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Giornalisti precari in assemblea: per ridare dignità alla professione e contro le tariffe da fame di Unione, Nuova & co.

Rilancio una bella lettera della collega Francesca Zoccheddu. Io sabato non ci sarò e mi dispiace perché avrei potuto raccontare come, negli anni in cui sono stato consigliere dell’Ordine eletto dai precari, si sia arenata la battaglia per avere compensi più giusti (in sintesi, la Commissione Ordine-Sindacato-Precari da me proposta e che doveva individuare una serie di soluzioni, non è stata mai convocata e a nulla sono servite le sollecitazioni mie di qualche altro collega perché la situazione si sbloccasse: conservo le mail, se la cosa può interessare).

Ai non giornalisti dico questo: sapete quanto guadagna un giornalista free lance? Più o meno le cifre sono queste.

L’agenzia Ansa paga cinque euro lordi a lancio, l’agenzia Italia parte da dodici.
La Nuova Sardegna paga un pezzo circa dieci euro lordi, l’Unione Sarda corrisponde per un’apertura di pagina (l’articolo più importante in una pagina!) ben dieci euro lordi (di meno se l’articolo ha una visibilità minore…).
Videolina paga per un servizio al telegiornale undici euro netti. Sardegna Uno non ha più collaboratori. Epolis i suoi collaboratori forse li deve ancora pagare.

Con queste informazioni sono certe che potrete capire meglio il senso della lettera di Francesca.

In conclusione, una postilla: siccome c’è sempre qualche professionista del “da che pulpito…”, vorrei prevenire la fatidica e maliziosa domanda: “E a Radio Press quanto li pagate i vostri collaboratori?”. Risposta: niente.

Ne abbiamo pochissimi (due o tre al massimo, dipende dai periodi). Non li utilizziamo per sostituire i nostri redattori, li seguiamo e cerchiamo di trasmettere loro qualche competenza in cambio della loro disponibilità a collaborare per poche ore alla settimana. Dopo un po’ ovviamente le strade si dividono: alcuni decidono di non fare i giornalisti, altri vanno avanti con altre testate o continuano con noi.

Noi evitiamo di spremere i giovani che si avvicinano a noi e che vogliono provare a fare i giornalisti (altrove trovano solo porte chiuse).

Noi, a differenza di altri, non sfruttiamo nessuno. Sono stato collaboratore di tanti giornali dal 1991 al 2008 (anno in cui sono stato assunto da Radio Press), so quello che accade nelle redazioni. Ne è la riprova che se improvvisamente ci dovessimo, per assurdo, privare dell’apporto dei nostri valentissimi collaboratori giornalisti (non dei programmisti, che garantiscono un impegno molto più limitato e che quasi sempre non hanno un profilo giornalistico, e che, ad eccezione dei programmi finanziati, non vengono retribuiti), il nostro palinsesto non subirebbe modifiche. Senza i loro collaboratori, Unione e Nuova invece quasi sicuramente non sarebbero in edicola.

Peraltro, stiamo parlando di testate e gruppi editoriali che fanno milioni e milioni di euro di ricavi, se non di utili. Trattare la nostra piccola emittente alla loro stessa stregua sarebbe come mettere sullo stesso piano una piccola bottega di quartiere ad una Città Mercato (paragone non casuale…).

Ci sono poi gli stagisti dell’Università, il cui percorso in radio dura cinque settimane. Se invece qualche collega professionista in difficoltà ci chiede di collaborare per rimanere “nel giro” cerchiamo di dargli una mano, nel rispetto dei ruoli. Chiarezza e buonafede ci hanno sempre accompagnato. Sapete come lavoriamo e l’ambiente è piccolo, e non mi sembra che in giro la radio goda di una cattiva fama, anzi.

Quindi nessuno può accusare i giornalisti di Radio Press di sfruttare altri giornalisti. Detto questo (e ho detto molto), per evitare ogni strumentalizzazione, non pubblicherò post che trattano questo tema perché le risposte le ho già date.

Offro invece alla vostra riflessione un articolo uscito recentemente su Internazionale che parla dei giovani utilizzati nelle redazioni di tutta Europa e ma che offre anche qualche soluzione. Buona lettura.
http://www.internazionale.it/l%e2%80%99esercito-irregolare-degli-stagisti/

In conclusione, ricordatevi: Ansa cinque euro lordi a lancio, l’agenzia Italia parte da dodici, La Nuova Sardegna paga un pezzo circa dieci euro lordi, l’Unione Sarda corrisponde per un’apertura di pagina dieci euro lordi, Videolina paga per un servizio al telegiornale undici euro netti, Sardegna Uno non ha più collaboratori.

Shampoo e piega in salone da una praticante parrucchiera, dai 12 ai 18 euro.

Ecco la lettera di Francesca.

Colleghi vivi e meno vivi (silenti :-))

io ci provo e, con alcuni, insisto e spero non sia un appello che anche stavolta cade nel vuoto…

Sabato 13 novembre, alle 16, nella sede di via Barone Rossi 29 a Cagliari, si terrà un’assemblea dei giornalisti precari. Io sono convinta sia IMPORTANTISSIMO esserci, che si sia iscritti o meno al sindacato, che si creda o meno nel sindacato.

A questo punto credo che la nostra sia una battaglia per la sopravvivenza ed una battaglia di civiltà.

Per la sopravvivenza, perché non si vive più con questo lavoro, anzi. Siamo lontani da quei mille euro considerati il minimo mensile, ma ben lontani anche da 700-800 euro spesso.

Una battaglia di civiltà, perché i nostri “editori” prendono, chi più chi meno, tanto denaro pubblico che evidentemente non usano per noi e neanche per i contrattualizzati, visto le crisi quotidiane soprattutto nelle tv.

Cosa fare ? premetto subito che non sono iscritta al sindacato e che penso che il sindacato abbia pochi strumenti per intervenire anche solo sul fronte tariffe, si può fare tanto, anche se non sarà facile.

1) La battaglia per le tariffe è e deve essere una battaglia politica. Significa che, come capita in tutti gli altri settori, chi eroga soldi pubblici DEVE verificare come vengono usati e anche mettere vincoli e limiti. Quindi, staniamo la politica. Basta pacche sulle spalle in privato e inerzia quando si tratta di far qualcosa.

2) La nostra è una battaglia per la dignità del giornalista, per la dignità del giornalismo, per la libertà di informazione. Chiunque, associazioni cittadini sindacati colleghi politici, crede che un’informazione libera e pluralista non possa pagare cinque euro lordi il lavoro giornalistico, deve essere coinvolto, informato, deve stare dalla nostra parte.

3) Insieme a questa battaglia “politico-culturale” vanno avviate tante iniziative che solo Ordine e sindacato possono mettere in campo: bacini, blocco delle scuole, verifica delle iscrizioni come pubblicisti, possibilità di accedere all’esame laddove ci siano certe condizioni che non possono essere legate solo al reddito annuale (è ovvio che si tratta di un cane che si morde la coda!).

Per tagliar corto, è importante esserci sabato. Qualunque cosa vogliamo fare, abbiamo bisogno di essere in tanti. Come verrà spiegato sabato, anche in altre regioni si stanno organizzando, per cambiare le cose dobbiamo avere numeri, coinvolgere quante più persone, informare sulla nostra condizione. Non è un problema solo di giornalisti, né un problema solo di precari. Ci riguarda come cittadini elettori. E questo lo devono capire anche i nostri politici. Utopie ? Non so, io dico solo PROVIAMOCI. Altrimenti moriamo, come singoli come categoria come cittadini che ancora si indignano.

Francesca Zoccheddu

6 Commenti

  1. Massimo Manca says:

    Giornalista, professionista, ex epolis. Pezzo bellissimo.

  2. Massimo says:

    Non so se chi scrive sia un giornalista prof o un collaboratore, ma visto che parla di editoria e alberghi ti posto un link
    http://www.area89.it/post/2010/11/16/La-Zunk-band-suona-il-Jazz-(Hotel).aspx

  3. Massimo Manca says:

    “Gli imperfezionisti, romanzo d’esordio del giornalista Tom Rachman, racconta il mondo della carta stampata e lo scrittore ha scelto di ambientarlo proprio in Italia, a Roma. La storia del romanzo, che sarà in vendita anche in Italia a partire dall’11 Novembre (casa editrice il Saggiatore, 386 pp, 18 euro)), si svolge nella redazione di un giornale internazionale e i diversi personaggi che la frequentano, ci trascorrono la giornata e ci lavorano.Le vite e il futuro dei giornalisti saranno segnate dalle azioni del giovane editore che potrebbero mettere in pericolo la testata che gestisce.Il romanzo ha ricevuto ottime critiche da recensori e lettori in tutte le nazioni in cui è stato fino ad ora pubblicato e il suo autore con questa opera prima è stato elogiato per lo stile, la capacità di descrizione, l’ironia e l’intelligenza con cui delinea l’editoria contemporanea e i suoi protagonisti principali.I protagonisti de Gli imperfezionisti sono i redattori di un quotidiano internazionale di lingua inglese con sede a Roma. Ogni capitolo viviseziona la vita privata di ciascuno di loro. C’è il corrispondente da Parigi in rovina. Lo scrittore di necrologi che deve affrontare una tragedia. La responsabile della sezione finanziaria che si mette con un ragazzo italiano spiantato perché si sente brutta e sola. La correttrice bozze che trascorre ogni Capodanno in albergo per nascondere il fatto di non avere amici. L’autore si è divertito parecchio a raccontare le meschinità di ogni sua creatura, senza pietà: i racconti sono tutti crudeli. E tra un capitolo e l’altro la storia del giornale, dagli anni ’50 a oggi, che diventa il quadro generale delle difficoltà della stampa.Tom Rachman, crudeltà a parte, dipinge molto bene le vicissitudini interiori dei suoi protagonisti, mentre alterna le vicende private con l’immagine che ognuno presenta ai propri colleghi in redazione.Nella redazione si incontra l’intera gamma dei personaggi che ci si aspetta di incontrare, professionisti tipizzati dietro la scrivania che all’ora della chiusura del giornale tornano a indossare la loro perfetta unicità. Non c’è traccia di giovani promesse e venerabili maestri, mentre abbondano felicemente i soliti stronzi, i prediletti dell’autore. C’è lo stagista zelante che interviene a sproposito, la reporter economica troppo gentile con le fonti, la titolista che non riesce a far entrare la parola “Mogadiscio” nella colonna, il correttore di bozze che sostituisce “Saddam Hussein” con “Sadism Hussein”, in ottemperanza ai diktat del correttore di word, il redattore preciso che non vuole vedere mai più l’avverbio “letteralmente”, lo stringer al Cairo che conosce quattro parole in arabo e non ha la minima idea di dove si trovino le notizie. Per questo il giornale manda in suo aiuto Snyder, tronfio cronista di guerre e scenari disagiati, perennemente frullato dal jetlag e con le tasche piene di soldi nella valuta sbagliata. Uno che non impara la lingua locale, dice, “per non compromettere l’obiettività”. In un paio d’ore l’ipercinesi del cronista mette sottosopra la vita dell’impaurito stringer, occupandogli la casa, prendendo “in prestito” il laptop che servirà per qualche grande impresa giornalistica in stile Watergate o massacro di My Lai. Rachman coglie gli archetipi dei personaggi che si incontrano in una redazione. C’è il fenotipo “caporedattore stronzo”, quello “stagista lento”, quello “non ho una vita fuori di qui”, il “lettore maniacale”, eccetera: tutti hanno il piglio da salvator mundi, come se fossero stati scelti dal cielo per trarre la specie umana dall’ignoranza; la cosa si scontra con le loro vite in realtà semplici, a volte persino miserabili, che non emergono mai da “un mondo che influenza tutti, ma di cui nessuno sa nulla”. Dice Rachman: “Per lo più i giornalisti combattono con l’orario di chiusura, flirtano con i colleghi, si preoccupano delle marchette e pensano a come potrebbero comprare un appartamento più carino

    Tom Rachman ha realizzato un ritratto accurato della situazione attuale del mondo del giornalismo e di come vengono realizzate le notizie grazie alla sua esperienza in questa professione. Nato nel 1974 a Londra Rachman hainfatti vissuto a Vancouver e frequentato l’università a Toronto e New York prima di diventare giornalista e diventare corrispondente da India e Sri Lanka per la Associated Press, per poi lavorare sempre dall’estero da nazioni come Giappone, Sud Corea, Turchia ed Egitto. A partire dal 2006 ha inoltre lavorato come redattore part time per l’International Herald Tribune a Parigi mentre era impegnato nella stesura di questo suo primo romanzo. Attualmente Rachman vive a Roma, dove sta lavorando al suo secondo romanzo.”

  4. Massimo says:

    “30 euro apertura in cultura”, gei est pagu! E tu e il tuo amico criticate SZ: lui si ched’è un amico della cultura!

  5. Un caro amico mi aggiorna sulle “vere” tariffe applicate dall’Unione Sarda: “20 euro un’apertura, 15 euro taglio e spalla, 30 euro apertura in cultura. Ovviamente lordi”. Prendete nota.

  6. Banana says:

    banana sarà presente!

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