalità e serve soprattutto che chi indossa una uniforme, quando abusa del proprio potere sia contro chi manifesta che favorendo e “gestendo” rapporti oscuri con la delinquenza, non sia sempre e comunque scusato a “a priori” e difeso per partito preso a dispetto delle evidenze contrarie.
    Succede che la cultura dei corpi separati produce omertà e favorisce le degenerazioni, succede che un enorme deficit di cultura della legalità e della democrazia tra forze armate e di polizia in Italia è un dato di fatto, ed è un problema che non si vuole affrontare.

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