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Che palle i dibattiti sulla libertà dell’informazione! Quanta ipocrisia e quanta superficialità: non chiamatemi, non ci vengo!

I dibattiti sulla libertà di stampa non mi interessano più, mi annoiano. Li trovo ripetitivi, scontati. Hanno sempre lo stesso copione e si concludono sempre allo stesso modo, cioè in un tripudio di inutile retorica, dove alla fine non ci sono né vinti né vincitori e nessuno si assume alcuna responsabilità o impegno concreto.

Sembra proprio anzi che ogni dibattito sull’informazione che si rispetti debba concludersi proprio così come è iniziato, cioè in modo che ogni soluzione al problema sembri velleitaria o impraticabile.

In questo i giornalisti, nelle loro riunioni dell’Ordine o del sindacato, sono maestri. Ma anche i dibattiti della cosiddetta “società civile” non fanno eccezione a questa regola.

Dopo quasi vent’anni di professione posso permettermi il lusso di azzardare un’ipotesi. Il segreto di tanta inconcludenza sta tutto in un gigantesco e strumentale fraintendimento iniziale.

Per farla breve: siccome i giornalisti non amano ammettere i propri errori, le proprie debolezze e (perché negarlo), le proprie meschinità, quando si incontrano tra di loro per parlare di informazione parlano di tutto pur di nascondere il servilismo che dilaga nelle redazioni. Parlano dei massimi sistemi ma non hanno il coraggio di fare autocritica e di lavare i panni sporchi in casa. Per i giornalisti la colpa è sempre degli editori e della politica, mai la loro. Sono stato per tre anni consigliere dell’Ordine regionale e so di cosa parlo.

Quando invece a discutere di libertà di stampa sono le associazioni o i gruppi politici, il problema non sono mai gli editori o i direttori collusi con la politica ma i singoli giornalisti, accusati di non seguire adeguatamente questo o quell’evento (quasi sempre quello organizzato dall’associazione o dal partito in questione, che diventa così misura suprema di tutta la libertà dell’informazione).

Il limite di questi incontri è enorme, perché nessuno che vi partecipa conosce esattamente i meccanismi del giornalismo e sa che nelle testate vige una sorta di “monarchia costituzionale”, dove il monarca è il direttore che all’interno della redazione può (pur seguendo una prassi collaudata) fare e disfare il giornale. Ma questo la gente non lo sa e parla a sproposito. Nel corso di un dibattito, qualche mese fa, l’uditorio ha iniziato a sproloquiare in maniera così fastidiosa che mi son trovato a dover difendere l’Unione Sarda (il che è tutto dire).

Anche domenica ad esempio, nel corso dell’incontro organizzato a Cagliari da Sardegna Democratica, Marcello Fois si è scagliato contro i cinque giornalisti presenti in sala come se la pessima qualità dell’informazione nell’isola dipendesse da loro in prima persona. I colleghi si sono indignati, qualcuno ha alzato la voce, ma forse Fois stava scherzando, non so (però, da che mondo è mondo, i nuoresi dovrebbero usare di meno le armi dell’ironia perché qui al sud abbiamo un altro senso dell’umorismo e l’ironia nuorese proprio non la capiamo).

Se i giornalisti avessero il coraggio di criticare pubblicamente i giornalisti, e se i politici e gli intellettuali si scagliassero pubblicamente contro gli editori e i direttori, io penso che i dibattiti sulla libertà di stampa sarebbero più interessanti e proficui, e forse anche il livello del giornalismo crescerebbe.

Invece i giornalisti assistono in silenzio alla svendita della professione da parte di molti dei loro colleghi, mentre i politici e gli intellettuali preferiscono non inimicarsi i padroni e i servi dei padroni (che possono sempre tornare utili) e se la prendono invece con i singoli giornalisti, ignorando che bastano poche persone in una testata a decidere cosa è e cosa non è una notizia, e che se un direttore vuole oscurare un evento lo può fare (il giorno in cui Berlusconi decise di spostare il G8 da La Maddalena a L’Aquila, il Gazzettino Sardo delle 12.10 non diede la notizia, ad esempio).

Per cui evitiamo di dare lezioni sulla libertà di stampa in Sardegna, in Italia in Europa e nel mondo se non abbiamo il coraggio di affrontare il problema dalla giusta prospettiva. In caso contrario, non chiamatemi che tanto non vengo (e non è una grave perdita per nessuno, per carità: lo dico solo perché così sono un assente giustificato e non passo per uno che si vuole disimpegnare, anzi).

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8 Commenti

  1. Non sono un giornalista, anche se spesso mi capita di scrivere. Diciamo che “devo scrivere” per campare. E qui, secondo me, sta la questione.
    Scrivere – anche per la pagnotta – presuppone l’avere qualcosa da dire, su un giornale o meno; inoltre, come si diceva un tempo, “scripta manent”.
    Questa persistenza dello scritto dovrebbe – a mio modesto modo di vedere – indurre ogni scrivente a doversi considerare – almeno un po’ – scrittore.
    E qui casca l’asino, o gli asini, se preferite.
    Per la semplice ragione che molti non sanno affatto scrivere.
    E non solo perchè ignorino spesso la sintassi e la stessa grammatica italiana, ma perchè ignorano quasi totalmente le regole dello scrivere e, non di rado, quelle del pensare.
    Scrivete quello che volete, pensate quello che vi pare, ma almeno fatelo bene, si potrebbe dire.
    Ogni tanto mi capita di essere aggredito sulla stampa. Non criticato, cosa che sarebbe utile e civile; semplicemente aggredito. Eppure, anche l’aggressione più feroce ha una sua dignità, se ben condotta; ferisce, ma è apprezzabile. Brilla di luce propria: scriptum manet.
    Per questa ragione, spesso mi disturba più il modo becero in cui le cose sono dette, che ciò che viene detto.
    Per fortuna, questo non riguarda la libertà di stampa, dato che – bene o male che venga fatto – mi ritrovo impallinato sia sull’Unione che sulla Nuova.
    La questione mi sembra invece un po’ più drammatica, perchè ha a che fare con domanda e offerta di prodotti intellettuali: curiosamente, in un mondo che brutalmente rinnega il lavoro manuale, gettando alle spalle con indifferenza millenni di fatica e di sapienza, la cosa peggio usata sembra essere proprio l’intelletto o, se preferite, la cultura. La ragione, lasciamola stare: dorme, e non vuole essere svegliata.
    Chissà, forse abbiamo troppi intellettuali, e non c’è pane per tutti. Così, non essendoci altro da fare, e non sapendo pensare, scrivono.

  2. graziella says:

    il tuo articolo mi ha fatto pensare alle riunioni tra colleghi che si lamentano delle cose che non vanno bene, dei vari capi, del governo, della situazione generale…del mondo..,
    dopo anni di lavoro questi discorsi li do per scontati e mi pare che facciano parte della cultura lavorativa così come le scrivanie e gli armadi.
    evidentemente ci piace così.
    lamentarci.
    ma sempre di qualcosa che non siamo noi nè il nostro comportamento.
    è sempre qualcun’altro che sbaglia è sempre qualcun’altro che dovrebbe fare qualcosa o qualcos’altro.
    noi no.
    è la questione della responsabilità individuale.
    viceversa la domanda è cosa posso fare IO in una certa situazione?
    come posso agire per ottenere un certo risultato?
    aspetto che il mondo cambi oppure mi voglio impegnare in qualcosa anche di piccolo che contribuisca al suo miglioramento ?

    rispetto a queste situazioni, si possono attuare tre comportamenti:
    1. la partecipazione. si tratta dei miei colleghi ed io non voglio essere tagliato fuori dal gruppo
    2. il rifiuto. io sono migliore di voi quindi non perdo tempo a discutere con voi
    3. la caccia al tesoro delle soluzioni. pongo domande e invito le persone ad uscire allo scoperto con le loro proposte….solitamente in questo caso si passa immediatamente a parlare d’altro…e finalmente le persone tornano a lavorare…..
    sia che siano dipendenti, imprenditori, giornalisti, attori….persone come noi, se ci pensiamo bene :-)))

  3. Il problema è sempre lo stesso: se gli editori continuano ad essere rappresentanti di centri di potere (ad es. CONFINDUSTRIA, banche ecc.) non sarà mai possibile avere libertà di stampa. Immaginereste Feltri che scrive male di Berluscconi? o Il Sole 24 Ore con la parola inceneritore invece di termo-valorizzatore?
    Dici bene tu nel titolo del tuo Blog: “La libertà di stampa è di chi possiede un organo di stampa”.

  4. Banana says:

    è che i dibattiti sull’informazione sono ormai come le sedute di autoaiuto degli alcolisti anonimi. vai, ti indigni, senti di aver fatto qualcosa da cittadino coscienzioso. poi recuperi la macchina in seconda fila, quasi investi la vecchietta zoppicante che attraversa sulle strisce e arrivi a casa per metterti a guardare Zelig, fiero di aver dato il tuo contributo per la democrazia.

  5. Posso aggiungere una cosa alle tue riflessioni (che condivido)? Sentire i soliti quattro che se la cantano e suonano fra loro ti fa solo venire voglia di dire che barba, che noia, che barba, nel migliore dei casi viene l’orticaria per quanto provincialismo si respira (ma questo è tipico di tutta la Sardegna, compresi quelli che organizzano, che partecipano, che si indignano in modo, appunto, scontato e comunque sempre “controllato”).
    uno dei problemi è anche che il livello medio di certi pezzi è disarmante, non solo per il contenuto (che per carità va sempre bene, non sono di quelli che il giornalismo è soltanto la questione mediorientale, il conflitto di interessi o l’ultima, pallosissima puntata de “L’Infedele” e via intellettualizzando), ma anche per come sono scritti. Ecco, l’ho detto. Ci fossero meno Accozzoli, meno presuntuosi, meno ipocriti, il giornalismo tutto ne trarrebbe giovamento, e di conseguenza anche i lettori. Partire dalla qualità sarebbe forse un modo per limitare quella “monarchia costituzionale” di cui parli, e anche uno strumento pre gestire meglio quell’associazione, quel partito, quella segnalazione che assolutamente va coperta (o no). Personalmente mi sono profondamente disamorata della professione, perchè lavorare poco e male alla lunga sfinisce, anche qui mi viene spontaneo implorare “no, il dibattito NO!” 😉

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