Cagliari / Cultura / Sardegna

Il caso Mani/2 “Ecco come è stato cacciato don Mario Cugusi”

Vediamo di ricostruire i fatti. Partiamo da quel 17 luglio 2010, dalla contestazione all’arcivescovo Mani a San’Eulalia di cui c’è ancora traccia nel web.

«Il 17 cadeva di sabato; ma la comunicazione verbale a don Mario Cugusi della sua rimozione era stata di qualche giorno prima, di mercoledì 14. “Per il tuo bene”, aveva giustificato la propria decisione l’arcivescovo. Parole irrispettose perché non spiegavano, non spiegano nulla. Ecco il vescovo-conte, certo di avere dei dipendenti, non dei fratelli nel sacerdozio da onorare anche nello scambio informativo, anche nelle notifiche delle decisioni assunte. Proprio nei giorni scorsi mi ha scritto un collaboratore diretto di don Tonino Bello e mi ha confidato come a Molfetta gli avvicendamenti dei parroci avvenissero in fraternità… So che don Mario chiese all’arcivescovo di comunicare personalmente il suo deliberato non motivato ai parrocchiani, per il che si previde la serata di sabato».

Intanto…

«L’indomani giovedì, intanto, il Consiglio pastorale, copresieduto dal parroco e dal decano laico, già reso edotto della novità, si riunì e discusse la questione, immediatamente esprimendo piena e convinta contrarietà a quel deliberato ed impegnandosi a interloquire attivamente con l’arcivescovo per chiedergli le ragioni del provvedimento e rappresentare a lui come l’avvicendamento del parroco avrebbe portato, inevitabilmente, a difficoltà non agevolmente superabili nella attuazione del piano pastorale in corso su numerosi campi applicativi».

La notizia nel frattempo era già arrivata ai giornali…

«La stessa mattina di sabato 17 uscì un articolo sull’Unione Sarda il cui occhiello recita “Va via il parroco storico, da trent’anni nel quartiere. Ignota la destinazione” ed il sommario invece “Lui conferma, l’arcivescovo smentisce. Oggi assemblea”».

Forse questa anticipazione sulla stampa dispose male il presule invitato all’assemblea. O no?

«E’ credibile, mi pare lo abbia detto lui stesso, addebitando a don Mario di aver dato notizia ai giornalisti prima del tempo. Don Mario, a sua volta, ha assicurato di non aver avuto alcuna parte in questa anticipazione “profana”. Ne parlò con gli amici più stretti, naturalmente, con il Consiglio pastorale, anche con me esterno alla parrocchia ma amico e… raccoglitore sempre di materiali per la storia. Ma certo bisognava che l’evento fosse ripreso dalla stampa e rimbalzato alla conoscenza e valutazione della opinione pubblica. Io stesso chiesi ad un amico inviato dell’Unione Sarda di intervenire la sera, per farsi una idea, per valutare se il caso meritasse di giungere alla considerazione generale della cittadinanza, non soltanto della opinione ecclesiale. Don Cugusi non è stato infatti soltanto il parroco di Sant’Eulalia, o forse si potrebbe dire che lo è stato a un livello talmente alto da aver promosso un ecumenismo di interessi partecipativi, civili e religiosi, sociali e culturali, pedagogici e politici nel senso nobile e autentico della parola, da aver materializzato quella idea, che anche a me è particolarmente cara, della unità non scomponibile, nelle rispettive autonomie ma anche interconnessioni valoriali, fra il campo della fede e il campo della umanità».

Non è il caso di ripassare quel che già si sa: del decano Fadda che legge un discorso rivolto all’arcivescovo, formalmente ossequioso, per chiedere al presule di considerare le ragioni della comunità che non può perdere il suo ministro. La risposta di monsignor Mani: no no e no, con i segni di croce all’inizio e alla fine, i riferimenti polemici al gran numero dei convenuti – come per dire che c’era forse una claque non devota ma tifosa, estranea alla parrocchia –, le contestazioni dalle navate, quella battuta infelice della «baracca», il nome del nuovo parroco rivelato contro ogni programma per far capire che ormai ogni ipotesi di ripensamento era caduta. Qualche osservazione su questo?

«Si passò dal teatro al campo di pallacanestro, con tribune forse più capienti della platea e loggione del teatro – lo storico e glorioso teatro di Sant’Eulalia –, tribune necessarie ad accogliere il gran numero. Poi però l’arcivescovo, appena arrivato, compreso che sarebbero state scintille, oppose a don Mario un presunto accordo intervenuto non perché colloquiasse il vescovo con i parrocchiani, ma per scambiarsi idee e informazioni il vescovo e il ristretto Consiglio pastorale. Accettato successivamente di incontrarsi con tutti e non con la rappresentanza soltanto, egli impose però di convenire in chiesa, ritenendo quello il luogo più idoneo e forse anche deterrente rispetto a rischi di contestazione che erano nell’aria. E cominciò infatti con il segno corale della croce, disputandosi il microfono con il decano laico e cedendoglielo alla fine, rassegnandosi cioè ad ascoltare, lui abituato soltanto a parlare e disporre. Deve essere stato, già quello, un primo trauma. Del resto si è detto. La conclusione in sacrestia, reclamata da Bandinu – s’è visto in televisione – per non lasciare che l’arcivescovo se ne andasse senza aver con lui compiuto un estremo tentativo di ragionevolezza e confronto pacato e argomentato sulle ragioni che sia i teologi che i canonisti chiamano della “salus animarum”. Più importanti del vescovo e più importanti del parroco. Non mancarono le battute pungenti di qualcuno e qualcuna, poi la mezza fuga con l’auto blu delle eccellenze, quella che ha l’autista e avrebbe fatto venire i brividi a don Tonino Bello».

Ma quel che sembra necessario indagare, a questo punto, è la ragione vera della rimozione annunciata di don Cugusi. Anche sulla stampa taluno ha scritto di inframmettenze della Congregazione in capo a Sant’Eulalia, altri di una lettera inviata al Vaticano per contestare un complessivo comportamento di monsignor Mani: lettera a cui quest’ultimo avrebbe dato una paternità sicura, data la firma in calce appartenente a diversi parrocchiani della Marina.

«E’ bene che si faccia chiarezza su questo. Ma poi da questa conquista di chiarezza dovranno venire, di conseguenza, molte altre puntualizzazioni. Inizierei dalla Congregazione che si intitola al “Santissimo Sacramento nella Marina”. Si tratta di una arciconfraternita – istituita cioè con decreto papale – risalente alla metà del Cinquecento. Costituì, in un certo modo, un rilancio eucaristico della cattolicità controriformistica – siamo press’a poco al tempo del Concilio di Trento –, ed ebbe sviluppo fra il Seicento e il Settecento, sulla spinta della spiritualità matura, chiamiamola intellettuale, che, fra Belgio e Renania, andò a riequilibrare il marchio tutto mariano del devozionismo popolare. Una bella storia. Basterebbe pensare ai contrasti teologici del luteranesimo in boccio allora, in materia eucaristica essenzialmente. Si trattò di dare attualità e universalità di culto alle intuizioni o visioni estatiche della beata Giuliana di Cornillon, apostola dei lebbrosi in Europa, che nel medioevo aveva composto l’ufficio del Corpus Domini. Sorsero anche a Cagliari, fra Cinquecento e Seicento, le Congregazioni del Santissimo Sacramento, una per quartiere. Ne avevamo quattro. Resistette più di tutte – pur fra alti e bassi, fra recessioni e rilanci con nuovi statuti – quella della Marina, appunto in capo alla parrocchia di Sant’Eulalia. Questa raccolse, col tempo, e tanto più dopo la riforma statutaria elaborata dal gesuita Giovanni Battista Vassallo – splendida figura di religioso e di professore di italiano in una terra che ancora parlava o sardo o spagnolo – e ancora dopo, dopo cioè la nuova riforma risalente agli anni dell’episcopato del cardinale Cadello, e nella grande storia quelli press’a poco della sconfitta definitiva di Napoleone, ingenti ricchezze. Furono lasciti ereditari, legati particolari, proprietà immobiliari e fondi liquidi per sovvenire la parrocchia nelle sue fatiche pastorali, di culto e catechistiche, e in generale il quartiere del porto per le urgenze sociali, ad esempio per prestiti senza interesse necessari al riattamento di case malconce e inabilitabili. Don Mario ha pubblicato un bellissimo libro sulla storia della Congregazione, gloria e vanto del quartiere…».

Ma con la Congregazione è stato scontro, e l’arcivescovo si è schierato sempre dalla parte della Congregazione contro il parroco. Il quale ha dichiarato di aver rinunciato agli aiuti considerati ormai marginali e ad accusare, senza tante finzioni, monsignor Mani di aver boicottato le ragioni morali per far prevalere quelle prettamente giuridiche. E’ così?

«La Congregazione ha subito una trasformazione anche giuridica nel tempo. E’ divenuta una onlus, uscendo dal sistema delle normative ecclesiastiche per entrare in quelle civilistiche. Da lì sono cresciute le incomprensioni. Anche la dirigenza della Congregazione è molto cambiata nel tempo. Io ho incontrato la Congregazione che ero bambino, ricordo il presidente Aurelio Espis, che era allora segretario generale del Comune e veniva da tutta una storia personale nell’associazionismo universitario cattolico, ed era nel giro delle amicizie cagliaritane di papa Paolo VI per via della militanza fucina. Ricordo il vice presidente del tempo, poi presidente, Alfredo Tidu. Ricordo le messe solenni della Minerva, a quattro preti, con tutta la dirigenza al banco sul presbiterio. Ricordo la partecipazione della Congregazione alle processioni del Corpus Domini – ecco il culto eucaristico che dà il nome al sodalizio –, reggendo il baldacchino lungo le strade del quartiere. Erano gli anni del lungo e fecondo parrocato di monsignor Ezio Sini, che aveva raccolto e sviluppato il lascito prezioso di dottor Mario Floris…».

Ma poi? Le incomprensioni sarebbero nate, a detta di qualcuno, dai costi proibitivi della ristrutturazione di Sant’Eulalia, degli scavi archeologici, ecc. Vero o falso?

«Dopo il parrocato di monsignor Casu, lungo gli anni ’70, ed alla metà circa del successivo – quello appunto di don Mario – il feeling si è rotto. Andrebbe ricordato il lavoro, all’inizio sostenuto generosamente anche dalla Congregazione, che ha portato al pratico rifacimento della secentesca, bellissima parrocchiale, agli scavi che hanno portato a rinvenire nei sotterranei due livelli sempre più profondi di aule e di carnari, sedi di sepoltura cioè. Ma poi tutto è stato investito nei necessari rifacimenti: le volte maestose e la cupola e il cupolino, gli interni fino alle monofore vetrate istoriate, rifatte ex novo, bellissime, sopra le cappelle laterali, il rosone del prospetto e il campanile, il battistero e l’organo che ho conosciuto quanto fu ricollocato, quasi mezzo secolo fa, e il nuovo presbiterio con il coro… Insieme con questo lavoro che ha richiesto, lungo molti anni, l’intervento delle migliori professionalità specialistiche, io ricorderei anche le transizioni di alcuni arredi d’arte dalla chiesa preziosa del Santo Sepolcro, anch’essa tornata, dopo una prolungata chiusura, a pubblica sacra fruizione – ora anche in chiave ecumenica – in quegli anni fra ’80 e ’90… Un patrimonio d’arte unico, che regge in confronto con il meglio che forse è quello della cattedrale di Santa Maria assunta, a Castello. E naturalmente, insieme con tutto questo, ecco il Museo del Tesoro. Sono contento di aver partecipato, ottenendo nel 1990 una speciale donazione da parte del Banco di Napoli, di cento milioni di lire, per l’acquisto di alcune dotazioni per il Museo, unitamente ad un’area che è servita, e serve ancora oggi, perché i ragazzi dell’oratorio e delle scuole sportive possano giocare a pallacanestro o ad altro. Uno spettacolo a vederli, questi bambini e ragazzini di ogni razza umana, della razza umana che affratella le etnie, le lingue, anche le religioni…».

E l’area archeologica…

«Sì, e l’area archeologica, un fiore all’occhiello della parrocchia, del quartiere, della città, della Sardegna tutta, della Chiesa e della Municipalità. A ciascuno poi vada il riconoscimento del suo merito particolare. Siamo tornati alle strade romane di collegamento fra il sito parrocchiale – certamente religioso già dal medioevo – e quello portuale, passando per la fase giudicale, e più oltre ancora, altogiudicale/bizantino… Che storia! I costi di questa impresa titanica sono stati enormi. Gli interventi finanziari pubblici sono stati ingenti ma, da quanto ne so, relativamente modesti se raffrontati al tutto. Don Cugusi ha fatto miracoli, miracoli veri, bisogna dargliene atto. Per procedere con certi lavori, egli è arrivato a ipotecarsi la casa di famiglia, altroché! Le ragioni della mutua disaffezione fra parrocchia e Congregazione non le conosco nel dettaglio: rimontano però alla difformità valutativa di quei progetti e alla provvista per farvi fronte…».

E tutto si è incancrenito. Si poteva evitare?

«Verrebbe da dire: forse sì, dovrei dire: certamente sì. Sono forse mancate figure amiche, intimamente amiche, delle due parti, per favorire l’incontro, la rimozione dei malintesi, lo sviluppo della mutua comprensione. Io ho avuto rapporti con la dirigenza attuale, anzi con il presidente attuale della Congregazione, Giovanni Cappai, un professionista di grande levatura, un galantuomo impegnato anche nel FAI – il Fondo ambientale promosso da Giulia Maria Crespi – e mi si è mostrato leale, immediatamente disponibile, aperto al colloquio, fattivo. Un sardo concreto, uomo di parola. Senza che potessi dargli nulla in cambio, mi ha offerto gratuitamente i locali ove ho allogato la biblioteca di Paolo De Magistris, che spero divenga un primo nucleo di raccolta culturale nel centro storico, a supporto degli studenti medi e universitari che intendano fare ricerca. Per intanto si sta lavorando ad alcune schede sulla storia religiosa cagliaritana. La rimozione di don Mario – ingiusta e ingiustificata secondo me – è intervenuta quando potevano crearsi le premesse per un disgelo, per una ripresa di collaborazione, nel nome della storia, delle ragioni morali istitutive della Congregazione, nel rispetto anche dei nuovi vincoli giuridici della onlus. La statura intellettuale e morale di don Cugusi e quella del presidente Cappai – non conosco personalmente gli altri dirigenti della Congregazione, ma credo valgano il presidente – sono tali per cui mi pare impossibile che non si possa trovare, e non si sarebbe trovato in futuro, un punto fecondo di incontro, per il bene di Cagliari, per il bene della Marina, per il bene di chi è nel bisogno e cerca il soccorso della tasca generosa. Sono sardi autentici entrambi, entrambi delle zone interne, del Marghine il presidente, della Trexenta il parroco. Sono terre virtuose quelle, parlano da sempre con la civiltà del lavoro, godono entrambe dell’intesa, del fare insieme. E così da Borore come da Siurgus, presidente e parroco sono venuti a Cagliari per servire, con la loro competenza e moralità, il bene comune nella grande città. Impossibile che non potessero incontrarsi. Questione di tempo. L’arcivescovo ha rovinato tutto, mi spiace».

Però, nelle prime interviste, don Cugusi ha accusato la Congregazione di averlo colpito alle spalle, suggerendo al vescovo la sua cacciata.

«Nella tensione del momento, è comprensibile che qualcosa sia andato sopra le righe. Ma ho visto sui giornali che i riferimenti erano alla Congregazione del Santissimo Crocifisso, che alla Marina… non esiste, o non esiste più. Quella del Santissimo Crocifisso o dell’Orazione era al Santo Sepolcro, accompagnava i funerali, è durata fino ai primi del Novecento. In città, ma a Villanova, c’è poi la Confraternita del Crocifisso, ma niente a che vedere… Noi abbiamo quella del Santissimo Sacramento, che è un’altra cosa, quattrocento e passa anni di storia – sorta prima di Galileo e di Giordano Bruno, al tempo di Ignazio di Loyola e Filippo Neri –, infiniti meriti sociali e religiosi, un futuro di servizio al bene comune, con modalità forse diverse da quelle del passato, ma orientate agli stessi obiettivi: per il bene religioso e per quello sociale strettamente combinati fra di loro, che si legittimano reciprocamente».

(fine della seconda parte/continua)

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7 Commenti

  1. Luigi Murtas says:

    Meno male che non c’è quel sito!
    “Come vi permettete di insisnuare” (in risposta a un’offesa gratuita) e “avvisate” sarebbe violenza verbale? Andiamo bene, e allora “buffone buffone” cosa sarebbe? e “mani in pasta”, “mani su s.eulalia” e tutti gli altri sciocchi giochetti di parole sul cognome dell’arcivescovo? E quell'”episodio di malavita clericale” (complimenti, Gianfranco Murtas, proprio elegante, signorile ed equilibrato) riferito a un banale trasferimento? Da non credersi!

    A proposito: “avvisate” il sig. Fadda non è una minaccia, come insinua Mossad a fini propagandistici, è semplicemente un ironico richiamo alla realtà, altrimenti so continuano a inseguire i sogni.

  2. Mossad says:

    Non capisco una cosa: il sito cresia.net non esiste. Ho girato per il web, anche cercando voci correlate ma proprio non vi è traccia del periodico on line. Come mai? Ho ha un indirizzo diverso da quello che dovrebbe essere? Qualcuno mi sa dare un suggerimento?

  3. Franco Anedda says:

    Io attendo la conclusione dell’intervista per esprimere le mie considerazioni.
    Anticipo però il disappunto per l’uso del termine “cacciato” fatto da Vito: tale termine non presente nell’intervista.

    Finora chi ha subito violenza è stato il nostro Vescovo, accusare di violenza i fedeli che lo difendono argomentando, mi sembra il ripiego di chi non è in grado di entrare nel merito della questione.

    E’ stato trasformato in “casus belli” un legittimo trasferimento, con il senno di poi ora è evidente che tale trasferimento era non solo legittimo ma pure opportuno ed improrogabile.

    Ad ulteriore merito di mons. Mani va l’averlo disposto senza attendere di aver le valigie pronte, accettando cristianamente le scomposte reazioni suscitate.

    • E’ vero, il termine “cacciato” non c’è; ma nella prima parte dell’intervista, proprio all’inizio, Murtas afferma che “l’insediamento del nuovo parroco mentre è ancora pendente il ricorso canonico di don Mario Cugusi io lo ritengo un episodio di malavita clericale”. Alla luce di L’insediamento del nuovo parroco mentre è ancora pendente il ricorso canonico di don Mario Cugusi io lo ritengo un episodio di malavita clericaleuesta affermazione mi sembra di poter affermare che il titolo sia assolutamente appropriato.
      Quanto al resto, al di là dei giudizi che possono essere dati sulla vicenda e sui suoi protagonisti, vi invito a valutare anche gli elementi di novità assoluta che sono forniti dal racconto di Murtas e di tenerli in debita considerazione. Altrimenti rischiamo di valutare la situazione per come l’hanno raccontata i giornali e non per come la racconta Murtas.

  4. Mossad says:

    Sempre questo signor Murtas, molto informato su tutto. Resta il fatto che la ricostruzione del suo omonimo è molto puntuale, circostanziata e contestualizzata all’interno di un discorso più ampio, proprio per non cadere in personalismi e prese di posizione estremamente aggressive. Come quella di qui sopra. stupisce la violenza di certe parole (“come vi permettete di insinuare”; “Avvisate quel sig. Fadda”, ecc.). Non va bene, c’è troppa violenza verbale intorno a questa storia, troppi avvocati di ufficio.

  5. Luigi Murtas says:

    Complimenti, una bella marmellata di luoghi comuni, pettegolezzi su mons. Mani (i soldi, il potere, l’esercito, che barba! direbbe Sandra Mondaini) mille volte raccontate e trascritte, centomila volte spiegate, chiarite e smentite. E questo sarebbe un riepilogo? Ma di cosa? Delle fantastorie raccontate in questi mesi? Ma siete sicuri poi di fare l’interesse di don Mario Cugusi? Io credo che questo povero sacerdote sia prigioniero di troppi falsi amici che lo tengono legato a un clichè soffocante e misero.
    La diocesi di Molfetta? E cosa c’entra? Ha 130.000 abitanti e 36 parrocchie contro i 500.000 e le 140 di Cagliari, vi pare possibile che l’Arcivescovo di Cagliari possa ogni volta invitare a cena tutti i preti e discutere con loro le nomine? Non basta parlarne con gli interessati e i sacerdoti incaricati del consiglio? E poi a Molfetta alla fine chi decideva? Guarda guarda: decideva ugualmente il Vescovo! Orrore! E come vi permettete di insinuare che a Cagliari le decisioni non si prendono in fraternità? A me risulta proprio il contrario. Sant’Eulalia adesso ha un bravissimo parroco; don Mario – se solo lo volesse – avrebbe anche lui un incarico pastorale bello, arricchente e fonte di gioia per lui e per i fedeli. L’importante è fare piazza pulit adei cattivi consiglieri.
    P.S. Avvisate quel sig. Fadda che non è più decano (???) nè membro di alcun consiglio pastorale, visto che quello di Sant’Eulalia è decaduto con il trasferimento del parroco uscente.

  6. Mossad says:

    Grazie a Vito per averci messo a disposizione un contributo di alta competenza e privo di giudizi astiosi su ciascuna delle parti in campo. Grazie a Gianfranco Murtas per la sua quotidiana opera di ricerca e divulgazione della nostra storia: anche il nostro incontro, relativo alla vita di Efisio Marini, è stato a suo tempo fecondo.

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