Cagliari / Sardegna

Il caso Mani/1 “Il malessere della Chiesa cagliaritana ha radici lontane”

«L’insediamento del nuovo parroco mentre è ancora pendente il ricorso canonico di don Mario Cugusi io lo ritengo un episodio di malavita clericale, proprio nel senso etimologico della parola, perché va contro la norma ma soprattutto contro l’oltre della norma. Il vescovo ha il carisma della unità comunitaria, oltreché quello della guida ecclesiale nella docenza, anche e soprattutto attraverso la testimonianza, evangelica. Non può fare il contrario, promuovere cioè la discomunione e perfino la rissa. Cagliari è stata sciagurata da questo punto di vista, ma forse se l’è meritata. E’ amaro confessarlo: troppa palude, troppi opportunismi trascinatisi avanti per molti, molti anni, tanto da diventare una seconda pelle».

Non aderisce formalmente al gruppo “Cresia” – il movimento contestativo dell’autoritarismo di monsignor Giuseppe Mani arcivescovo di Cagliari – ma ha raccolto volentieri l’invito a collaborare al giornale (on line e periodicamente in cartaceo) “Cresia.net” che nei giorni scorsi è uscito con il suo numero zero.

Gianfranco Murtas conosce dal di dentro molti particolari delle vicende della Chiesa diocesana che hanno surriscaldato la già calda estate cagliaritana, ma preferisce collocare il suo giudizio «fuori dalle polemiche esasperate e tranchant, fuori dalla stretta contingenza», per inquadrare episodi e comportamenti piuttosto nel costume ecclesiale e clericale della città e della Sardegna e nel contesto della loro storia spirituale e civile.

Ha scritto molto sul passato (e il presente) della Chiesa locale, almeno una decina degli ottanta libri che ha pubblicato e si trovano nelle biblioteche: da “Papa Roncalli e la Sardegna. Corrispondenze Incontri Amicizie”, con prefazione nientemeno che di monsignor Loris F. Capovilla, al recentissimo “Il Vangelo, la Chiesa e la Sardegna: una esperienza di vita. Conversazione con monsignor Pier Giuliano Tiddia, arcivescovo emerito di Oristano”, da “Don Ezio Sini fra culto divino e pastorale sociale” a “Una voce nel Chorus” – raccolta di una cinquantina di articoli usciti fra il 2001 e il 2007 su una rivista d’ispirazione cattolica pubblicata a Cagliari. E altro ancora: da “Cagliari 1889. Chiesa Politica Società all’esordio dell’Unione Sarda” a “La città chantant, monarchica, clericale e socialista”, che presenta al suo interno anche un viaggio nelle parrocchie cagliaritane nel primo decennio del Novecento. Pregnanti pagine di racconto, analisi e lettura critica sono uscite, sullo stesso tema, in “Ricerche Ricordi Riflessioni anno 2001” e nella lunga introduzione a “Sac. Dott. Giuseppe Ortu” (di Salvatore Curridori), come pure nei saggi proposti dal “Notiziario Diocesano” a direzione Zuncheddu. Fra essi bisognerebbe ricordare almeno “Paolo De Magistris, un uomo qualunque sul moggio sociale”, che ha recuperato in parte, rielaborandoli, i materiali di studio di un lavoro giornalistico uscito in volume nel 1989 (“Paolo De Magistris, il sindaco”).

Nel 2003 ha pubblicato il romanzo “Lo specchio del vescovo”, palesemente ispirato alla tragica vicenda della morte di don Tonio Pittau, il parroco della cattedrale di Cagliari assassinato in oscure circostanze. Nel 2006 ha presentato presso il Seminario diocesano una corposa relazione (in parte pubblicata) sulla figura di monsignor Paolo Carta padre conciliare (1962-1965) e l’anno successivo è apparso un suo studio su “Giorgio Asproni e le relazioni liberali fra clero e politica in Sardegna”. Nel 2008, proprio alla vigilia della visita sarda di Benedetto XVI, ha consegnato al volume “Ecce Sardinia Mater tua 1908-2008” il saggio “Nove episcopati nel segno di Maria di Bonaria” (con le biografie religiose dei vescovi e arcivescovi Igino Serci, Francesco Cogoni, Adolfo Ciuchini, Giuseppe Melas, Paolo Carta, Tarcisio Pillolla, Antonino Orrù, Antonio Vacca e Mosè Marcia).

Altri saggi sono usciti all’interno di volumi indirizzati a dar conto alla sofferenza sociale in Sardegna, fra droga e aids, carcere e comunità (dalla doppia trilogia di “Partenia in Callari” ai più recenti “A Partenia, con Franco Oliverio” e “Partenia, la Comunità”, da “S’Aspru, vent’anni. Storia di un’avventura” e “S’Aspru, anno del Signore 2002” a “La responsabilità come scelta”, direttamente ispirata alla Collina di don Ettore Cannavera, o a “Marco e i suoi fratelli”. Insomma un approccio complesso e problematico alla vita della Chiesa ora sul fronte strettamente storico – incrociantesi magari con i movimenti ideologicamente avversari (“Dei circoli anticlericali e del monumento a Giordano Bruno” e una ventina di titoli sulla Massoneria sarda fra Ottocento e Novecento, oltre a quelli sull’antifascismo di scuola democratica e repubblicana) –, ora su quello sociale e solidale, che è divenuto spesso occasione di confronto dialettico in manifestazioni pubbliche mai scontate o tranquille.

C’è poi, sempre in materia di Chiesa e religione, una imponente mole di almeno cento dei millecinquecento articoli pubblicati in oltre un trentennio,  e con essi le relazioni a convegni di studio, ultima quella di poche settimane fa sulle reazioni sarde alla breccia di Porta Pia, fra istituzioni e giornali, circoli e parrocchie.

Attualmente sta lavorando ad uno studio biografico sul clero cagliaritano dall’unità d’Italia alla nascita della Repubblica e forse anche per la dimensione di questo impegno di ricerca e scrittura riesce a dare un quadro critico, attento al chiaroscuro e non astioso, degli scontri polemici registratisi sulla scena cittadina e in particolare su quella del quartiere della Marina e della sua parrocchia.

«Sia chiaro comunque che l’analisi porta sempre alle conclusioni, e quindi ai giudizi. Non si può sfuggire, e non voglio sfuggire. Bisogna però introdurre la categoria delle distinzioni e riportare ogni cosa al suo ambito: una cosa sono le ragioni, un’altra i toni, o le modalità espressive, un’altra cosa ancora è l’opportunità della tempistica, o la scelta delle tribune. E quel che è accaduto a Sant’Eulalia segnala veramente una stratificazione di “sostanze” e “accidenti” che nelle cronache talvolta frettolose della stampa si sono confuse, in miscellanee sbagliate e rovesciate fra cause ed effetti, nel pressapochismo perfino di certo lessico».

E allora mettiamo ordine. Da dove partire, forse dall’arcivescovo?

«Io credo che il “popolo di Dio”, definizione conciliare della Chiesa vista in una dimensione comunionale alla quale è soltanto strumentale, nulla di più, quella gerarchica, possa e debba contare su pastori che abbiano la consapevolezza di essere “delegati” dall’unico Pastore con la maiuscola. E invece, almeno in Caregli e Balardi, non mancano inferiori che si sentono superiori. Il che è un guaio, perché dall’egotismo esasperato oltreché immotivato deriva lo sconquasso comunionale».

E fuori di metafora, a Cagliari?

«Per quanto ne so, ho visto e letto e sentito, questo approccio comunionale è mancato fin dall’inizio. Dirò meglio, perché sia chiaro: don Giuseppe Mani non è certo il don Tonino Bello che noi sognavamo per Cagliari alla fine del lungo governo episcopale di Ottorino Pietro Alberti, con le sue luci e le sue ombre. Forse non potevamo neppure aspettarcelo, e non lo meritavamo, un Tonino Bello, un vescovo sul suo modello intendo. Certamente non pensavamo però avremmo avuto il suo giusto contrario».

Un vescovo sbagliato?

«In una realtà complessa come è la Chiesa non si può ridurre tutto a una persona, al demiurgo positivo o negativo che sia. Quando però un leader qualsiasi appalesa più i suoi lati negativi che quelli positivi – e il discorso diventa evidentissimo se guardiamo alla politica nazionale italiana di oggi – a me fa pensare e inquieta più l’ambiente passivo, plaudente, opportunista che gli dà spazio e conferme, che non la luna storta permanente di quel leader. Cagliari è una piazza ecclesiale dove non mancano le eccellenze – così è stato anche nella storia dell’Azione Cattolica e dell’associazionismo giovanile o adulto in genere, nella storia dei movimenti d’un tempo – e dove la massima parte dei partecipanti, degli attivi, è certamente in buona fede. Ma Cagliari, come la storia la racconta, è una piazza in cui il lievito è nativamente depotenziato rispetto alla sua missione di fermentazione della gran pasta sociale. Perché tratti sostanziali, non accidentali, della pasta – diciamone uno soltanto: il conformismo – non sono avvertiti come negativi, impropri, contraddittori rispetto ai valori di riferimento e meta, ma acquisiti come un carattere neutro, forse forse qualificanti. E il lievito rinuncia alla sua azione. No, non può essere. Cagliari, come città di mare e dunque di commerci, impernia la sua struttura sociale sui ceti di mediazione, assorbe tutto e tutto riespone senza arricchirlo. Dico come tendenza, senza assolutizzare il giudizio.

Non si dimentichi che Cagliari nel 1946 ha dato i due terzi dei suoi voti alla monarchia…

Eppure era uscita devastata dai bombardamenti, dalle conseguenze della guerra fascista che l’avevano ridotta ad essere una città di 7mila abitanti, ad essere un pezzo di luna morta: macerie ovunque, e montagne di morti innocenti. Ma la monarchia, complice del disastro, veniva premiata, e i movimenti elettorali della destra, in primis l’Uomo Qualunque, raccoglievano alte percentuali di consenso nelle urne. E naturalmente la Democrazia Cristiana, che pur aveva una dirigenza complessivamente dignitosa, si riempiva presto di riciclati del regime.

Il gattopardo cagliaritano.

La Chiesa era anch’essa così, anche nel suo clero, nel dopoguerra, incapace di autocritica, di confrontarsi con le sue debolezze e infedeltà, nella permanente convinzione autoreferenziale di essere “societas perfecta”. Larga parte del clero secolare e religioso aveva introiettato nel suo modo di pensare e negli schemi del fare i veleni della dittatura, che si era presentata sempre in chiave antibolscevica e di difesa della civiltà cristiana. Salvo riempire le carceri di oppositori militanti della sinistra come pure della democrazia, e senza che mai la gerarchia alzasse un sopracciglio. Anzi, il settimanale “La Sardegna Cattolica” – condiretto dal canonico Lai Pedroni e dall’allora giovane don Giuseppe Lepori, al quale, fattosi ormai vecchio, sono stato personalmente molto vicino e affezionato – rappresentava puntualmente, nella sua prima pagina e nel resto della foliazione, una realtà falsata, con frequenti accostamenti perfino al nazismo, il che fa oggi rabbrividire, ma avrebbe dovuto farlo anche allora. Perché la categoria della contestualizzazione storica che viene evocata per alleggerire delle responsabilità, è utilizzabile soltanto in parte: il cristiano va controcorrente per natura, per status ontologico, dato che Gesù di Nazaret e il Sinedrio erano sì coevi ma orientati all’opposto.

Ma cosa scrivevano?

Sto consultando la serie completa del giornale, e compulsando colonna per colonna, e le conferme sono in decine e decine di articoli filofascisti, non soltanto per convenienza, per convinzione! e addirittura filonazisti, nella “Sardegna Cattolica”. Mi sono posto il problema: qui non c’è soltanto la missione nel notiziario, dell’informare, magari con parzialità o magari con forme improprie, no, c’è la formazione delle intelligenze e delle coscienze. L’abbonato che riceve il settimanale diocesano negli anni cosiddetti “del consenso”, e già forse da prima, dalla Conciliazione, e fino alle distruzioni belliche, che idea si è fatta, a Sant’Avendrace e a Villanova, a Castello e a Sicci o a Quartu, di cosa debba essere il lievito evangelico e di cosa sia concretamente la pasta sociale ch’esso è chiamato a fermentare? Sa cosa sia la libertà, c’è chi gli ha fatto gustare il desiderio della libertà che non può essere a spicchi, non può essere libertà di religione senza essere anche libertà di associazione e politica, e non può essere di religione A senza anche essere di religione B… Le persecuzioni che pure la mia generazione, ancorché mignon, ha promosso, a Cagliari, contro il protestantesimo delle bibbie distribuite per le case, dovrebbero gravarci sulla coscienza, ed eravamo allora già fuori della dittatura!».

E’ una storia lontana, ma che riferimenti ha con la attualità?

«Niente viene a caso o nasce dal niente, mai. La Chiesa cagliaritana è stata per molti aspetti, lungo i decenni del Novecento, una Chiesa collosa: inquadrata nelle falangi del suo clero, prevalentemente portate ad esaurire il loro compito nel servizio liturgico e sacramentale, nella catechesi ante-e-post conciliare – naturalmente con le diversità non da poco fra l’ante e il post. Quando è stato possibile, si è rivelata opportuna e generosa la promozione, da parte sua, delle attività oratoriali, in città – centro e nuove periferie – come nei paesi. Nei cimenti civici con gli appuntamenti della democrazia – qui il discorso riguarda naturalmente la seconda metà del secolo – si è carezzato il potere costituito, sempre democristiano, ritenuto strumento attuativo delle proprie opzioni.

Questo cosa ha comportato?

Che è mancata la capacità di una lettura critica, oltreché del proprio essere e fare, anche dell’essere e fare degli amici impegnati in politica. Basti ricordare quel che fu, per restare all’ambito giornalistico – come diffusore di un ragionamento pubblico – il “Quotidiano sardo” degli anni fra ’40 e ’50.

Ma anche a cosa sono ridotti i giornali diocesani, tutti o quasi tutti, anche in Sardegna…

Tante piccole “Pravda”. Dov’è il dibattito, il confronto? Alcuni sacerdoti hanno svettato, ma sono stati una minoranza. Si sono distinti per quel sapersi proporre come registi di tutto, ma senza avarizie di deleghe e smanie di centralità. Sono almeno una decina, nella prima parte del Novecento, i preti diocesani che hanno saputo combinare afflato comunionale e abilità di guida realizzativa della comunità. Potrei fare almeno un nome, oltre quello mitico di don Mosè Farci a San Lucifero: quello di dottor Mario Floris, parroco di Sant’Eulalia, prima collegiato poi presidente. Alla fine del 1952 dovette lasciare la parrocchia e Cagliari, accusato di un affetto estraneo allo status clericale celibatario, ma che più ancora era estraneo alla verità dei fatti. Niente di nuovo sotto sole».

Tutto questo per dire?

«Per dire che per comprendere a fondo le vicende estive della comunità di Sant’Eulalia nel più ampio contesto cittadino e diocesano, e della storia nostra complessiva, non possiamo centrare tutto sull’arcivescovo e sul parroco, sui loro tratti caratteriali e così via, ma dobbiamo guardare l’intera area perimetrata. Perché tale area perimetrata definisce i limiti delle critiche che si sono sentite e si sentono, sospese fra ragioni ed umori o malumori, e individua, per correggerle, le deviazioni interpretative. Io guardo alla evoluzione della Chiesa cittadina e diocesana tenendo conto, da una parte, delle novità anche radicali intervenute nello spirito pubblico, nel costume sociale, e dall’altra, della complessità delle trasformazioni culturali postconciliari nel clero, delle trasformazioni nella percezione di valori e categorie come sono anche l’obbedienza, la gerarchia, l’autonomia, la socialità, la relazione di compatibilità con l’ideologia civile o la politica, e così via».

La società italiana è cambiata profondamente…

«Non si possono infatti non considerare le novità nel sentire sociale, nel considerare i principi anche strettamente religiosi che erano stati granitici lungo i secoli come l’indissolubilità del matrimonio, la procreazione naturale e quella responsabile. O ancora, pur se su un piano diverso, la tempistica dei battesimi, una volta a ridosso della nascita per tema assillante del limbo improbabile, o la partecipazione scontata – e oggi non più – dei bambini al catechismo parrocchiale, o i rigori pur progressivamente attenuati (fino all’annullamento attuale) in preparazione alla comunione, perfino il precetto della messa festiva oltre agli altri di minor rango: tutto perduto».

Siamo effettivamente in un altro mondo, in un altro tempo.

«Né potrei trascurare – tornando al clero – i ricambi generazionali dell’ultimo cinquantennio fra i preti, dalla chiusura cioè del Concilio giovanneo e paolino ad oggi, le modifiche nei corsi formativi un tempo entro il recinto del collegio e nella segregazione, l’apertura dei seminari minori alla scolarità pubblica, la spiccata qualificazione delle accademie – anche se è da dire che a Cuglieri hanno insegnato docenti, non esclusi quelli di nascita sarda, di altissimo livello e notorietà ed accredito nazionali ed anche extra –, e neppure potrei ignorare, però adesso, i riflussi controconciliari di dottrina e non solo di liturgia – ambiti peraltro fra loro strettamente connessi –, il conformismo della “sloganmania” che pare qualche volta assegnare alle claque impensanti delle speciali distinzioni di merito… C’è un ritorno delle tonache, immotivato, che dà da pensare… Ecco, all’interno di questo c’è anche il rapporto, assolutamente centrale nella dimensione ecclesiale cattolica, fra il vescovo e il suo presbiterio, fra il presbiterio e la comunità che gli è assegnata, fra il vescovo e “le” comunità per “la” comunità diocesana».

E siamo finalmente al dunque. Com’è stato questo rapporto fra l’arcivescovo Mani, il clero e le parrocchie di Cagliari e della diocesi?

«Ad ogni cambio di vescovo montano le aspettative, prima della nomina e dopo la nomina del nuovo. Potrebbe essere di questi giorni il ricambio a Cagliari, dico imminente… ma certo è che da tempo ci si pone in molti il problema. Ed è giusto porsi il problema, mi pare ingenuo e banale pensare che lo Spirito Santo in persona intervenga in questi affari affidati tutti alla prudenza – che non sempre si materializza in un decreto, e qualche volta ne scappa vergognandosi – della scelta nominativa. Cagliari ha avuto una sequenza di vescovi, dopo monsignor Piovella, certamente tutti di alta statura intellettuale e pastorale anche se non tutti, a mio giudizio, rispondenti appieno alle necessità del momento, direi alle complessità come si presentavano volta per volta. Se posso dirne una, esemplificativa di questa inadeguatezza, e certo senza rompere un segreto perché la cosa (risalente ormai a qualche decennio fa) è nota almeno in certi ambiti, ricorderei di quando, sia pure per una breve durata, venne tolta la messa a don Ettore Cannavera per una battuta rilasciata ad un giornale il quale, come ben sa chi ha lavorato nei giornali, aveva operato “di riduzione”, a motivo degli spazi disponibili, su una ben più elaborata dichiarazione. Sicché era parso che don Cannavera avesse sfidato, in materia di procreazione responsabile o di etica familiare, nientemeno che il papa: e invece di capire che i giornali fanno il loro, si interpongono, era partita questa raffica violenta a un sacerdote già allora ricco non soltanto di dottrina ma di esperienza evangelica e comunicativa. Non era stato chiamato, gli si era intimato. Con quanta fraternità se ne può arguire».

La Chiesa gerarchica è tentata sempre di aprire e chiudere i discorsi. Anche questa estate è stato così. Non pensa?

«Fra le categorie su cui talvolta si discetta ci sono quelle, presentate in opposizione fra loro, della autorità e della autorevolezza. Certo le cose sono distinte, ma quel su cui deve puntarsi è la loro intima associazione. Chi avrebbe mai detto ai cardinali Pellegrino o Ballestrero, ai cardinali Martini o Pappalardo, o al nostro don Tonino Bello – che ho promosso cardinale al pari degli altri perché portava un martirio, una testimonianza cioè, che si doveva rappresentare con l’abito porpora, quello stesso di Oscar Arnulfo Romero – che difettassero di autorità, soltanto per l’autorevolezza che mostravano in ogni loro atto privato e pubblico?  Avevano autorità ed autorevolezza, tutte e due. Certo gli arcivescovi Botto e Baggio, Bonfiglioli e Canestri, Alberti e Mani sono stati, da questo punto di vista, molto diversi fra di loro. Potrei dire di tutti e sei, anche se il livello di conoscenza personale, e per taluno anche di confidenza, è stato differente».

Parliamone.

«Potrei dire – se può valere come testimonianza personale – di quando, ora è già un quarto di secolo, l’allora monsignor Giovanni Canestri dette direttive di non polemizzare con me che sulla stampa avevo posto alla Chiesa locale tutta una serie di domande circa l’adeguatezza del lievito a fermentare la pasta sociale della città e della diocesi. Anche guardando il carcere dove, a un chilometro dagli incensi del duomo, era morto – suicida, certo dimenticato in un irragionevole isolamento di sei mesi – un ragazzo di 24 anni, Aldo di nome, Scardella di cognome. Taluno, più realista del re, disobbedì e fece polemiche a vuoto, che tali restarono. E invece l’arcivescovo mi invitò a casa sua, trattenendomi a colloquio affettuoso e rispettoso, presentandomi la sua biblioteca, raccontandomi libro per libro la sua formazione giovanile, donandomi un libro su Sant’Agostino e consegnandomi infine le bozze del suo programma pastorale – quello noto come delle “microrealizzazioni di carità” – e chiedendomi un contributo previo e critico. Che gli consegnai e di cui è traccia nel libretto stampato: per l’inserimento del sostegno parrocchiale alle autoemoteche dell’Avis, per la mitigazione formale della metafora del gregge e del pastore, per riconfermare che noi siamo gregge soltanto del Pastore con la maiuscola. Quello con la minuscola ci deve accompagnare e guidare da amico, e deve essere un amico di cui fidarsi. Deve sapersi fare parte del gregge, meglio – nella evoluzione della rappresentazione – della comunità, sotto la maggior guida del Pastore unico e universale».

Riconosce monsignor Mani in questo identikit?

«Credo che don Giuseppe, in questi suoi recenti anni cagliaritani, non abbia neppure accennato ad uno sforzo su questo piano. E mi dispiace soprattutto per lui, perché è simpatico, con la sua parlata toscana, gli imperfetti al posto dei congiuntivi che fanno semplici e comprensibili i discorsi. Ma non sono combinati questi discorsi, secondo il mio sentire, con l’autenticità del cuore, mai o quasi mai. E quando ha parlato, in Sant’Eulalia, di gerarchie, di papi e vescovi e preti e gente qualsiasi che non conta niente, ha presentato una gerarchia vuota di storia e vuota di missione. Sembrava la scala del feudalesimo».

(fine prima parte/continua)

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