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Prodotti sardi e identità: ma i pastori senza lavoro sono un problema economico o culturale?

 Stamattina i pastori sardi sono tornati in piazza a Cagliari per una nuova, probabilmente inutile, manifestazione. Le loro richieste sono, nel migliore dei casi, di difficile soddisfacimento, sia per la carenza di risorse, sia per la complessità dei problemi sul tappeto. Svanita ogni speranza riguardo ad un sostanzioso incremento del prezzo del latte, da qualche settimana l’ultima frontiera della battaglia degli allevatori è quella della provenienza delle carni che vengono poi vendute come sarde.
L’argomento fa presa sull’opinione pubblica. Quello della tracciabilità dei prodotti è uno dei problemi che più sta a cuore ai consumatori. Allo stesso modo, l’idea che un maialetto arrivi dall’Olanda e resti in nell’isola giusto il tempo per raggiungere il primo mattatoio libero ed essere macellato come maialetto sardo pone effettivamente qualche problema alla nostra già fragile economia.
Ma in queste settimane si comprende, leggendo le cronache delle manifestazioni, che la questione non è solamente di natura economica, ma che anzi sta travalicando i confini dettati dalle regole della domanda, dell’offerta e del mercato e si appresta a diventare a tutti gli effetti una questione “culturale”. Vediamo come.
I pastori intanto si propongono come la più originaria espressione dell’economia sarda: “Siamo tutti pastori” è uno degli slogan della protesta, slogan che dunque potrebbe essere declinato anche in “La Sardegna siamo noi”.
Va da sé che, se i pastori sono la Sardegna, anche i loro prodotti sono la Sardegna. Ma a questo punto il giocattolo si rompe. La logica che ci ha portato ad identificare la i pastori e i loro prodotti con quanto di più caro possiamo avere (cioè il mantenimento della nostra identità che da sempre sentiamo minacciata) si scontra inesorabilmente con le logiche della globalizzazione. Chi ha ragione e chi ha torto?
Tutti e nessuno. Il problema è semplicemente mal posto.
Perché è impossibile che la Sardegna torni improvvisamente all’autarchia e viva solamente delle merci che riesce a produrre: questa è semplicemente una follia. Nessuna regione d’Europa è autosufficiente in tutto e per tutto: chi ha i prodotti agroalimentari non ha i computer, e viceversa. Il problema della Sardegna è piuttosto che non è autosufficiente in nulla e questo conduce l’opinione pubblica a vagheggiare un “ritorno alla terra” che, nelle condizioni date, è solo utopia.
Che il salumificio Murru di Irgoli acquisti dall’Emilia i maiali che usa per produrre le sue salsicce “tipo sardo” può impressionare solo chi non ha la benché minima cognizione dei processi industriali contemporanei e della pochezza del sistema produttivo sardo. Invocare la produzione di salumi sardi solo con carni sarde oggi è appunto solo un’invocazione, una preghiera, ma non si può fare.
Certo, i consumatori hanno ragione a chiedere più chiarezza e a sapere che la salsiccia “tipo sardo” non ha solamente carne sarda. Ma d’altra parte, per quale motivo la carne sarda dovrebbe essere più buona delle altre, visto che è esattamente il contrario? La peste suina (che da decenni non riusciamo a debellare) ci impedisce di esportare le nostre carni. Ergo, le acquistiamo “da fuori”.
E il mirto sardo? Lo sappiamo tutti che è fatto con bacche africane. Eppure è sardo. Cos’è che identifica in questo caso il prodotto come sardo? La provenienza della materia prima o la modalità di produzione?
In questa vicenda si mischiano dunque slogan di parte, fraintendimenti economici, incertezze culturali. Si tratta di capire se si debba sostenere i pastori perché sono un’icona della nostra cultura (e se quindi con la loro sparizione, sparisce anche la Sardegna per come noi la intendiamo) o se dobbiamo sostenere un settore produttivo in profondo mutamento (“Con l’ingresso della Turchia nel mercato comune”, mi spiegava oggi un collega, “il prezzo del latte scenderebbe a 30 centesimi al litro”). Gli strumenti per affrontare la crisi cambiano a seconda di come ci rappresentiamo la crisi.
Io penso che questa crisi sia essenzialmente economica e come tale vada affrontata. Se poi da questo conseguirà una diminuzione drastica di pastori e allevatori e dunque il mutamento della nostra identità, questo non ci deve spaventare perché la nostra identità è già cambiata moltissime volte nel corso dei secoli. Si tratta però di approntare misure di welfare che consentano a chi viene espulso dal mercato di non soccombere.
Quanto ai prodotti, visto che non produciamo abbastanza, sarebbe assurdo impedire a chi trasforma di importare le materie prime che occorrono per continuare a lavorare, e questo anche potendosi fregiare di un marchio di “sardità” che sta tutto nelle modalità di produzione. Poi certo, ci potranno essere anche dei prodotti sardi al cento per cento, ma stiamo parlando di una nicchia e non di più, che non risolverà certo dall’oggi al domani la crisi delle nostre zone interne (e prima o poi bisognerà pur sfatare il mito dello sviluppo locale).
Ciò che mi impressiona di questa vicenda è che in maniera sottile si sta riproponendo sul piano della produzione economica il tema dell’identità così’ come è stato affrontato anni fa sul piano della produzione culturale. Chi ha fatto cultura è riuscito a capire cos’è sardo e cosa no, semplicemente accettando l’idea che ci siano più “Sardegne” e che nessuna idea di Sardegna è dominante ed esclusiva rispetto alle altre. La cultura nella nostra isola ora accetta la presenza tanti prodotti che possono sembrare lontanissimi tra loro, che magari lo sono ma che non vengono messi in contrapposizione.
Dunque, con la giusta chiarezza va bene tutto: il prodotto sardo sardo e quello realizzato con materie prime non isolane. Ma che non accada che attraverso la crisi dei pastori si torni ad un’idea di purezza, di identità esclusiva, con un approccio che non ha mai aiutato la Sardegna a crescere. Si distinguano i piani: quello economico, quello culturale e quello sociale. Per ognuno si trovi una soluzione diversa. Ma impediamo che un’idea esclusiva di identità sia il coperchio per una pentola dove dentro bollono elementi che con la cultura hanno poco a che fare. Anche perché in questo modo non risolveremo mai nessun problema, figuriamoci quelli così complesso come la crisi dell’agricoltura sarda.

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15 Commenti

  1. Salvatore says:

    Giusto per puntualizzare: non intendo minimamente dare colpe ai pastori, anche perchè non esistono “i pastori”, intesi come un gruppo sociale omogeneo per volontà e comportamenti. Tra di loro esistono grandi professionisti e inescusabili pasticcioni, così come in qualunque mestiere, sia esso dipendente o autonomo.
    Ciò che contesto è la PRETESA dei movimenti e delle associazioni che sia la collettività a pagare la loro permanenza sul mercato, in un contesto che, piaccia o non piaccia, è disciplinato da regole diverse, che VIETANO gli aiuti di stato e le distorsioni della concorrenza.
    Ma quando mai un imprenditore che non riesce a stare sui prezzi, o a trovare mercati migliori, pretende dallo Stato di pagargli la differenza? (tranne Agnelli e la FIAT, si sa…)
    Diverso è pensare ad ammortizzatori sociali per gestire quello che potrebbe essere un dramma occupazionale, su questo non metto becco.
    Ancora due cose:
    1- Per chi parla del ruolo degli allevamenti nella tutela del paesaggio, per maggiore informazioni di tutti, il nostro paesaggio montano è molto deturpato dall’insostenibile carico di bestiame da “premio unico”, vale a dire allevato con l’unico scopo di accedere ai premi comunitari; fate un giro nel Gennargentu, e vedrete la campagna letteralmente “spellata” da capre e vacche allevate in sovrannumero, gli alberi tutti potati dal basso, il ricambio inesorabilmente distrutto da animali affamati, la progressiva erosione del suolo… ne vogliamo parlare?
    2- il tanto famoso “modello roquefort” di cui mi sembra che tutti parlino con grande cognizione prevede anche una disciplina molto rigida per gli iscritti al consorzio, e l’obbligo per gli iscritti di pagare un’assistenza tecnica che è anche controllo sui farmaci ecc..
    In Sardegna ci sono oltre il sessanta per cento di aziende che non hanno il veterinario aziendale, e le campagne sono battute da “pirati” travestiti da informatori farmaceutici che vendono farmaci in nero, farmaci che ci ritroviamo tutti nel latte e nel formaggio di chi li ha usati senza rispettare i tempi di sospensione; ne vogliamo parlare?
    Ripeto, non mi interessa fare stupide accuse generalizzate, ci sono colpe, buchi e mancanze da tutte le parti, privati, amministrazioni e politici; ma non mi sembra utile nemmeno difendere in modo aprioristico una vertenza (che alla fine si riduce in una mera richiesta di SOLDI, e di nient’altro) in nome di tradizioni o meriti che si vorrebbero attribuire “gratis” a delle persone per il solo fatto di chiamarsi pastori.
    Con tutto il mio rispetto per quelli di loro che sono professionisti veri, e sono moltissimi… ma non tutti.

  2. Alessandro Mongili says:

    Il professor Mongili conferma di aver letto l’articolo qui pubblicato. Nel suo post, il professor Mongili ha messo in evidenza con un esempio tratto dal flusso televisivo ultimo scorso come, banalmente, non siano solo i pastori a gestire male le proprie aziende, ma che ai soli pastori si imputino errori in modo forse ingeneroso, in particolar modo da parte dell’Autore di codesto onorevole blog.
    Il “modello Roquefort” in effetti è ben noto in letteratura, per cui immagino che qualche collaboratore l’abbia suggerito a Prato il quale l’abbia speso in qualche c***o di conferenza stampa.

  3. La soluzione c’è già al prezzo del latte troppo basso: la Cooperativa di Nurri è composta da circa 700 soci che hanno creato il caseificio e hanno risolto il problema alla radice;

    Vendono direttamente il pecorino e non il latte, già dagli anni ’60

    saluti a tutti

  4. Alessandro Mongili says:

    Il darwinismo sociale, il progressismo cieco che contiene il post è effettivamente impressionante e forse mi fa capire meglio le posizioni che l’Autore assume così spesso. Sulla questione dell’identità non vorrei dire niente perché credo che veramente c’entri poco. Se è vero che la produzione distribuita e delocalizzata che oggi è potentissima (e contro la quale ho poco) ha portato a far sì che su un iPhone, come dice la scritta, “Designed by Apple in California and Assembled in China” ci sia l’1% di contenuto cinese a parte la scritta, è pur vero che le produzioni “tipiche” sono anch’esse una caratteristica della nostra epoca. Esse sono diverse da quelle tradizionali, di 100 anni fa per intenderci, ma comunque sono importanti. Il problema è che la pastorizia sarda non è “produzione tipica”, ma produzione di latte sempre meno buono per produrre prodotti globalizzati in crisi come il “pecorino romano”. Cioè non servono a produrre prodotti “sardi” se non in minima parte. Cioè la crisi della pastorizia sarda non dipende dal suo carattere “tradizionale” ma proprio dal fatto che è almeno dalla fine del XIX legata a quello che qualcuno chiama globalizzazione (termine abb. orrendo). Costruire un legame più forte fra pastorizia e produzione di formaggi sardi, rafforzare le DOP ecc. potrebbe essere una buona idea, e in questo quello che dice Ghiglieri mi sembra ragionevole.
    Per l’Autore e per l’iperassertivo Salvatore, vorrei ricordare che i pastori sardi non sono lavoratori dipendenti, ma getsiscono aziende. Forse male, ma non peggio dei supermanager superpagati del tipo del supermanager dll’ACI di Milano che l’altro giorno ho visto in tv con stupore, e che fanno fallire a rotazione imprese ben maggiori. Certo, non sono fighetti come loro. E forse è questo che disturba. In ogni caso sono molto colpito dal fatto che imputiate ai pastori e agli agricoltori la responsabilità di tutto. Mi sembra ingeneroso e non sostenuto se non da uno sguardo pregiudizialmente negativo. I pastori hanno sicuramente le loro colpe (come insegnanti, universitari, poliziotti, operai…) ma non è equilibrato assegnare loro un ruolo politico che non hanno, non è corretto dimenticare ciò che hnno fatto gli industriali caseari, ciò che ha fatto la Regione (e che non ha fatto). ecc. In altri paesi, e penso alla Francia, esiste una politica di sostegno alle produzioni di qualità del latte ovino, che si chiama il “modello Roquefort”. Perché invece qui è passato il modello 3A o, peggio ancora, il modello Galidhà? A me sembra un problema più importante del solito “blaming the victim” o del solito “il problema sono i Sardi” mentre il problema, come si è visto, era Cappellacci, e anche “certi sardi” più viceré dei piemontesi.

    • Mi chiedo che articolo abbia letto il professor Mongili per arrivare a dire che sto imputando ai pastori tutte le responsabilità della crisi. Per il resto, cosa c’entra l’Aci di Milano? Proviamo a non confondere le idee, caro professore e a stare sulle questioni concrete. Che Cappellacci si stia mostrando inadeguato è lampante. Ma ora che si fa?
      Ps La buona idea di rafforzare il rapporto tra produzione di latte e formaggi sardi è anche un’idea portata avanti dall’assessore Prato. Evidentemente non è questo il problema.

  5. Stefano says:

    Pastoris seus totus?
    No, grazie.
    Abito in Campidano dove i pastori che ho conosciuto erano transumanti dal centro Sardegna. Chiedendo ai vecchi mi raccontavano che anche ai loro tempi era così e che i pochi “stanziali” erano “arratza cabesusesa” e che spesso la convivenza non fosse proprio facile.
    Io dovrei dunque dire, per condizioni storico-geografiche, “Messaius semus totus”: non mi interessa neppure questo.
    Pastori e agricoltori fino ad oggi son riusciti a vivere del loro lavoro nonostante il frazionamento fondiario e l’assenza di unità di fronte agli acquirenti? Buon per loro. Oggi forse non basta più.
    Pastori e agricoltori sono due categorie di imprenditori. Il resto è mito.

  6. il giullare says:

    primi anni ’90, ricordo il piazzale Trento ‘abitato’ da tende, pecore e pastori che si accamparono li per diverso tempo..rivendicando i diritti di esistere…
    dopo 20 anni siamo ancora li..berritta, gambale, e birra…ad assediare una Regione forse troppo lontana dalle problematiche di un mercato folle.
    il problema è sicuramente economico ma anche sociale e culturale e non è semplice da affrontare…
    Negli anni 70 i pastori erano sequestratori, negli anni 80 piromani, nel 2000 sono diventati persino imprenditori (caseari).
    Ed è indubbio che in certi contesti il discorso di tanti giovani è ‘male che vada faccio il pastore’ come se fosse semplice.
    Il punto, a mio parere, è che culturalmente e socialmetne non siamo portati alla collaborazione. 100 pastori, 100 greggi da 100 pecore e nessun ‘coordinamento’ nessuna preparazione, nessuna collaborazione appunto. Pochissime le cooperative, pochissime le realtà di ‘lavoro d’insieme’, gelosie e invidie sono alla base della nostra cultura, sempre diffidente sui vicini e prona coi ‘lontani’.
    Quand’anche si riesca a metter su un caseificio ‘cooperativo’ ci si affida poco più che alla sfera di cristallo per capire i mercati, le quantità, le qualità, il prezzo finale.
    Il latte costa poco e il socio-pastore muore di fame. Il pecorino costa troppo e il socio-pastore caseario resta con l’invenduto.
    Proviamo a spiegare a tutti che ‘male che vada faccio il pastore’ non è una soluzione all’abbandono scolastico, alla disoccupazione, e non può essere un palliativo alla necessità di formazione, informazione, informatizzazione.
    Proviamo a spiegare che la Regione non può comprare il formaggio invenduto o imporre un prezzo minimo…non sono più quei tempi.
    Proviamo a dire che il pastore resta forse una dell immagini care al nostro background culturale, ma un pastrore senza cultura, senza scolarizzazione ‘seria, senza internet è un pastore destinato a fare la fame.
    Ma diciamo pure che la Regione faccia la sua parte! proponga centri di eccellenza, percorsi formativi sullo ‘stato dell’arte’ della pastorizia del terzo millennio, buone pratiche di consorzi, cooperative, valorizzazione dei prodotti sardi e quant’altro attiene alla politica.

  7. Bruno Ghiglieri says:

    Vito, ho letto con più attenzione il tuo intervento (anche per indiretta sollecitazione del commento di Antonello, di cui condivido l’allarme per un darwinismo sociale che effettivamente si può rintracciare tra le righe del tuo scritto). In particolare non condivido per niente il concetto di identità da te espresso, affine ad alcune interpretazioni elaborate da intellettuali “à la page” e a mio parere debole da un punto di vista teorico. Di certo si tratta di una declinazione del concetto di identità che si richiama al dominante relativismo culturale, quella tendenza del pensiero contemporaneo che sostanzialmente costituisce il fondamento teorico della globalizzazione. Tu scrivi: “Io penso che questa crisi sia essenzialmente economica e come tale vada affrontata. Se poi da questo conseguirà una diminuzione drastica di pastori e allevatori e dunque il mutamento della nostra identità, questo non ci deve spaventare perché la nostra identità è già cambiata moltissime volte nel corso dei secoli”. A parte la teorizzazione di quel darwinismo sociale a cui accennava Antonello e che io trovo pericoloso, la domanda che dovresti e dovremmo porci semmai è: in che modo è cambiata, se è cambiata, la nostra identità? Uno dei miei maestri all’università, Peppino Marci, che ricordo con riconoscenza, nel corso di una ricognizione attenta della storia e della produzione letteraria in Sardegna, ci faceva notare come dalla lettura di romanzi, racconti, saggi si venisse individuando “un’entità, quella del popolo sardo, che ha caratteri etnici, psicologia, tratti comportamentali, valori sociali e culturali ben definiti, un popolo (…) che spesso è stato smembrato e disperso ma che sempre ha cercato di ricomporsi”. Un popolo, aggiungo io, capace di non smarrire mai il filo della memoria (nel senso di Locke). Tu chiamala, se vuoi, “costante resistenziale”, per usare la felicissima espressione di Giovanni Lilliu, o “sarditudine”, per parafrasare un’espressione, altrettanto felice, di Leonardo Sciascia riferita ai siciliani. Provo dispiacere ogni volta che leggo o sento giovani intellettuali sardi teorizzare una Sardegna globalista, appiattita; professarsi cosmopoliti e cittadini del mondo. Ma cosa vuol dire poi cittadini del mondo? Per quale ragione un popolo che rivendica una sovranità, fosse anche la sacrosanta sovranità alimentare, dovrebbe scegliere tra la difesa dei prodotti nati dalla propria terra e dai propri saperi e un presunto e discutibile progresso propugnato dalle multinazionali dell’industria alimentare? Non credo che il popolo sardo desideri una Sardegna transgenica (anche in senso culturale), non sono convinto che voglia spezzare il filo della memoria per annullarsi in un indistinto supermarket globale. E la spontanea adesione popolare alle manifestazioni dei pastori esasperati da anni di politiche asservite ai taciti diktat dell’economia ultraliberista dominata dalle multinazionali (i veri burattinai del pianeta insieme ai banchieri) mi conforta assai. Un abbraccio.

  8. Vertigine says:

    vi sembra un pastore???

    http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/19/foto/foto_protesta_pastori_sardi-8235044/1/

    sciarpetta del cagliari in bocca…atteggiamento da ultrà…

    Vito fai luce tu su cosa è accaduto in via Roma

  9. Ergo
    Se i pastori sardi non riescono a stare più sul mercato, che muoiano.
    Quindi
    Darwinismo sociale

    L’assunto di questa ipotesi consiste nel dire che i pastori sono imprenditori e produttori come gli altri.
    Non é esattamente così, il problema é più ampio. Culturale, forse.
    Ambientale e paesaggistico, sicuro.

    Il paesaggio e l’ambiente sardo sono sempre stati presidiati dai pastori.
    Se rinunciamo a loro rinunciamo al nostro paesaggio. Bene! Siamo pronti?

    Ce ne pentiremo in futuro? Probabile.

    • Sì, io penso che i pastori debbano iniziare ad esser anche loro imprenditori e produttori come gli altri, perché così deve essere e sarebbe strano il contrario. Non penso che fare un affermazione del genere sia propugnare una sorta di “darwinismo sociale”. Però Antonello, mi hai convinto quando dici che il problema dei pastori è anche riconducibile al problema del paesaggio. E’ una impostazione che approvo e che faccio completamente mia. Ciò non toglie però che dobbiamo ancora decidere cosa sono per noi i pastori sardi e con quali strumenti (dell’economia, della cultura e dell’ambiente) dobbiamo affrontare la loro crisi.

  10. Banana says:

    grazie ragazzi. sia il post di vito che i due commenti finora sono stati molto molto stimolanti

  11. Salvatore says:

    Sono d’accordo su tutto, e c’è di più.
    Intanto l’attacco a Murru è stato vergognoso per moltissimi motivi:
    1) ogni imprenditore è libero di fare COME GLI PARE, il consumatore altrettanto;
    2) se fra tutti i tromboni che lo hanno criticato c’è qualcuno capace di fare meglio, apra un salumificio…. e non mi sembra che tutti i nuovi salumifici finora aperti si comportino diversamente da Murru;
    3) In Sardegna NON ESISTE allevamento, su numeri che non siano ridicoli, di suini pesanti (180 kg) da macelleria, anche le grosse aziende suinicole industriali hanno sempre prodotto magroni da macello (circa 100 kg) che non sono adatti alle esigenze dei salumifici, ma sono destinati alla macelleria per il consumo diretto.
    4) ANCHE UN IDIOTA dovrebbe capire che, se Murru potesse usare carni sarde, a parità di prezzo, qualità e quant’altro, per lui sarebbe un valore aggiunto e ne sarebbe contentissimo… se non lo fa ci sarà un motivo, e non vedo perchè dovrebbe fare scelte per lui svantaggiose: per far contento l’Assessore?
    5) la valorizzazione (anche pubblicitaria) degli alimenti mediante l’uso e la pubblicizzazione di prodotti esclusivamente locali HA UN NOME, E SI CHIAMA DOP (denominazione di origine protetta); prevede un percorso che richiede soldi, tempo e rotture, credo che ci stiano già provando, ma è da dementi pretendere che siano le autorità sanitarie a farlo al posto dei produttori. Ancora una volta, chi ha testa e palle per farlo lo faccia…

    Per quanto riguarda le proteste dei pastori: il primo dovere e problema di un imprenditore che vuol stare sul mercato, è preoccuparsi di come venderà il suo prodotto.
    Il mercato globale e quello europeo sono UN FATTO, che piaccia o no. Non c’è altro da dire.
    Alla Regione si può chiedere legittimamente di garantire infrastrutture, strade, corrente elettrica; di fare politiche di promozione, certo. Di incoraggiare conversioni, nuove attività su settori in potenziale crescita: ma non vedo perchè dovrebbe garantire un prezzo per il latte, o regalare soldi ai pastori.
    Perchè?
    In cosa dovrebbero essere diversi da tutti gli altri imprenditori in difficoltà? Si tratta di un problema sociale? E allora lo si affronti come tale, ma per piacere, finiamola con tutti questi teatrini di assessori all’agricoltura ogni volta impiccati al ricatto dei trattori in via Roma, e che per reazione sparano cazzate sui giornali…
    E che palle…

    P.S. Ciao Vito, complimenti per il blog

  12. Bruno Ghiglieri says:

    Il discorso in effetti è complesso ed io ora sto scrivendo di corsa, dunque non ho il tempo di approfondire: non entro nel merito della strumentalizzazione del concetto di identità fatto proprio dai pastori, ma le istanze di sovranità alimentare portate avanti con forza da una parte neppure troppo esigua dell’opinione pubblica (penso a chi, come me, si riconosce nelle battaglie di organizzazioni anti-globaliste come Slow Food e Mani Tese) mi sembrano sacrosante. La difesa e la valorizzazione del prodotto locale di eccellenza non necessariamente deve costringere quest’ultimo al mercato di nicchia. In Sardegna ci sono piccoli imprenditori, che conosco personalmente e stimo per il loro lavoro e la loro passione (mi riferisco, ad esempio, a Viviana Sirigu di Orroli, produttrice del pane Kentos attualmente in vendita in molti supermercati, pane realizzato con il grano della varietà Cappelli coltivato e lavorato nella zona di Nurri e prodotto con metodi tradizionali. Ma potrei citarne altri), capaci di innovare nel settore agroalimentare senza chiedere aiuti a Mamma Regione, convinti che si possa diffondere un “altro” consumo, che rifiuta le logiche spesso perverse della produzione industriale senza per questo rinunciare ai vantaggi della promozione e della vendita nella media e grande distribuzione. E trovo altresì sacrosanto che il consumatore si trovi a disagio al cospetto di maialetti sardi dall’accento fiammingo e bottarghe di Cabras provenienti dalla Florida. La Sardegna ha bisogno di nuovi modelli di sviluppo della propria economia e in particolare nei settori tradizionali dell’allevamento e dell’agricoltura. Ma il nuovo non necessariamente deve obbedire alle logiche dell’industria alimentare dominante: le caratteristiche geografiche e demografiche della Sardegna ci consentirebbero di elaborare un modello in questo settore se non di autarchia (concetto senza dubbio anacronistico) certamente di maggiore autonomia e indipendenza, nella speranza che l’Unione Europea rifiuti le spinte globaliste che pure si avvertono in alcuni punti della sua linea politica. Ci vorrebbe uno sforzo da parte di tutti, a cominciare dalla politica, non solo regionale. Io (e molti altri come me) cerco di dare l’esempio da consumatore. Ho aderito con mia moglie a un gruppo di acquisto solidale che si rifornisce da piccoli produttori locali di carne, formaggi, frutta e verdura; e se devo mangiare carne (con moderazione: per la salute e il portafoglio) scelgo la carne di razza melina o sardo-modicana (il bue rosso). Ma, ripeto, il discorso è molto, molto complesso e non merita di essere banalizzato e liquidato in poche righe. Un abbraccio.

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